Che ci sia stato o meno un chiarimento tra Cristante e Dzeko dopo l'evidente lite durante Fiorentina-Roma di Coppa Italia, ieri a Trigoria tra i due era tornato il sereno. Cose di campo, si dice. Che chi era presente al Franchi conferma davvero sopite a fine gara, visto che i due erano abbattuti come il resto della squadra dopo la debacle per 7-1 in casa dei viola ma in pace tra loro. Non che non si possa litigare ogni tanto con un amico o un collega. Ma quando gli episodi si ripetono è un sintomo che non si può non stigmatizzare. Se non altro perché Edin Dzeko, uno dei simboli della Roma recente, arrivato nella Capitale come top player, tale si è dimostrato a suon di gol. Decisivi. E tale alla Roma serve. Ma se la frustrazione del campione prende il sopravvento così spesso, l'effetto è quello di un disco rotto. Un po' come la Roma.
La squadra s'incarta su se stessa dall'inizio della stagione. Una recidività scientifica, quella della banda Di Francesco, che genera enorme frustrazione tra i tifosi. Ma soprattutto, o di riflesso, tra i giocatori più rappresentativi, che vorrebbero vincere. Trofei. Obiettivo caro a Dzeko, che con un solo anno ancora di contratto (e al momento sembra difficile prolungare) in una città dove si trova meravigliosamente vorrebbe lasciare il segno. Più in fondo di quanto già non abbia fatto. Una frustrazione che se venisse ribaltata in positivo, non sarebbe neanche un male assoluto. Più sale il livello e più, come nel caso del centravanti bosniaco, cresce il nervosismo.

Un loop, dicevamo, perché dopo il 3-3 dell'Olimpico con l'Atalanta all'andata, la Roma andò a San Siro, sponda Milan, e lì furono plateali i gesti di stizza (si parlò di screzio con Di Francesco, poi smentito) di Dzeko, schierato con Schick dall'inizio, ma vittima di un gioco sterile e macchinoso. E ora, dopo un altro 3-3 con l'Atalanta, con un primo tempo che aveva ridato alla Roma proprio i suoi gol, Dzeko, alla vigilia del Milan di ritorno, ha sbottato di nuovo, a Firenze: era entrato bene in partita, ma si è innervosito sul 4-1, con Cristante, subito dopo il gol favorito da un passaggio sbagliato del centrocampista per arrivare quasi alle mani. Li ha divisi Manolas (con cui Edin si era attaccato in un match tra le rispettive nazionali a giugno 2017). Segnali di nervosismo si erano visti anche a Bergamo, dove il 9 si era più volte sbracciato con Kluivert. Segnali di tutta la squadra, per la verità, e di tutta la stagione, se si va a cercare. Con l'Atalanta un altro senior, Kolarov (che sempre con i nerazzurri aveva urlato «pedala» a fine primo tempo a Manolas e discusso con Florenzi l'anno scorso nello 0-2 casalingo in campionato), si era lamentato con El Shaarawy in una circostanza "strana" come l'esultanza di un gol per una scelta del Faraone giudicata sbagliata dal serbo. Con Stephan, lo stesso Dzeko nell'altra crisi, se così possiamo definirla, quella cioè di settembre, con la Roma convalescente che stava vincendo il derby, ebbe a che ridire nel secondo tempo sempre per un mancato passaggio: in quella circostanza l'ex City rinunciò anche ad inseguire la palla che si allontanava per litigare con il compagno (poi i due che ripresero anche a dialogare sul terreno di gioco).

Una scena che, in un momento in cui la Roma era avanti, dimostrava ancora una volta l'alta tensione all'interno del gruppo. Cose di campo, non lo mettiamo in dubbio. Ma che non capitano tutti i giorni né in tutte le squadre. E che sicuramente qualcosa vogliono dire. Ripensando a Bologna e Spal, poi, l'immagine di Edin è di un gigante arrabbiato e sfiduciato. O defraudato, come a Napoli, dove prende un giallo incredibile su un rigore a favore non dato. Come le sanzioni certamente vessatorie del signor Manganiello contro i viola, che l'hanno portato a sbagliare, sì, e a farsi espellere. Perché con lui in campo, forse, non si sarebbe perso 7-1.
D'altra parte, la protesta clamorosa per una sostituzione con Spalletti a Pescara dell'aprile 2017 (nel giorno in cui era appena arrivato Monchi), non era stato un caso isolato, se pensiamo a Roma-Genoa del 18 aprile, quando la lite fu con Florenzi, egoista al 92' e con il risultato in bilico, che non gli servì la palla di un gol fatto. Non pochi furono gli strascichi, uscendo dal campo. Anche lì, tutto risolto in poco tempo, con i due finiti entrambi in panchina - per turnover in vista della semifinale di Champions - nella gara seguente (il 21 aprile a Ferrara con la Spal): seduti vicini e sorridenti.

«Sono ancora buono, non preoccupatevi. Avere cattiveria in campo è una cosa diversa. Nessuno pensa forse che non mi fa piacere perdere e anche per questo sono più nervoso», aveva dichiarato il bosniaco in conferenza stampa alla vigilia di Cska Mosca-Roma di Champions League il 6 novembre scorso, aggiungendo: «Se perdo 5 minuti la testa mi fa bene perché poi ho un'altra forza». Già. La forza sia con te, Edin. Per la Roma.