Ci riferiscono della presenza di 20mila romanisti che, ai temibili, intollerabili, deprecabili «cori shock», hanno preferito esultare ai gol di Schick. Di una Sud che, alla scoperta dell'acqua calda, ha risposto alzando i decibel nonostante la pioggerella di una fredda serata di metà gennaio. Di una Roma che tornerà a disputare i quarti di Coppa Italia, mentre altri erano pronti a vivisezionare gli sfottò ultradecennali di molti come un quarto di manzo. Dell'esordio di un ragazzo nato tra una vittoria con il Verona e una sconfitta in una giornata da parrucchieri. Del ritorno sul manto verde di un Karsdorp che danese non è, e delle reti di Marcano e Pastore.

Di tantissimi giovani che, approfittando dell'iniziale mancato sold-out in Curva, hanno preso posto su seggiolini tanto desiderati quanto rimpianti l'indomani. La prima volta bella, 4-0 con l'Entella. Per qualcuno hanno odiato tutti, per istinto naturale e viscerale amano una cosa sola. Ha quattro lettere e i colori di una città insultata in ogni stadio. Poco importa, nessuno si offende. Anzi, mai li sentirete lamentarsi per un «romano bastardo». Loro sono romanisti, basta e avanza. Lei, intanto, passa e avanza. Coppa Italia, prossima fermata: Firenze. Dove i cori contro la Viola - intesa come tifoseria di casa - non si faranno attendere e altrettanto faranno dalla Fiesole verso il cosiddetto "Formaggino". Com'è giusto che sia, nel rispetto dei limiti di rivalità calcistiche capaci di dar vita ad uno spettacolo nello spettacolo: quello di opposte fazioni accomunate da una fede, ma divise dai colori. Lunedì sera in 20mila hanno raggiunto l'Olimpico nonostante l'orario serale di un giorno tradizionalmente scomodo. Lo hanno fatto cantando ottantacinque minuti per la Roma, tre contro tifoserie rivali e due per chi era assente.