La tendenza, ormai, appare chiara. Ce lo hanno chiarito le ultime sessioni di mercato. Ce lo sta confermando, partita dopo partita, lo Special One. Che nel suo, e della società, progetto triennale, sta provando a costruire una Roma con un'anima da Premier. Forse perché è il campionato senza ombra di dubbio più competitivo del pianeta e non è stato certo un caso che i giocatori arrivati qui dalla perfida Albione, abbiano sempre o quasi lasciato il segno. Forse perché una certa e importante parte della carriera, il portoghese l'ha vissuta, vincendo assai, nel regno di Elisabetta, prendendo atto che, da quelle parti, dove i soldi non mancano, si gioca un calcio diverso e spesso vincente. Forse perché conoscenze e rapporti sono migliori dall'altra parte della Manica rispetto ad altre parti dell'Europa e del mondo. Forse quello che vi pare, sta di fatto che questa Roma che vuole tornare a essere protagonista, parla sempre di più a lingua di Shakespeare, nella convinzione che per tornare a vincere, c'è bisogno di giocatori che abbiano la confidenza necessaria con il concetto di giocare per vincere.
Prendete oggi pomeriggio, ore quindici, stadio Olimpico, contro un Genoa che è stato ribaltato nel mercato, dall'allenatore a gran parte della rosa. Due forse tre inglesi in campo: Smalling punto di riferimento della linea difensiva, Abraham l'imprescindibile del reparto offensivo, forse Maitland-Niles sulla fascia sinistra dove sicuramente uno spezzone di partita lo giocherà. E poi Mkhitaryan che in Premier tra Arsenal e Manchester United più di qualcosa ha metabolizzato, e pure Rui Patricio tra i pali che con il Wolverhampton ha scoperto l'effetto che fa confrontarsi nel campionato sicuramente più competitivo del pianeta. Volendo esagerare si potrebbe aggiungere anche il nome di Jordan Veretout che nel suo passato prima che sbarcasse in Italia, ha avuto un'esperienza con la maglia dell'Aston Villa. Per esagerare, comunque, basta il nome di Josè Mourinho che ha attraversato la Manica per allenare Chelsea, Manchester United e Tottenham e dove, ancora oggi, viene seguito con un'attenzione quotidiana riservata soltanto ai numero uno. Del resto, da quelle parti, ha vinto otto trofei con il Chelsea (tre campionati, tre coppe di Lega, una Fa Cup, una Supercoppa) e tre con l'United (una Europa League, una coppa di Lega, una Supercoppa), prendendo ancora maggiore confidenza con il piacere della vittoria che prima il Porto e poi l'Inter gli avevano fatto scoprire.
Forse è proprio per questo che nella sua costruzione di una Roma che in tre anni vuole riportare a scoprire l'effetto che fa alzare un trofeo al cielo, Mourinho sta provando a trasferire il dna del calcio inglese. Quando è arrivato da queste parti, italiani a parte, ha trovato un'anima spagnola. Anima che conosce bene visto che per tre stagioni si è seduto sulla panchina del Real (vincendo tre trofei pure lì), ma è possibile che quelle tre stagioni lo abbiano convinto che, per il suo senso del calcio, l'estetica dei calciatori spagnoli poteva risultare meno pratica di quella di chi ha frequentato il calcio inglese. Ce ne erano cinque di spagnoli, Pau Lopez, Pedro, Villar e Borja Mayoral sono stati già salutati, per Carles Perez probabilmente è soltanto questione di tempo. E allora, quando Dzeko ha detto me ne vado, spazio ad Abraham. E quando c'è stato bisogno di prendere un esterno basso benvenuto Maitland-Niles. E ancora, fiducia a Smalling, il difensore ideale a cui consegnare il ruolo di leader difensivo, così come fiducia a Mkhitaryan al quale, quando è arrivato, gli ha spiegato che i trascorsi comuni al Manchester doveva considerarli soltanto passato. E, infine, sapendo che il primo ruolo da sistemare era quello del portiere, prendetemi Rui Patricio. Sì, portoghese, ma con un'anima da Premier. Quella che Mou vuole per la sua Roma, a partire da oggi contro il Genoa.