Tutto come prima, più di prima, peggio di prima. Eusebio Di Francesco è l'allenatore della Roma. Continuerà a esserlo anche in caso di sconfitta domenica sera all'Olimpico contro il Milan, cosa che peraltro siamo i primi ad augurarci che non succeda. In ogni caso, questo è quanto è filtrato, il giorno dopo l'irreversibile vergogna di Firenze, da una Trigoria triste come Venezia. In sostanza, la decisione presa a caldo nel dopo partita fiorentino, è stata confermata, anzi rafforzata, dopo una nottata di riflessioni e telefonate intercontinentali e una mattinata di confronti improntati, tecnico e calciatori, tecnico e dirigenti, al volemose bene. Nella convinzione che questa sia la linea giusta per provare a rimettere insieme i cocci. Decide Monchi, aveva detto Pallotta dagli States. Così è stato, così è, chissà se così sarà. Raccontano che il direttore sportivo abbia fatto tutte le valutazioni dei pro e dei contro, convincendosi che i rischi di un cambio sarebbero addirittura superiori a quelli di una conferma di un allenatore comunque sfiduciato dai fatti.

Si potrebbe pensare che una scelta per molti versi incompresibile come questa, sia figlia legittima della mancanza di un'alternativa. Detto che in questo momento a Trigoria pare non esserci la percezione di quello che è accaduto, dimenticando una tifoseria umiliata dalla sconfitta ma pure da un dopo partita ai confini della barzelletta, non può reggere l'ipotesi della mancanza di un'alternativa. Ci sono grandi allenatori in attesa di tornare a sedersi su una panchina. Come Antonio Conte che per ovvi motivi sarebbe il preferito dai tifosi (pure a Trigoria), ma non sembrano esserci i presupposti per l'arrivo dell'ex ct della nostra nazionale. Oltretutto, proprio ieri, Conte è stato intercettato sotto la sede dell'Inter (anche Spalletti non è che stia passando un bel momento), sembra che sia andato a salutare il suo amico Marotta, ma certo pensare che a giugno possa vestirsi di nerazzurro non è esercizio d'ottimismo.

Ci sarebbe Mourinho, ma è meglio lasciar perdere. Ma pure Wenger e Zidane, il nostro preferito Francesco Rocca. E poi, scendendo di qualche gradino, ci sarebbero Laurent Blanc, Paulo Sosa, Vincenzo Montella, Roberto Donadoni, Julen Lopetegui, Francesco Guidolin e si potrebbe continuare. Insomma, volendo, qualcosa si potrebbe fare. Anche se Paulo Sosa, il più gettonato in caso di cambio in panchina, qualcuno dice che abbia fatto sapere alla Roma di non essere più così convinto di vestirsi di giallorosso. Allora avanti con Di Francesco, fino alla fine direbbero i sabaudi ma lo ha detto anche Francesco Totti che, insieme al ds, è quello che sembra essere più vicino all'attuale tecnico. Una svolta potrebbe esserci nel momento in cui Di Francesco rassegnasse le sue dimissioni, ma a quanto pare il tecnico abruzzese non sembra intenzionato a darle nella convinzione di poter rimettere insieme i cocci della sua Roma e del suo calcio. Glielo auguriamo, aggrappandoci alla speranza che stavolta si sia toccato davvero il fondo, ma sapendo pure che non il fondo definitivo non è mai.

E tutto questo non fa altro che alimentare i populisti del niente che, convinti di capire questa città e la tifoseria della Roma, stanno provando a cavalcare a loro uso e consumo, il più che legittimo malumore della piazza, pronti a cambiare linea editoriale, come è già accaduto, alla prima telefonata del padrone. Della serie, sotto le stelle il nulla, nell'armadio c'è un vestito buono per tutte le occasioni, del resto per chi lei non sa chi sono io la parola ultra' è un'offesa, per noi la condivisione di  un'emozione. A noi interessa la Roma. Il suo presente e il suo futuro, avendo il massimo rispetto del passato pure quello meno felice. Per questa ragione continuiamo a chiedere un gesto da questa società, un gesto da romanisti parafrasando Nanni Moretti, pur sapendo che anche nella miglior ipotesi possibile da immaginare in questo momento, quarto posto in campionato e qualificazione ai quarti di finale della Champions League, il bilancio di questa stagione non potrebbe mai trasformarsi in positivo.
Per questa ragione capiamo poco e niente l'immoblismo del dopo Firenze, la conferma dell'allenatore, la mancata scelta del ritiro per una squadra che quest'anno mai è sembrata tale con giocatori che sembrano sempre più sull'orlo di una crisi di nervi, lo zero nella casella acquisti nel mercato che si è chiuso ieri. Noi ci auguriamo che siano state le scelte giuste, quelle che riusciranno almeno in piccola parte a far sbiadire la vergogna dei sette gol (a uno) incassati a Firenze, un risultato che ci perseguita con una ciclicità che ci uccide. Ma ne dubitiamo.