Si chiude malissimo il ciclo di venti giorni tra una sosta e l'altra del campionato di Serie A, si chiude con un'altra sconfitta, la quinta su dodici giornate (erano due l'anno scorso a questo punto), che fa precipitare la Roma, bloccata a quota 19 (5 punti in meno dell'anno scorso, 6 considerando il punto di Verona poi tolto dal giudice sportivo), al sesto posto in campionato, staccata dall'Atalanta e superata dalla Lazio. Si chiude con una sconfitta contro una squadra, il Venezia di Zanetti, decisamente meno dotata tecnicamente, ma assai pratica tatticamente. E quando però pareva vicina alla resa è stata rimessa in piedi dall'ennesimo arbitro inguardabile capitato sul cammino della squadra giallorossa. «Ci sono cose che magari capiremo tra qualche anno, al momento sono incomprensibili», ha chiosato Mourinho a fine partita con un evidente riferimento al comportamento dei direttori di gara designati per le partite della Roma. Aureliano si inserisce nel solco dei Maresca, dei Massa, degli Orsato, dei Guida, dei Rapuano, incubi romanisti di queste prime dodici giornate di campionato. Un campionario di errori a una direzione, a cui si aggiungono quelli incomprensibili di ieri e preferiamo parlarne subito per poi passare ad analizzare che cosa invece non ha funzionato nella Roma (e ce n'è da dire). Ma chiunque abbia giocato una partita a qualsiasi livello sa che ci sono momenti chiave in cui un episodio può cambiarne l'anima: e al netto di una gara costellata di errori più o meno gravi, ciò che Aureliano si è inventato al 19' del secondo tempo non ha spiegazioni logiche. È successo che un cross di Aramu, mentre il risultato era saldo sul 2-1 per la Roma in un momento della partita in cui i giallorossi sembravano vicinissimi al gol del 3-1 che avrebbe potuto anche autorizzare ambizioni di goleada, sia stato alzato in area da Veretout, così Ibañez è andato a saltare per rinviare ma è stato attaccato col gomito alto contro le spalle da Kiyine, e sbadatamente l'arbitro non se n'è accorto, poi la palla è rimbalzata verso Cristante e verso Caldara che, già in equilibrio precario, ha provato a volare verso il pallone proprio mentre il romanista provava a calciarlo lontano. Occhio al dettaglio: Caldara non ha mai calciato il pallone, come magari era capitato ad Alex Sandro nel contatto di Dumfries o a Pellegrini in quello con Kjaer (che ovviamente sono stati interpretati in un caso col rigore e nell'altro no), ma ha solo allungato la gamba mentre lo faceva anche Cristante. Vederci un rigore era complicato. Farselo confermare dal Var un'impresa. Non accorgersi a quel punto del precedente fallo su Ibañez un capolavoro. Rigore: 2-2 e partita cambiata. Perché poi Mourinho ha spinto il motore al massimo convinto di potersi riprendere i tre punti e invece li ha lasciati tutti sul banco, con la Roma troppo esposta alle ripartenze avversarie e inutilmente protesa nell'area avversaria e al 29° Okereke l'ha punita, volando sul filo del fuorigioco (sistemati malissimo nell'occasione Cristante e Mancini, improvvisata coppia centrale) e beffando Rui Patricio con una finta alla Neymar. E Mourinho ha osato ancora: la formazione che ha chiuso la gara aveva Cristante tra i tre centrali, due esterni come Zalewski e Zaniolo, due trequartisti come Pellegrini e Perez, e due punte come Abraham e Mayoral. È vero che in tre o quattro mischie la Roma avrebbe potuto pareggiare, ma in due o tre ripartenze avrebbe potuto subire il quarto gol, e in due calci d'angolo consecutivi la difesa si è messa talmente male da far saltare da soli prima Modolo e poi Okereke, e solo due prodezze di Rui Patricio hanno impedito la capitolazione definitiva.

