L'intervista

Piccareta: «Volpato ha personalità, sentiremo parlare di Faticanti e Pisilli»

L'allenatore: «Cristian dopo il gol voleva la palla: molti si sarebbero accontentati. Bove è il ragazzo che vorresti che tua figlia sposasse: quanto è forte lo noti quando manca»

Fabrizio Piccareta, ex allenatore delle giovanili della Roma, di Mancini

Fabrizio Piccareta, ex allenatore delle giovanili della Roma, di Mancini

21 Febbraio 2022 - 10:38

Viene da Genova Fabrizio Piccareta, città di navigatori e giramondo, e seguendo gli Inter Campus aveva girato i sette mari, dalla Cina alla Colombia, dalla Cambogia a Cuba, passando per l'Iran, con esperienze da secondo in Portogallo e Inghilterra. Cinque anni fa venne contattato su LinkedIn da una scuola calcio in Australia: accettò, salvo poi declinare, perché l'offerta dell'Inter Turku, in Finlandia, lo attraeva di più. L'australiano non se la prese, rimasero in buoni rapporti, e qualche anno dopo, quando Piccareta era diventato allenatore della Roma Under 17, lo chiamò per dirgli che aveva un ragazzo davvero bravo. Un anno e mezzo dopo mister Piccareta ha fatto la sua seconda finale scudetto, proprio contro la squadra della sua città, l'ha vinta, e a quel punto è salpato in cerca di altre sfide, approdando a Ferrara, per guidare la Spal Primavera. Che però aveva una rosa decisamente meno importante di quella che aveva ben figurato l'anno prima con Scurto in panchina, e i risultati non arrivavano. «E così il 3 febbraio, proprio nel giorno in cui i miei ragazzi, i 2004 della Roma con cui avevo appena vinto lo scudetto, sono venuti a Ferrara per sfidare la Spal U18 (battendola 5-0, ndr) mi è stato notificato l'esonero. Li sarei andato a vedere, a salutare, sarebbe stata una giornata di festa».

E così era a casa sua, a Genova, davanti alla tv, per Roma-Verona. Immaginava che potesse succedere quel che è successo?
«A dire il vero ero davanti alla tv anche per Roma-Milan Primavera, qualche ora prima. Ma anche la Roma di Mourinho la guardo sempre volentieri. Un po' perché dopo tre splendidi anni a Trigoria un legame si è creato, un po' perché in panchina ci sono molti dei miei ragazzi, e spero sempre che qualcuno possa entrare».

Bove e Zalewski li ha allenati. Ma Volpato, che oltre a entrare ha segnato un gran gol al primo tiro in serie A, non sarebbe alla Roma senza di lei.
«Un colpo di fortuna. E devo dire grazie anche a due osservatori della Roma, Giuseppe Stasio e Bruno Banal. Oltre, ovviamente, al mio amico Tony Basha, dell'Australasian Soccer Academy, che qualche anno prima mi aveva offerto un lavoro. Alla fine non sono andato, ma siamo rimasti in contatto, ci sentiamo spesso, è venuto a Roma una settimana, per vedere i miei allenamenti a Trigoria. Il primo messaggio, quando Cristian ha segnato, è stato il suo. E pensare che su Dazn hanno detto che la Roma lo aveva scoperto in un torneo in Malesia...».

Le giovanili della Roma non hanno fatto tornei in Malesia.
«Appunto. E comunque Volpato è arrivato perché Basha mi ha parlato di lui, e mi ha chiesto di vederlo. Gli ho chiesto di mandarmi un video, ma non ce l'aveva. O meglio, non aveva il video di una partita, perché la sua è un'academy, si fa miglioramento tecnico, ma non sono iscritti a nessun campionato. E quindi non ha trovato partite da mostrarmi: mi ha mandato dei video con delle esercitazioni».

Quindi quello che ha impattato in quel modo alla seconda partita in serie A, fino a due anni fa non giocava a calcio?
«Esatto. Si allenava e basta. E infatti non ha mai giocato con le nazionali giovanili australiane, e quando aveva fatto dei provini in patria, lo avevano scartato. Però da quei video, si capiva che ci sapeva fare. Calciava con grandissima naturalezza, sempre all'incrocio».

