La temperatura su Trigoria al fischio d'inizio della terza amichevole prestagionale segna 37 gradi. Al termine saranno un po' meno, non solo per la clemenza del venticello che s'apprezzava due ore dopo, ma anche per qualche brivido di troppo scorso sulle schiene dei difensori romanisti, nonostante un'altra partita giocata a senso unico stavolta però contro un avversario tosto e ben preparato, il Gubbio, società di Lega Pro ben allenata da mister Guidi, uno che fino a pochi mesi fa era sulla panchina dell'Under 19 azzurra che ha lasciato proprio per tentare la sua prima avventura nel calcio professionistico. La sua mano si vede e la Roma, soprattutto nel primo tempo, conosce così le sue prime difficoltà dopo due test contro squadre romane di serie D senza neanche un giorno di preparazione sulle gambe. Alla fine finisce 3-0 (la partita), ma in tre occasioni nel primo tempo il Gubbio poteva segnare e non l'ha fatto solo per la precipitazione dei suoi attaccanti.

Fonseca osserva tutto come al solito da lontano (sulla trequarti campo) e prende appunti, nelle scelte di formazione sparge qua e là indizi della Roma che verrà. Intanto Dzeko è il centravanti, il portoghese continua a dargli fiducia e il bosniaco continua ad impegnarsi come se il suo domani fosse solo giallorosso. Non segna, nei quarantacinque minuti in cui resta in campo peraltro con la fascia da capitano, ma lotta su tutti i palloni, si abbassa a costruire, tenta di rifinire, si fa spazio per tirare e per rendere più fluida la manovra, scende pure a difendere in fase di non possesso. Insomma c'è e forse davvero a Trigoria cominciano a pensare con convinzione che potrebbe essere lui il centravanti della Roma del prossimo anno.

Dall'altra parte, cominciando dal basso, stavolta non c'è Olsen tra i portieri: il primo tempo lo gioca Mirante, il secondo Pau Lopez, con l'ormai consueto carico di suggerimenti urlati forte, già in buon italiano. Tra i più continui "parlatori" vanno citati anche Florenzi che chiama tutti "papà" (magari in contrapposizione con la moda ormai imperante sui campi di calcio di chi si chiama indefessamente "bro", abbreviazione di fratello in inglese) e ovviamente Kolarov (che al termine di un'azione tambureggiante ha mancato un controllo e se l'è presa addirittura con Tonino Tempestilli, il dirigente responsabile di Trigoria, che peraltro ha visto solo cinque minuti di partita).
Contrariamente alle altre due volte, stavolta Fonseca s'è portato fra campo e panchina 24 elementi, non concedendo però neanche un minuto a Karsdorp e Coric (mentre Bouah e Veretout non sono stati neanche convocati, si sono allenati a parte), gestendo due centrali con trenta minuti a testa (Mancini e Capradossi) e regalando invece un'ora a Fazio e Jesus. Stavolta ha rimesso Florenzi e Santon nei loro ruoli naturali (un tempo da terzino a testa), presentando per la prima volta Diawara (buona prova da regista e tre ottimi tiri, al fianco di Cristante nel primo tempo), Zaniolo (trequartista centrale, finalmente, dietro Dzeko) e Kluivert (alto a sinistra nel secondo tempo, con Ünder a destra, Schick centrale e Antonucci a trequarti). Nel primo invece esterni alti sono stati Defrel (a dispetto di ogni cautela, visto che è in partenza) e Perotti.

I due registi della ripresa sono stati invece Pastore e Nzonzi: l'impegno non è mancato e il Flaco ha regalato anche squarci di gran calcio, anche se giocando praticamente da fermo. E alla fine ha segnato anche un gol su assist di Cengiz, con un controllo pregevole e un tocco morbido sul portiere. Nel primo tempo, quando il Gubbio era anche particolarmente brillante dal punto di vista atletico, la Roma ha corso anche qualche rischio in difesa. C'è da credere che il lavoro nell'organizzazione della fase di non possesso non sia stato ancora approfondito. Ma presto o tardi bisognerà cominciare.