Il dato clamoroso degli expected goal (2,40 a 5.07) la dice lunga su che tipo di partita aperta a qualsiasi risultato sia stata e su quanti rimpianti si siano riportati a casa i 1500 appassionati romanisti che hanno preso d'assalto la laguna sin da sabato e colorato il Penzo di giallorosso. Sorpresa dopo neanche tre minuti da un gol di Caldara, bravo ad allungarsi col piedone tra Cristante e Mancini su una punizione laterale di Aramu, la Roma ha fatto la sua partita puntando stavolta sulla soluzione tattica inventata da Mourinho per l'occasione, un 352 multiforme con Kumbulla al rientro coperto da Mancini e Ibañez, Cristante play con Veretout e Pellegrini mezze ali, Karsdorp e El Shaarawy esterni di fascia e Shomurodov affiancato ad Abraham. Per le caratteristiche dei giocatori, era poi inevitabile che in fase di non possesso Karsdorp andasse a schiacciarsi con la linea dei difensori con Pellegrini risucchiato da quarto di centrocampo, per un 442 che non lasciava tanti spazi ai volenterosi ragazzi di Zanetti, a sua volta impegnato a trovare soluzioni per evitare l'imbarcata che si poteva anche immaginare alla vigilia. Il Venezia si è schierato con un 4321 con altre soluzioni di rotazione, che a volte lo faceva diventare un 4231 con Busio che si abbassava in mezzo al campo accanto ad Ampadu, Crnigoj ad alzarsi in fascia a destra, Aramu ad accentrarsi sulla trequarti, con Kiyine più largo a sinistra e il velocissimo Okereke unico riferimento offensivo. Al 6° un fallo stupido di Haps, terzino sinistro, su Abraham con la palla che stava viaggiando verso il fallo di fondo è stato rilevato inevitabilmente da Aureliano, ma Fabbri al Var ha tenuto tutti col fiato sospeso per due minuti finché non ha ufficializzato un fuorigioco di Pellegrini ad origine dell'azione che ha fatto sorridere amaro Mourinho e tutti i romanisti. Ma finché si tratta di geometria nessuno eccepisce. Per un po' in campo si è vista solo la Roma, col Venezia piuttosto chiuso a difesa del vantaggio, ma Abraham (4° palo personale, 9° stagionale della Roma), Shomurodov, El Shaarawy e Pellegrini hanno mancato le loro occasioni. Al 36° si è rischiata la beffa quando Okereke spingendo alle spalle Kumbulla (niente da rilevare per Aureliano) è volato in solitudine verso Rui Patricio calciando poi fuori. E sull'abbrivio neanche un minuto dopo anche Kiyine ha avuto la palla buona sul destro, domata dal portiere portoghese. Poi in quattro minuti la Roma l'ha ribaltata, prima con Shomurodov in mischia (43°, primo gol in campionato con la maglia giallorossa), poi con Abraham, strepitoso nel controllo di petto a scavalcare Ceccaroni e a battere da due passi Romero.

Romero travolge Ibañez

La ripresa si è aperta con la grande occasione per la Roma, con colpo di testa di Ibañez in mischia salvato sulla linea da Haps: una volta chiarito dalla tecnologia che la palla non aveva oltrepassato la linea, Fabbri al Var avrebbe dovuto far notare al suo collega distratto in campo che dopo il colpo di testa il brasiliano è stato travolto da Romero. E invece no. La Roma è stata in controllo a lungo in questa fase, ha creato altre clamorose palle-gol con Pellegrini, con El Shaarawy (piatto alla Rivera in Italia-Germania 4-3, parato di coscia da Romero), con Karsdorp, errori sconfortanti alla luce di quello che accadrà di lì a poco, col già descritto episodio del rigore che ha rimesso in piedi il Venezia grazie alla trasformazione di Aramu. Qui però è cominciata un'altra partita a scacchi stravinta da Zanetti, capace di tenere prima la sua squadra in equilibrio e poi di fortificarla nel 532 finale, senza mai rinunciare all'offesa, peraltro favorita dalle scellerate scelte di Mourinho che ha progressivamente alzato il baricentro inserendo tutte le punte, Perez, Zaniolo, Zalewski e Borja Mayoral, fuori due difensori e due attaccanti. Abraham ha mancato il gol liberato in solitudine da Pellegrini al 22° e sulla respinta Perez si è addormentato invece di tirare. Al 28° ancora Abraham ha calciato a giro con l'interno del collo e ha sfiorato la copia del gol di Salerno. Al 29° Okereke ha realizzato il gol del 3-2 punendo la presunzione romanista e tre volte i veneti hanno sfiorato il quarto gol, come già descritto. Poi nel finale convulso la Roma ha provato a riprenderla con il cuore, Cristante, Pellegrini e Perez hanno sfiorato il gol e una clamorosa strattonata di Ampadu sul suo ex compagno al Chelsea Abraham è stata completamente ignorata da Aureliano e Fabbri. Il perché lo capiremo forse tra qualche anno.