Non si tratta di recriminare, né di lasciarsi andare a (fin troppo facili) complottismi: è un episodio che risale a trentotto anni fa e come tale va considerato. Il fatto è che per una vita i romanisti si sono sentiti prendere in giro con quello slogan che, nella testa di chi lo recitava in un malriuscito romanesco, vorrebbe essere una presa in giro. In realtà è la constatazione di una realtà: «Er go' de Turone era bbonoooo!», ripetono ridendo a distanza di tanti anni. Ebbene sì, lo era, c'è poco altro da dire. Era «bbono», eccome, mica come quell'accento romano che tanti cercano di scimmiottare. Era «bbono» perché il signore che sedeva in panchina contro di noi domenica scorsa, Cesare Prandelli - che all'epoca vestiva la maglia a strisce zebrate - teneva in gioco Maurizio, alias Ramon, Turone. L'attuale tecnico del Genoa prova a contrastare Pruzzo che svetta di testa all'altezza del dischetto, mentre il difensore romanista (che sta accorrendo) è dietro il dischetto. Punto.

E a poco servono eminenti studi ingegneristici, proiezioni ortogonali capovolte, analisi di parametri x, y e z, parallassi e trigonometria, che qualcuno ha ritirato fuori di recente. E poi dicono ai romanisti che è il loro chiodo fisso, quel gol. Eppure vi fanno ricorso ogni volta che cerchi di elencare le "stranezze" (chiamiamole così) accadute quando in campo c'è la Vecchia Signora. Iniziano a sgranare il loro antiquato rosario di «er go' de Turone era bbono», «Iuliano-Ronaldo era fallo, rigore, espulsione e radiazione dal calcio», «il pallone di Muntari era entrato di otto metri». Esagerano, ma stanno più o meno ammettendo ciò che tutti sanno. La buttano in caciara e sghignazzano, come di solito fanno sempre i potenti di fronte alle ingiustizie riservate a chi potente come loro non è.
È quasi superfluo raccontare quanto accaduto il 10 maggio 1981 al Comunale di Torino: la Roma è seconda in classifica, a -1 dalla Juve, e ha l'opportunità di scavalcarla. In campo se le danno di santa ragione - come uso e costume dell'epoca -, Furino viene espulso - comunque troppo tardi -, alla mezz'ora del secondo tempo l'episodio incriminato. Turone segna in tuffo sulla sponda di Pruzzo e corre con le braccia al cielo: ha un che di mistico, quell'esultanza interrotta, quel grido che resta strozzato in gola, quella gioia che si tramuta in incredulità, le braccia che vanno dal cielo all'indirizzo del guardalinee con la bandierina su. È un ritratto che non avrebbe nulla da invidiare all'urlo di Tardelli in Italia-Germania, se non venisse congelato sul più bello.

Sì, era «bbono», come ci dicono sghignazzando da una vita. E il fatto che siano passati quasi quarant'anni non lo rende meno «bbono». E magari sarà anche ridicolo continuare a ribadirlo, ma riaffermare la verità non è mai superfluo. Ben più ridicolo è che ancora oggi cerchino di convincerci del contrario chiamando in causa la Nasa e la Cia. Questo sì, sa tanto di un episodio di "Ai confini della realtà". Il più inquietante di tutti.