L'unico problema di un'intervista telefonica con Damiano Tommasi in un periodo di festività natalizie è trovare il punto buono della casa dove lui possa per un'oretta sottrarsi ai doveri di papà e marito con una moglie e, soprattutto, sei figli di età distribuita tra i 22 anni della primogenita ai 3 dell'ultima nata. Fatto questo, il resto vien da sé. Il problema semmai è fermarsi a un certo punto, e poi il difficile diventa condensare in un solo articolo i mille concetti saggi e illuminati dispensati da un uomo che nessun altro appellativo quale quello che gli conferì un giorno Carlo Zampa (è l'"anima candida della Roma", urlava Carletto prima di ogni partita) potrebbe descrivere meglio. Nessuno meglio di lui potrebbe guidare una squadra, una società, una federazione, forse un governo. E senza alcuna necessità di chiedergli a quale partito faccia riferimento. Damiano, Tommi per gli amici (e per tutti i romanisti è pure qualcosa di più di un amico), sa.

E dunque, sei anche la persona più adatta per chiarire se l'aria viziata che si respirava fino a qualche mese fa nel palazzo della Figc ora sia un po' ripulita.
«Beh, diciamo che non sono stati fatti grandi passi avanti nei contenuti, ma dopo il commissariamento sono stati decisi almeno degli ordini di responsabilità stabilendo gli organi che dovranno prendere le decisioni. Ma c'è ancora difficoltà, credo sia il destino di qualsiasi cosa che si faccia in Italia. Per esempio Ancelotti è stato il primo a rendersi conto che qualcosa non funziona. Un po' perché è arrivato in una città che è sotto l'attenzione di tanti tifosi, un po' perché è tornato dopo tanti anni all'estero e si rende conto delle differenze culturali che esistono. E anche per le scelte della federazione serve qualcuno che inizi a ragionare diversamente da come si è fatto».

Non basta la buona volontà del neopresidente Gravina?
«Gravina ha aperto una serie di tavoli di confronto, ai quali però ci si approccia sempre con le stesse modalità. E la differenza di posizioni porta inevitabilmente a un imbuto. Così non si incide. Cambiare presuppone coraggio, lungimiranza, voglia di farlo, invece prevale la voglia di non rischiare. Si sentono sempre le solite soluzioni, dai giovani alle riforme dei campionati».

Puoi fare un esempio pratico per i nostri lettori?
«Prendiamo le riforme dei campionati. Si parla solo del numero delle squadre in A e in B. E non ci si chiede: perché riformare? Si parla solo di abbattere i costi, nessuno che pensi ad aumentare le risorse, alle possibilità di fare gli investimenti sui giovani. Spero che venga accettata la nostra proposta di obbligare le società a far giocare elementi del proprio settore giovanile, ad esempio. Ora neanche le squadre di serie D lavorano sui propri settori giovanili, è assurdo. Quando ci confrontiamo con la Fifpro, il sindacato mondiale dei calciatori, la prima domanda che ci facciamo è "Why?", perché? In Italia o non ci facciamo la domanda o la risposta è il contrario di quella più logica».

Perché i centri federali?
«Esatto. Perché? Non c'è una risposta univoca. C'è chi dice per promuovere la maglia azzurra, chi per trovare giovani talenti, chi per occupare più allenatori, chi per spendere più soldi. Spero di sbagliare, ma tempo qualche mese e vedrai che si ricomincerà con la campagna elettorale. E si torna ai discorsi di due anni prima: come potrò avere quei voti? Così da una parte si offre e dall'altra si compra. E vale per tutti, anche per i calciatori».

Resta da capire se sei rimasto deluso dall'avvio di Gravina.
«I tavoli tecnici daranno un termometro di quanto si potrà incidere. Però Gravina ha avuto largo consenso perché ha promesso di non cambiare nulla. Se cambi qualcosa devi scontentare sempre qualcuno. Le varie componente sono ancora ferme, anche noi siamo in attesa. È stato fatto un bel passo avanti con la concessione delle licenze nazionali entro il 31 dicembre, dovrebbe dare certezze al netto dei ricorsi sulle sentenze. Ma, ripeto, lui non può scontentare nessuno. Più di qualcuno prima di appoggiarlo ha voluto certezze scritte...».

