ASR TOP 11 #2 - La formazione ideale degli stranieri stregati dalla Lupa
Arrivati da lontano e ammaliati dal giallorosso, che penetra sotto la loro pelle. Campioni o gregari, con un comune denominatore: l'amore per la Roma, anche a carriera già finita
(GETTY IMAGES)
Premessa indispensabile: quello che vi proponiamo è soltanto un gioco, senza alcuna pretesa assolutistica. Vogliamo semplicemente creare tante (doppie) formazioni ideali divise per categorie, con qualche licenza tattica, pescando quanto più possibile nei 99 anni di storia della Roma (va da sé che alcuni faranno parte di più squadre, ad esempio Totti non può non essere nella top 11 dei romani e in quella dei fenomeni). L'intento è di rendere omaggio alla grandezza del Club e alle peculiarità che lo distinguono da tutti gli altri. I soli 22 giocatori individuati di volta in volta necessariamente ne terranno fuori molti altrettanto meritevoli, ma le scelte sono soggettive e di conseguenza emendabili. Mandateci le vostre al numero Whatsapp 351-3939337, scrivendo all'inizio del messaggio "ASR TOP 11 - Stranieri ma in patria".
Non chiamateli stranieri. Sì, d'accordo, i loro passaporti indicano che arrivano dai più remoti angoli del pianeta. Ma se nessuno sceglie dove nascere, non tutti scelgono dove vivere, loro hanno scelto a chi legarsi. Per sempre. Prendete Aldair, ad esempio. Bahiano di Ilheus (novemila chilometri circa dall'Urbe); difensore di sconfinata classe; un curriculum con la propria nazionale (la Seleçao, non una qualunque) da far impallidire mezzo mondo: un Mondiale vinto, uno sfumato all'ultimo atto, un bronzo olimpico, due Coppe America; un approccio al calcio europeo in grandissimo stile, con la finale di Coppa Campioni a cancellare un certo van Basten. Poi la Roma. E basta. Per tredici lunghi anni, dieci dei quali ad attendere lo Scudetto nemmeno fosse un reduce dell'83. E al passo d'addio, la scelta di andare al Genoa per non affrontarla mai.
E ancora oggi, diviso fra il suo Brasile e Roma. La sua Roma, dove resta diversi mesi l'anno. Dalla stessa terra arriva Falcao, che non può mancare a prescindere da una formazione simile, semplicemente perché è l'uomo che ha cambiato tutto. Intuendo da subito «la sofferenza di questa gente», dando merito nel giorno del trionfo più bello a chi era passato prima senza vivere la stessa gioia. O ancora Toninho Cerezo, un sorriso stampato in volto che non può non farlo amare, campione immenso, simbolo del calcio bailado, tre soli anni nella “squadra più forte che il mondo ha visto mai”, accarezzando solo però la vetta del mondo. E a distanza di un trentennio urlando al cielo che «Il cuore di Dio è giallorosso». Ma in un'ideale formazione di questo genere non può mancare anche chi quel Brasile lo ha fatto piangere: Alcide Ghiggia, l'eroe del Maracanazo, l'uomo che ha segnato il gol più pesante della storia del calcio. Ed è rimasto ben sette anni nella Capitale, quando di trofei nemmeno si parlava.
Iridato è stato pure Vincent Candela, proveniente dal Paese forse col più forte senso di identità nazionale in Europa, eppure trapiantato stabilmente a Roma senza nostalgia alcuna della sua Francia. Come romano è da decenni Zibì Boniek, che pure nella sua Polonia potrebbe fare il Premier per quanto è popolare. Rudi Voeller in Germania ci è tornato da monumento, ma quelli che ha lasciato da queste parti non li ha mai dimenticati, rispondendo “presente” anche nei momenti di difficoltà, spendendo sempre parole d'amore per quella gente che lo ha fatto volare.
Impossibile da parte romanista dimenticarsi di Julio Sergio, che ha giocato dolorante fino alle lacrime dopo essere stato eroe di un derby epico nella stagione della rimonta sfiorata. O di Juan e Burdisso: brasiliano serafico uno, argentino tignoso l'altro, così diversi eppure così uniti nel difendere questi colori. O di Zago campione d'Italia e giustiziere nelle sfide più sentite; di Mexes più Rugantino che francese; di Rudiger, che da lontano dedica ai romanisti le Champions vinte. O della splendida tempra guerriera di Nainggolan; dei giochi di prestigio e del cuore di Taddei; della grinta mascherata dai ricami di Pizarro; di Dzeko cigno elegante ma sangue caldo. Di Krieziu primo scudettato fuori confine, arrivato dall'Albania per frequentare l'Isef e diventato freccia in giallorosso, per 8 anni. E come al solito all'appello ne mancano tanti. Ma nessuno si senta escluso. La storia sono loro, da ogni nazione e continente, che sanno meglio di chiunque che tutte le strade portano a Roma. Sempre.
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