In piedi. Tutti e sessantaduemilatrecentoquattro. Più chissà quante altre centinaia di migliaia fuori dallo stadio. Omaggio minimo a una storia immensa, mentre la terra cominciava a mancare sotto quei piedi e in ginocchio c'era un gigante che la baciava. Nessuno scambio di ruoli, semplicemente il naturale sfociare di un'identificazione perenne fra De Rossi e la sua gente. «Il nostro io in campo» recitava uno dei tanti striscioni che gli sono stati dedicati domenica sera, quando durante la partita l'attenzione era tutta catalizzata da lui e ogni suo tocco di palla era sottolineato da applausi e le immancabili scivolate da veri e propri boati.

La gara seguita come cornice di un evento al quale tutti hanno voluto assistere, senza averne davvero voglia. Sperando anzi di differirlo nel tempo il più possibile, privo di ragioni com'è ancora adesso. La prima e forse unica distonia fra il Capitano e i tifosi è stata nelle reazioni. Almeno quelle apparenti, visibili. Quando a uno stadio in lacrime ha fatto da contraltare il sorriso di Daniele. Come se in quel momento fosse stato lui a caricarsi sulle spalle tutti, a consolare ognuno dei presenti. Che è poi un gesto usuale, quasi quotidiano, della sua intera carriera.

Il sostegno a chi lo ha sostenuto. Un supporto esteso anche ai compagni, in modo particolare quelli che attraversavano momenti difficili, tanto da essere sempre stato considerato un leader naturale, ben prima di indossare la fascia. Al di sopra di ogni sospetto, le recentissime parole di Totti: «Era un Capitano già quando c'ero io». Sembra una vita fa, invece sono soltanto due anni che due esistenze quasi simbiotiche hanno avuto il primo distacco.

Quel giorno fu De Rossi a commuoversi, mentre consegnava la targa celebrativa al Dieci. Domenica i ruoli si sono invertiti e l'unico momento di cedimento di Daniele, in quel giro di campo finale col sorriso come costante, è stato proprio nell'abbraccio con Francesco. La mano a riparare da obiettivi indiscreti sguardi e sentimenti, troppo intimi per essere condivisi. Uno dei gesti più romanisti di sempre, in un'esplosione di romanismo, con Bruno Conti in lacrime alle loro spalle e poco più in là un Ranieri mai visto così provato, con chi è chiamato a raccogliere il testimone, oggi, domani e dopodomani: Florenzi, Pellegrini e Riccardi. Poco prima il tecnico aveva chiamato a sé loro tre quando ha voluto unire le generazioni romaniste in quel drappello nel saluto a Daniele.

Nella sua lettera del giorno prima aveva citato proprio Alessandro come prossimo anello di congiunzione: «La fascia l'ho ricevuta dalle mani di un fratello, la riconsegno con rispetto a un altro fratello che sono sicuro ne sia altrettanto degno». Come avesse assorbito il messaggio al momento della consegna reale, da quel momento Florenzi ha moltiplicato le forze. E lo stesso Pellegrini ha disputato una delle sue migliori gare, trovando anche il gol del vantaggio, proprio come De Rossi aveva segnato a Cesena nel giorno del suo esordio in Serie A.

E in quello dell'addio di Totti. Storie di magia tutta romanista. La continuità nel segno dell'identità. L'orgoglio del senso di appartenenza rappresentato da quel sorriso di Daniele. A una storia unica, maiuscola, densa di emozioni difficilmente comprensibili altrove e che nessun contratto non rinnovato può strappare. Nessuna scelta scellerata può levare. Nessun glaciale tweet può raffreddare. Come si può anche solo pensare di spegnere la luce nello sguardo del Capitano e del figlio sulle sue spalle sotto la Sud? Entrambi con sciarpa della Roma al collo, accompagnati da Sarah, Olivia e Gaia.

Tutte con la maglia numero 16, scelta proprio in onore di Gaia che le lacrime non le ha trattenute, ispirando uno dei gesti più teneri della serata: le dita di Daniele ad asciugare quel rigo sulla guancia che non voleva saperne di confondersi con la pioggia. Ha consolato la primogenita come gli altri sessantamila: col sorriso dei forti, che è diventato smagliante quando è passato sotto lo spicchio di Monte Mario occupato dai figli degli amici più cari, coperti dagli impermeabili mentre hanno spiegato lo striscione in suo onore: «Zio sei il nostro eroe», con tanto di «16» finale e impronte giallorosse.

Da quel momento è stato un tripudio di baci: alla famiglia, ai tifosi, a sciarpe e cappelli lanciati dagli spalti: torneranno utili quando sarà tempo di andare nel settore a tifare. Il bacio è l'atto d'amore che ha accompagnato tutta la sua storia. Ogni gol, ogni esultanza, ogni risposta agli insulti ricevuti dalle curve avversarie. E l'arrivederci al suo popolo, quel legame che nessuno gli potrà mai levare.

Nemmeno in una sera di pioggia di primavera travestita da inverno. Quando nessuna lacrima andrà perduta nella pioggia. E il vento tornerà a soffiare dalla parte giusta.