Mauro Bencivenga ci risponde dalla macchina, direzione aeroporto: è andato a prendere un amico. «Giovanni Marongiu. Classe 1950, giovanili con la Fiorentina, nel 1968-69, abbiamo giocato insieme, con Bari e Torres». Ma, più che per la carriera di calciatore, nelle serie minori, Bencivenga è conosciuto come maestro di calcio. E come l'uomo che ha creato il De Rossi calciatore.

Mister, il suo ex allievo in conferenza ha detto: "Io a 14-15 non ero così forte. Non pensavo che avrei fatto questa carriera".
«Non l'ho sentita in diretta la conferenza, perché ero in macchina. Però è vero...»

Ci racconti.
«Intanto mi faccia dire che sono molto triste, che Daniele lasci. La notizia l'avevo sentita al telegiornale, e mi è venuta veramente una grande malinconia. Gli ho scritto un messaggio, un'oretta fa...».

Ha dichiarato che da questa mattina gliene saranno arrivati almeno 500...
«Non è un problema, lo chiamerò con calma. Quando la situazione sarà più tranquilla. Voglio capire cosa è successo, come si è arrivati a questa situazione».

Daniele ha sempre detto che lei è stato decisivo, nel suo percorso professionale.
«Ogni tanto ci sentiamo, per messaggio. Spesso gli scrivo dopo le partite. Ma di persona è un po' che non ci vediamo. Dovevamo fare una cena con gli ex compagni delle giovanili, poi è saltata. Una delle ultime volte in cui l'ho visto è stato alla presentazione del libro su di lui del vostro direttore ("Il mare di Roma", ndr). Eravamo in un teatro, mi sembra: io ero seduto in prima fila, e lui, dal palco, mi ha indicato: "Vedete, quella persona è quella che mi ha cambiato la carriera". E tutto il teatro si è girato a guardarmi. È stato emozionante. L'ho abbracciato come un padre con un figlio».

Non si è mai dimenticato.
«Lui fa la sua vita, ed è inevitabile che sia difficile rivedersi. Le vite fanno i loro percorsi. Ma ogni tanto ci sentiamo. E l'ultima volta, un paio di mesi fa, prima dell'ultima ricaduta, mi ha detto che aveva voglia di rinnovare, e giocare un altro anno. E io gli ho detto che uno come lui deve farlo solo se si sente in grado di essere ancora protagonista, con la dignità che ha sempre avuto. E lui era d'accordo, ovviamente. Abbiamo un bel rapporto, molto forte, anche se ci vediamo poco. D'altronde siamo amici anche io e Alberto, suo padre: nel 1999, a Catania, vincemmo due scudetti in due giorni. Io al Cibali, di sabato, con Zeman che venne a vedere la partita, dopo tutte le partitelle del giovedì che aveva fatto contro i miei Allievi, e lui la domenica mattina, con i Giovanissimi. Io con gli '82, un gruppo fortissimo, con D'Agostino, Lanzaro, Amelia, Tulli, Bonanni, Morini, lui con gli '84, con Aquilani, Ferronetti, Corvia... Daniele quell'anno stava con gli Allievi Regionali, classe '83: l'unico che giocava sotto età con me, di quel gruppo era Cesare Bovo. Che per me, con quell'aria sempre un po' triste, era fortissimo: bravo di testa, di piede, col destro e col sinistro, difendeva e impostava: ha giocato a lungo in Serie A, ma poteva fare una carriera ancora migliore».

E poi l'anno dopo...
«Avrei dovuto fare la Primavera, ma saltò all'ultimo. Bruno Conti mi chiamò per scusarsi, ma non era colpa sua, c'erano altre cose dietro. Comunque, l'anno dopo feci un'altra stagione con gli Allievi. I classe 1983, quelli di Daniele».

Che non giocava...
«All'inizio no. Giocava Tinazzi, era anche il capitano. Un roscetto, molto bravo, era un bel centrocampista. Ma temo che ce l'abbia un po' con me, che ci sia rimasto male perché lanciando De Rossi, alle fine gli ho tolto spazio. Ma quell'anno giocarono entrambi: De Rossi, che cominciai a mettere dopo una decina di partite, mediano, davanti alla difesa, e lui mezzala. Il posto Tinazzi lo perse l'anno dopo, in Primavera, quando davanti a De Rossi, in una sorta di 3-5-2, come mezzali c'erano D'Agostino e il portoghese Ednilson. Più Aquilani, sotto età».

