Finisce così. È lo stesso De Rossi a mettere il punto: «Dopo 16 anni tolgo per l'ultima volta una maglia azzurra. È molto doloroso, ma sono orgoglioso di quello che ho fatto. È un momento nero per il nostro calcio e nerissimo per noi calciatori che abbiamo fatto parte di questo biennio. C'è poco da dire, c'è tempo per analizzare. La Federazione ha il compito di ripartire da una delusione così».

Finisce con lui in panchina a soffrire come e più dei compagni in campo. Si è percepito già in quello scambio di battute con lo staff tecnico che gli chiedeva di scaldarsi a qualificazione ampiamente compromessa. «Che c... entro a fa' io? Non dovemo pareggia', dovemo vince». Sicuramente la cosa migliore della serata. L'urlo di De Rossi è tanta roba, roba da giganti in una notte da puffi. Azzurri piccoli piccoli e buffi. Mentre Daniele ha la lucidità in quel momento di confusione generale di indicare Insigne, uno dei più in forma, suggerendo il cambio più appropriato a chi in panchina di scelte appropriate ne ha fatte zero in questo biennio. Fino al "capolavoro" finale. L'urlo di Daniele è quello di chi antepone l'interesse della squadra al proprio. Come ha sempre fatto, in azzurro quanto in giallorosso.

Finisce così. Con la sua ultima partita in Nazionale nell'andata di un playoff andato malissimo, con l'onta di un'Italia eliminata da un Mondiale dopo 60 anni. Senza di lui. Relegato in panchina da una scelta scellerata. Non doveva finire così per De Rossi, che alla maglia azzurra ha anteposto soltanto quella della Roma.

Chissà se mentre era seduto al fianco di quel ct che ha volontariamente rinunciato a lui (per scelta tecnica, quasi un ossimoro), gli è passata davanti agli occhi tutta la carriera azzurra. Chissà se ha pensato a tutte le tappe più significative, temendo un'uscita di scena che francamente uno con una carriera simile non avrebbe meritato. Non la merita. Da qualsiasi lato la si guardi. Con simpatia o avversione verso la Nazionale, con affetto o meno nei confronti di Daniele. Già, anche meno. Anche nella Capitale. Nei momenti più complicati gli è stato rinfacciato perfino il legame con la maglia azzurra. Come fosse una colpa dare lustro alla Roma anche sotto altre vesti. E De Rossi ne ha dato tanto. Con gol, presenze, palmares. Altri tempi, per fortuna. Oggi nessuno dotato di normale intelletto si permetterebbe simili allusioni. Ma è troppo tardi.

Chissà se ha ripercorso ogni momento mentre si sbracciava da fuori, con partecipazione e rabbia. Chissà se gli è passato davanti agli occhi quel primo gol in Nazionale a Palermo, il 4 settembre di 13 anni fa, proprio nel giorno del suo esordio con la Norvegia. A battezzare una storia magnifica, con replica concessa già alla terza presenza con la Bielorussia, in un 4-3 a tinte romaniste, firmato da lui e due volte da Totti.

Adeguato prologo di una storia che proprio dai gol è stata contrassegnata: 21 in totale, in 117 presenze. Come lui nessun centrocampista mai. Meno di lui, diversi attaccanti-icone: l'eroe del Mundial Paolo Rossi, fermo a 20, Boninsegna, Vialli, Gilardino, Toni, gente che alla ricerca del gol ha consacrato intere carriere. Tutti sotto nella classifica all time dei marcatori. Alcuni insieme a lui, nella vittoria iridata. Perché la storia di De Rossi in nazionale si fregia anche di un titolo mondiale vinto, nel primo dei tre giocati. Altro primato romanista. Il quarto gli è stato precluso da mister (s)Ventura. La differenza l'ha marcata proprio Daniele, con la cosa migliore della serata. Fine della Storia. Maiuscola. Almeno per lui.