AS Roma

Viva la Joya di essere romanisti

Dybala sbarca, resta, firma e torna al lavoro. In pochi giorni si delinea il suo futuro, ancora tutto giallorosso

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Fabrizio Pastore
12 Luglio 2026 - 06:00

Mettetela come vi pare, ma la scelta di Dybala per noi resta un atto di profondissimo romanismo. Acquisito peraltro, che a pensarci bene lo rende ancora più apprezzabile. Al confronto il celeberrimo “tenetevi il miliardo” di lucarelliana memoria impallidisce. Il livornese restava nella sua città, rinunciando appunto all’equivalente in lire di un milione attuale, per coronare il sogno di portare la squadra del cuore in Serie A (salvo poi lasciarla tempo dopo). Paulo appena due anni fa ha detto no ai petroldollari arabi che il suo ingaggio lo avrebbero triplicato. E oggi accetta di ridurlo di oltre un terzo. Due milioni per la prossima stagione, in cui fondamentalmente la Joya scommette su di sé più di quanto non faccia il Club, che pure lo ha ripreso per il bavero dietro spinta gasperiniana: l’opzione di rinnovo per l’anno successiva è legata al numero di presenze (da almeno 45 minuti) che l’argentino metterà in fila. Così come i bonus che dovrebbe percepire al di fuori dello stipendio. Tutto pur di restare alla Roma. Dove non è nato, non è cresciuto, è arrivato a carriera già abbondantemente inoltrata e (ancora) non ha sollevato alcun trofeo. Mettetevela come vi pare si diceva all’inizio, ma se non è un atto d’amore, poco ci manca.

Le obiezioni sono arcinote: fisicamente non dà garanzie; gioca poco; non avrebbe avuto offerte alte nei campionati che contano; è in là con gli anni; e tutto l’armamentario di ovvietà  ascoltate fin troppo a lungo nel quadriennio dybaliano. Alcuni dei punti sarebbero anche facilmente contestabili, ma nemmeno serve. Basta focalizzarsi su due concetti fondamentali: primo, a chiederne la permanenza - e ben prima del finale di campionato scoppiettante - è stato Gasperini. Con tutte le forze. Secondo, il romanismo che ha assorbito Paulo è evidente in ogni momento della sua avventura nella Capitale: dall’emozione trasparente sul suo volto per il primissimo bagno di folla al Colosseo Quadrato; alle lacrime di Budapest, dove pure prima delle scelleratezze di Taylor era per merito suo che avevamo accarezzato la coppa; ai messaggi nemmeno troppo criptici agli avversari nei derby; alla presenza costante al fianco dei compagni anche da infortunato; per finire con le vicende estive già citate, che oggi lo porteranno a guadagnare più o meno un decimo di quanto avrebbe messo in tasca altrove. La sua volontà di sposare questi colori al di là di ogni altra considerazione riguardante la carriera non può essere in discussione. Perlomeno non più.

Non lo è mai stata per Lorenzo Pellegrini, che da queste parti ha emesso i primi vagiti e mosso i primi passi. Anche su di lui qualcuno ha provato a buttare fango ben oltre la legittima critica di gioco, ma certo nessuno può dubitare della sua fede. Oggi più che mai. Come è ormai noto, anche l’uscita del numero 7 è stata frenata da Gasp. Prima l’estate scorsa, poi questa, col contratto da rifare. Al dunque Pelle ha accettato una sostanziale decurtazione dell’ingaggio. Ora si tratta sulla durata: due anni (come vorrebbe la società) contro i tre che chiede l’entourage del giocatore, arrivato a 30 anni all’ultimo accordo importante. Comunque al ribasso. Perché il cuore non si compra.

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