Non è più così strano essere protagonisti a Milano. Quel campo così ostico per decenni, nel terzo millennio è improvvisamente diventato di casa per la Roma. Talmente di casa che i romani vestiti di giallorosso lo hanno trattato come il giardino di famiglia. Con cura, con il rispetto dovuto, ma da padroni.

Lo ha fatto Totti, che a San Siro ha sfoderato alcune delle sue perle più luccicanti (su tutte il cucchiaio a Julio Cesar). Lo ha fatto e continua a farlo De Rossi, che in quello stadio ha vinto più di una volta. Da protagonista. Fornendo prestazioni maiuscole. Lo sta facendo Florenzi, che è tornato al gol dopo il lunghissimo stop proprio nella partita già giocata al Meazza (con il Milan). Nella stessa gara ha iniziato a farlo anche Pellegrini, autore di una prova maiuscola contro i rossoneri.

Domenica sera il primo sarà in tribuna, gli altri tre in campo, probabilmente tutti nella formazione titolare. Il numero 16 sta recuperando dal fastidio al polpaccio e già ieri è tornato in gruppo per non mancare. Di fronte ci sarà l'altra milanese, quella che contende alla Roma un piazzamento almeno sul podio del campionato, in attesa di tempi migliori. Entrambe vengono da momenti delicati, avari di risultati e sovraccarichi di polemiche. Ma i giallorossi hanno almeno uno stimolo in più: quella gara d'andata dominata per settanta minuti e improvvisamente virata contro. Con la complicità di una sfortuna quasi senza precedenti (tre pali colpiti a portiere battuto); e soprattutto della non premiata ditta Irrati-Orsato, coautori fra campo e Var del clamoroso mancato intervento sull'evidentissimo fallo da rigore di Skriniar su Perotti.

De Rossi era in campo. Come d'altra parte era presente nell'en plein della scorsa stagione. Proprio con l'Inter a San Siro sfoggiò una performance sontuosa. Il suo feeling con le grandi prestazioni al cospetto dei nerazzurri nasce da lontano. Lontanissimo. Dalla sua prima stagione da titolare a tutti gli effetti (2004/5), quella dei quattro allenatori in pochi mesi e di una squadra che sull'orlo del baratro si affida alla nidiata dei migliori ragazzi usciti dal vivaio di Trigoria. Fra i quali, appunto, Daniele. La sfida alla squadra che di lì a poco si avrebbe creato un ciclo sembra impari, ma la Roma pareggia 3-3 in rimonta. Il gol decisivo è siglato proprio da De Rossi, dopo la magistrale punizione di Totti che aveva accorciato le distanze. L'esultanza sotto la Sud è di quelle da ricordare: corsa senza freni in ogni senso, con tanto di maglia strappata da Dellas che tenta di tirarlo a sé per abbracciarlo. Invece Daniele corre, corre verso la sua Curva baciando la maglia, quasi pomiciando con lei, in preda a una foga senza eguali.

Non è soltanto la dichiarazione urlata al mondo di una passione già deflagrata. È anche la certificazione che quel biondino di Ostia non è spaventato dai match clou. Tutt'altro. Tanto che all'Inter farà male diverse altre volte. Per un totale di sei gol e tre assist vincenti. Due di queste sei reti valgono peraltro due trofei. Una nella finale di Coppa Italia di stampo tennistico (6-2 il finale in quel 9 maggio del 2007), nel cui primo quarto d'ora la Roma gioca a un due tre stella mandando ko la squadra di Mancini che ha appena fatto incetta di record con le firme dei suoi tre campioni del mondo. L'altra nella Supercoppa disputata a San Siro appena tre mesi dopo. Ancora marchiata a fuoco dai romani: la partita è bloccata, a poco più di dieci minuti dalla fine Totti conquista il rigore, ma il colpo subito non gli permette di calciarlo. Sul dischetto si presenta Daniele, che segna e manda in visibilio un settore ospiti pieno al punto da far sembrare il Meazza una succursale dell'Olimpico. La storia dimostra che De Rossi sa come si fa: la riscossa passa anche da lui.