La doppia abnegazione può diventare facilmente affermazione. Di appartenenza, identità, romanismo. La storia personale di Florenzi non avrebbe avuto bisogno del duplice sacrificio fra infortunio e successivi interventi chirurgici per attestarlo. Eppure a un certo punto qualcosa ha deragliato dal verso giusto nel rapporto fra Alessandro e la sua gente. Sbocciato nel modo migliore, quando da Capitano della Primavera scudettata ha compiuto il grande salto in prima squadra, richiamato a furor di popolo dopo una strepitosa parentesi a Crotone. E proprio quel popolo che ne aveva richiesto a gran voce il ritorno lo ha acclamato da subito. Conquistato da quel ragazzo dedito a corsa e sacrificio, ma non per questo con piedi da gregario. Capace anzi di trovare numeri di alta scuola grazie a capacità aerobiche e balistiche fuori dall'ordinario. Tanto da mettere d'accordo tutti o quasi. «Undici Florenzi», il coro dedicato all'epoca di quel coast-to-coast concluso con botta sotto la traversa nel finale di una partita contro il Genoa, quando la squadra arrancava e lui aveva ancora la forza di sradicare palloni e bruciare l'intero campo. E ancora sforbiciate, tiri dalla metà campo, una serie di gol uno più bello dell'altro e un abbraccio alla nonna in tribuna a sdoganare l'ultima frontiera delle esultanze e a proseguire un'operazione simpatia che in quel momento sembrava in ascesa inarrestabile.

Poi quel terribile crack avvertito al crociato, seguito dal calvario sotto i ferri. E oltre al legamento si è rotto qualcos'altro. Quel rapporto con (parte de)i tifosi ha cominciato a scricchiolare in modo sinistro, alimentato da una serie di incomprensioni, più che da un reale andamento negativo sul campo. Che il numero 24 non potesse essere immediatamente quello pre-infortunio era assolutamente fisiologico. Che la percezione della sua figura risultasse in tempi relativamente brevi così distante da un mondo che pareva averlo adottato, era molto meno prevedibile. Eppure quando certe illazioni mediatiche trovano megafono indiscriminato sui social network, lo scollamento diventa quasi inevitabile. Gli esempi precedenti lo dimostrano e le stesse esperienze di De Rossi e (in misura minore) di Totti avrebbero potuto fungere da palestra. Spesso a nulla servono i fatti, perfino quelli che procedono in direzione ostinata e contraria.

Così la firma sul rinnovo di contratto, ufficializzata la scorsa estate a un anno dalla scadenza (quindi da un possibile addio a costo zero), è diventata quasi un'ulteriore colpa. Come fosse reato percepire soldi per la propria professione. Quando invece Florenzi ha compiuto una scelta in netta controtendenza con la stragrande maggioranza dei suoi colleghi, in linea soltanto con gli ultimi Capitani: restare, anche a fronte di offerte più alte. Legarsi alla Roma. Ben oltre una firma su un pezzo di carta. Come una carriera intera racconta. E le due esultanze rabbiose di questa stagione confermano.