Ma non poteva bastare.
«No. Non potevo segnalarlo per quei video. Però aveva dei parenti a Roma, venne, me lo presentarono. Era sotto Natale, noi avevamo già sospeso gli allenamenti. Banal chiamò il Trastevere, e gli organizzò qualche allenamento con la Juniores. C'era un'amichevole, neppure lo fecero giocare. Entrò un quarto d'ora, fece 3 gol. E Stasio, andato a vedere quella partita, mi chiamò e mi disse che per lui quel ragazzo aveva delle doti. Che gli ricordava Ilicic, anche come movenze. A quel punto chiamai De Sanctis. Alla ripresa degli allenamenti lo portammo con noi: una settimana e decidemmo di tesserarlo».

Quindi, a Trigoria, si capì subito che il ragazzo aveva doti fuori dal comune, e venne tesserato. Lo capimmo subito anche noi della stampa, vedendo il suo esordio, contro il Perugia.
«Ci volle qualche settimana per tesseramento e transfer internazionale, era il 23 febbraio: tra quella gara e il suo primo gol in serie A non sono passati neppure due anni. E non li ha neppure passati tutti a giocare, quei due anni, visto che con la mia Under 17 giocò solamente quella gara e quella dopo, poi il Covid fermò la stagione. La serie A riprese, le giovanili no: tornò in campo solamente l'anno dopo, con l'Under 18. Categoria in cui, peraltro, neppure giocava sempre».

Di Volpato si dice che si senta già bravo. E che qualche esclusione possa avergli fatto bene.
«Mah, non lo so. Lui è cresciuto sostanzialmente giocando da solo. Le sue dinamiche di gioco nascono così: certo, a volte può sembrare uno che gioca meno con la squadra. Ma per me è una questione di personalità, più che di egoismo: è uno che vuole determinare. Non è presunzione, ma consapevolezza nei propri mezzi. Basta vedere la partita di sabato con il Verona: dopo aver fatto gol, continuava a muoversi, a smarcarsi per farsi dare palla. E ci vuole personalità per andare a farsi dare palla da gente come Pellegrini e Veretout. Le stesse cose le faceva con noi, sin dai primi allenamenti, quando era appena arrivato. Il tutto, dopo aver fatto gol praticamente al primo pallone. Un ragazzo di 18 anni, che segna dopo 2-3' in serie A, pure se nel resto della partita non dovesse combinare più nulla, sarebbe comunque in prima pagina, il giorno dopo. Ma lui, invece di accontentarsi, come magari avrebbero fatto molti nella sua situazione, cercava di smarcarsi, di farsi dare palla, per fare qualche altra cosa».

Tutte cose che però non si potevano vedere in quei filmati che le avevano mandato, in cui c'erano solamente tiri in porta.
«Vero... però se uno sa calciare in quel modo, se ogni volta la piazza all'incrocio, qualcosa vuol dire. Almeno che vale la pena provarlo. Poi aveva una fisicità importante, non era uno di quei fantasisti piccoli e leggerini: era alto, slanciato».

Nelle giovanili ha sempre fatto il trequartista. Sarà quello il suo ruolo anche in futuro?
«Non bisogna essere troppo legati a un ruolo. Ma è chiaro che con le sue caratteristiche l'ideale è quello che gli ha chiesto Mourinho: muoversi tra le linee. Il massimo, per uno che ha tiro in porta, ultimo passaggio, dribbling, e che sa sempre crearti superiorità numerica. Per togliergli la tendenza a essere troppo individualista, nella seconda gara con l'U17, a Cosenza, lo schierai tra i due davanti alla difesa, in un 4-2-3-1. Sapevo benissimo che il suo ruolo non era quello, che avrebbe avuto difficoltà, forse pure che avrebbe giocato male, ma volevo fargli capire che in altre posizioni i tempi di gioco cambiano, e non può sempre pensare a dribblare, deve anche giocare sul corto. Per me è un trequartista, ma secondo me con le sue qualità, lavorandoci un po', potrà diventare un interno di centrocampo, magari di quelli che ogni tanto si sganciano, e vanno a rompere gli equilibri nella metà campo avversaria. Ha anche un bel dribbling in corsa, nello spazio aperto, non solo nello stretto, anche se non va ingabbiato in cose troppo schematiche. Non lo vedo punta: per me non è un giocatore che può giocare spalle alla porta, tornerebbe sempre indietro a prendere palla. È uno che deve vedere il campo in avanti, e toccare molti palloni: la personalità c'è».