Cosa la colpì di De Rossi?
«Ha fatto dei miglioramenti incredibili. Sinceramente io non mi aspettavo da lui una carriera così. Non mi aspettavo che diventasse Campione del Mondo. Ma il merito è tutto suo. Non giocava con me, e non giocava sempre neppure con Ugolotti, negli Allievi Regionali. Che quando me ne parlava, non me lo aveva mai descritto con particolare entusiasmo. Ma aveva carattere, lo ha sempre avuto. Si metteva in prima fila, mi faceva vedere come si allenava, quanto correva, quanto si impegnava. Io ero amico del padre, e quando lo vidi nei primi allenamenti, pensai: "Qui non è aria...". Ma Alberto non si è mai permesso di dirmi una parola, quando non giocava. Ogni tanto, al massimo, mi chiedeva come stava andando, e io gli rispondevo che era piuttosto indietro. Io non guardavo in faccia nessuno, ma poi, piano piano, a forza di impegno e miglioramenti, Daniele ho iniziato a metterlo. Prima mezzala, poi mediano. Negli Allievi e in Primavera».

In Primavera l'ha allenato un solo anno. Il primo, quello decisivo. Però l'anno dopo era nello staff della prima squadra.
«C'era Fabio Capello. In prima squadra vedevano più Aquilani, io gli spiegavo che erano due giocatori diversi. E che per me Daniele era già pronto. Capello mi chiedeva dei giovani, e un po' mi prendeva in giro. Mi diceva: "Per te i giovani sono tutti bravi...". Forse aveva ragione, forse li vedevo in un'ottica diversa, dopo averli allenati. E di De Rossi io ero innamorato. Però il mister mi ascoltava, alla fine. Mi stimava, e mi voleva bene. E un giorno, riferendosi a Daniele, mi disse: "Alla prossima lo faccio esordire, il tuo cavallo". Fu come un'esplosione di gioia. Come vedergli segnare quel gol fantastico, col Torino, il suo primo in serie A. Tirò una bomba...».

Un ricordo particolare?
«Un Roma-Reggina, con la Primavera. Ero squalificato, stavo a bordo piscina, a Trigoria: in panchina c'era Tancredi. Perdevamo in casa, venne Capello, e mi urlò cosa stessi facendo lì. Di andare dietro la panchina, e farmi sentire. Lo feci, e Daniele segnò il 3-3, di testa, su cross di Farina, all'ultimo minuto. E tutta la squadra venne a festeggiarmi».

Mister, cosa fa oggi?
«Gestisco due scuole calcio, una a Casalpalocco, e una a Guidonia. Con mia figlia, che è laureata in scienze motorie, e David Di Michele, l'ex attaccante di Lecce e Salernitana. Siamo dello stesso paese, Villalba, lo avevo scoperto da bambino, ai Giochi della Gioventù: una maestra mia amica mi chiese di venire ad arbitrare una partitella, e c'era questo bambino che faceva numeri da fenomeno».

Classe 1976, come Totti, ha smesso da tempo. E ora De Rossi lascia la Roma. Non è che comincia a sentirsi vecchio?
«Eh sì. E sono un sentimentale, ormai: mi commuovo con grande facilità. E pensare che da allenatore ero cattivissimo. Urlavo, urlavo forte. Una volta, stavo allenando su campo Testaccio, e c'era la prima squadra sul campo A. Mazzone mandò da me Fabbri, un dirigente: "Ha detto il mister se può urlare un po' più piano...". Urlavo ai miei ragazzi, ma per farli crescere. E poi me li abbracciavo, mi scusavo. A Daniele urlavo tantissimo, ma lui non se la prendeva mai. Sempre allegro, con quel suo bellissimo sorriso. Volevo che fosse più veloce, di movimenti e di testa. Gli urlavo, ma lui non si è mai offeso. Una volta mi scusai per messaggio, anni dopo. E lui mi rispose: "Ma scusa di che, mister? Se non era per lei io neanche all'Ostiamare avrei giocato..."