Quando una squadra con ambizioni di alta classifica incassa 48 gol in campionato, c'è poco da difendere. Ma soprattutto vuol dire che chi ne ha fatto parte ha difeso poco, o quantomeno male. Partendo dall'assunto che i numeri per quanto interpretabili sono poco confutabili, tutti i componenti del reparto hanno disputato buona parte della stagione al di sotto delle aspettative. Il dato diventa ancora più stridente se confrontato con quello di appena un anno prima, quando la stessa linea aveva costituito uno dei punti di forza della squadra.

All'analisi non sfugge nessuno, compreso Aleksandar Kolarov. O forse primo fra tutti il serbo, per ragioni di presenze. È lui lo stakanovista della Roma in Serie A: con ben 2.906 minuti disputati in 33 presenze è di gran lunga il giocatore più utilizzato della rosa nella stagione terminata poco più di dieci giorni fa. A conferma della sua insostituibilità, per Di Francesco come per Ranieri. Due infortuni e due turni di squalifica lo hanno tenuto fuori dal campo per cinque giornate, per il resto è sempre stato considerato indispensabile.

Tranne che nell'infausta trasferta di Bologna, quando viene schierato Marcano nell'inedito ruolo di esterno sinistro al suo posto. Nella singolare scelta tecnica pesa probabilmente uno degli errori più grossolani di Kolarov da quando veste la maglia della Roma: nella gara precedente in casa con il Chievo, lui e Jesus si fano buggerare in piena area da Stepinski, che completa una clamorosa doppia rimonta dei veronesi.

Dopo il ko al Dall'Ara i giallorossi sono in piena crisi e il serbo rientra: sono alle porte i due derby consecutivi contro le altre due squadre della regione e non è più tempo di esperimenti. Da quel momento in poi le doti balistiche di Aleksandar esplodono. Alla saetta col Frosinone che fissa il punteggio sul 4-0 finale fa seguito la splendida punizione che piega i biancocelesti, regala ai romanisti una delle rarissime gioie stagionali e porta ai massimi livelli la popolarità di Kolarov. L'esultanza senza freni da ex senza legami (in una partita giocata con una frattura al piede) sembra far sbocciare definitivamente l'amore fra lui e il popolo che ha a cuore i colori della Capitale. Ma è un'illusione che ha i tempi contati.

Il terzino continua a segnare con continuità: raddrizzando la sfida con l'Inter; illudendo a Cagliari prima di un'altra surreale rimonta subita; suonando la carica contro il Toro. Dagli undici metri è infallibile e quando la Roma ha qualche punizione a favore e lui sistema il pallone, i portieri avversari tremano. Eppure una dichiarazione durante una conferenza e una battuta infelice prima di una trasferta creano la frattura.

Lui non fa una piega, quasi a conferma di una fisiognomica da uomo che non deve chiedere mai. Le sue prestazioni ne risentono fino a un certo punto. Non è un fulmine di guerra in marcatura (se mai lo è stato), balbetta nelle partite in cui la difesa appare particolarmente svagata, ma sa dosare bene le energie quando si spinge in avanti e ha il piede sempre caldo al tiro. Ulteriori firme le appone nelle vittorie con Chievo e Bologna. I compagni continuano a cercarlo con insistenza, ma nel passaggio da un tecnico all'altro la sua "singolare centralità" nel gioco - esterno e al tempo stesso regista aggiunto - decade, o comunque si affievolisce.

Kolarov chiude la stagione con otto gol all'attivo, segnando anche nel ritorno col Cagliari, l'ultima partita dell'illusione Champions prima del pari di Genova. Ma le delusioni stagionali sono anche le sue.