Zalewski invece in che ruolo lo vede, in futuro?
«Zalewski e Bove non andavano certo scoperti con il Verona. Io li ho allenati in Under 17, e mi hanno dato tantissimo. Era il mio primo anno alla Roma, ma mi sono trovato subito un gruppo, quello dei 2002, con qualità straordinarie. Bove e Zalewski giocano nella Roma, ma in A ci sono pure Cancellieri e Ciervo. Milanese oltre a segnare in Europa League ha già 20 presenze in serie B, pure Tripi lo scorso anno aveva esordito in Coppa. Al primo torneo che feci con la Roma, ad agosto, a Modena, il "Nardino Previdi" c'era anche Calafiori, che poi salì in Primavera: perdemmo in finale, con un'Atalanta fortissima, c'era pure Diallo Traoré, che poi è andato al Manchester United».

Difficile anche metterli in campo insieme, tutti quei talenti.
«Dovevo trovare il modo di schierare insieme Zalewski e Milanese, che avevano caratteristiche simili. Milanese partiva mezzala, Zalewski da esterno, nel 4-3-3, tutti e due sullo stesso lato, a sinistra. Io gli dicevo che quando uno veniva verso il campo l'altro doveva aprirsi verso l'esterno, e che dovevano decidere loro chi faceva cosa. E decidevano sempre bene. Ma per me Zalewski da grande farà la mezzala: come Volpato è uno che deve sentirsi al centro del gioco, toccare tanti palloni, più ne tocca e più sale il livello della sua prestazione. Non è altissimo, ma colma un minimo gap fisico con la sua intelligenza e la sua qualità: tecnicamente è straordinario, e fa sempre le scelte giuste. Tanto che lo convocarono nella nazionale polacca per giocare il Mondiale Under 20: un 2002, in mezzo ai classe 1999. Col Verona l'ho visto giocare a tutta fascia, in certi momenti faceva il terzino, ripiegava facendosi cinquanta metri di corsa, e poi ripartiva. Segue le direttive del suo allenatore, anche se certe cose non era solito farle. Ma se te lo chiede Mourinho fai qualunque cosa: lo faceva pure Eto'o, il terzino... Ha fatto una grande gara: se gli altri non avessero segnato, si parlerebbe molto più di lui».

Quello di Bove era un gol di un'intelligenza rara.
«Non casuale, ovviamente: ha alzato la testa, visto lo spazio, e ci ha tirato. Lui è uno di quelli che ti accorgi quanto è forte quando non c'è: si nota la differenza. Andammo a fare un torneo in Qatar, l'Alkass Cup, con le squadre più forti del mondo, il Real Madrid, il Paris Saint-Germain, e lui fu votato tra i migliori della manifestazione. Un leader, un giocatore che ha intelligenza e forza, un centrocampista moderno. E poi è un ragazzo straordinario, che viene da una famiglia perfetta. Uno di quelli che vorresti sposassero tua figlia: e lo dico da papà, anche se le mie figlie ormai sono grandi. Lui come Tripi: ragazzi perfetti, studiosi, educati. Si è visto anche dall'intervista che Bove ha fatto dopo la partita, parla già come un giocatore navigato. E poi quell'anno, in Under 17, mi fece tipo 15 gol, giocando mezzala destra: meglio di lui solo Cancellieri, che partiva qualche metro avanti, e che nelle prime 11 ne fece 14...».

Ha allenato i 2002, i 2003 e i 2004, praticamente tutta l'attuale Primavera. Chi sarà il prossimo ad andare coi grandi? Sabato Faticanti ha sbloccato con un gol da giocatore vero...
«L'ho visto, tanta roba... Ma Faticanti è un quarantenne nel corpo di un 16enne. Ce ne sono tanti di giocatori molto forti in quel gruppo con cui abbiamo vinto lo scudetto, e lui era il capitano. E due di loro erano in panchina sabato, Missori e Mastrantonio. Il primo ha già esordito con la Roma: è un terzino destro, ma è un giocatore talmente completo che per me è sprecato in quel ruolo, finirà in mezzo al campo. Mastrantonio non ha vinto lo scudetto perché era già in Primavera, ma ce l'avevo l'anno prima: giocava sotto età con i 2003, era il portiere titolare, con Baldi riserva, che ho visto esordire bene, prendendo fiducia col passare dei minuti, sabato con il Milan. Gara in cui ha segnato un gran bel gol Padula, un altro che è cresciuto tanto. In panchina c'era Falasca, uno di cui si parla poco: un ragazzo sempre positivo, un esempio di professionalità e serietà oltre che un terzino sinistro di grande prospettiva. E ha giocato uno spezzone Pisilli, un centrocampista che sa fare tutto: tra due anni parleremo del suo esordio in serie A».

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