Se fossi stato eletto tu ne avresti scontentati troppi.
«Forse non avrei accontentato neanche i miei... Ma poi ci sono molte cose che si potrebbero fare solo con un po' di buona volontà. Ad esempio, è dal 2012 che chiediamo che la visita medica sia un requisito per il tesseramento, non è stato ancora fatto. Perché?».

Come presidente di Aic sei vicino alla fine del terzo mandato. Qual è l'obiettivo?
«Mi auguro di continuare a portare avanti le nostre idee e di non far stancare i calciatori di partecipare. Nonostante la mia candidatura abbia alzato il livello di attenzione per la nostra componente, se lasciamo qualcosa faremo dei passi indietro. Gli atleti devono avere un ruolo, è un lavoro lungo, duro, ci vuole tanta passione. Ma spesso chi arriva vicino a questi ruoli poi molla perché resta fortemente deluso da chi dirige. Per esempio Simone Perrotta ha lasciato il posto in Consiglio Federale a Zambrotta, spero che gente come Simone o come Damiano Albertini facciano altro e non disperdano la loro esperienza. Sono entrambi rimasti delusi da quanto poco si parli di calcio in certi ambiti. Ti faccio un altro esempio: affrontiamo spesso il discorso delle soste per il campionato, ma nessuno pensa all'importanza di queste soste per la prevenzione degli infortuni dei calciatori. E del femminile si pensa più alla vetrina del Mondiale 2019 che allo sviluppo del movimento».

Insomma, tu vuoi il calciatore al potere. In fondo avevi promesso all'inizio del tuo mandato, nel 2011, che avresti lavorato per cercare di cambiare l'immagine generale dei calciatori. L'obiettivo è centrato.
«Io ho avuto la fortuna di giocare con grandi campioni e ho sempre pensato che loro la vera differenza la fanno fuori dal campo. Se sul campo la differenza tra me e uno come Emerson o come Batistuta era 10, fuori diventava 30. Vedi Cristiano Ronaldo come sta raccontando come si arriva a quei livelli. Ci arrivi solo se hai quella testa. Ecco perché sono importanti per noi i grandi campioni. Anche se non è facile perché poi bisogna formarsi. Ne parlavo con Boban qualche mese fa: noi quando smettiamo di giocare partiamo sempre un passo indietro, ci confrontiamo magari con gente che ha 15-20 anni di formazione, e noi "si torna al settore giovanile". Sì, io sono Tommasi, lui è Boban, ma non sappiamo fare nulla di quello che serve. Bisogna imparare e accelerare il periodo di formazione. E resistere, non desistere».

Insomma, studiate e moltiplicatevi.
«Noi abbiamo diversi corsi riservati anche a chi è ancora in carriera, con Abodi facemmo un gran lavoro in parecchie squadre di serie B, abbiamo convenzioni universitarie. Stiamo anche sollecitando il governo per avere maggiori risorse e non affidarsi solo a quelle europee».

Come hai trovato i tuoi interlocutori?
«Siamo stati con i due sottosegretari Giorgetti e Valente, li rivedremo anche lunedì per la riunione al ministero degli Interni sulla nuova emergenza per la violenza negli stadi. Ci interessa molto l'ambito della "dual career", la doppia carriera per gli sportivi. Ecco perché è importante il coinvolgimento di campioni come Pirlo, Maldini, Totti, Vialli, Costacurta, Del Piero fa bene al movimento. Io faccio parte anche degli ex gialloblù dell'Hellas, dal 2009. Per un giovane è importante sapere che ci siamo e che dentro ci sono anche Penzo, Fanna, Bagnoli, Elkjaer, no?».

Potere ai calciatori!
«Ma al governo già ci siamo dal 2000 con la Legge Melandri, il 20% è già governo. Di certo è importante spostare il baricentro delle scelte verso il progetto sportivo e meno verso quello imprenditoriale».

È come girare la prospettiva. Cristiano Ronaldo è prima un atleta, poi viene lo show business.
«Per esempio nella copertina dell'ultimo numero della rivista "Il Calciatore" c'è lui con in bella mostra il patch dei 50 anni dell'Aic, le Leghe ci hanno riconosciuto il diritto di autocelebrarci, segno che non siamo il diavolo».

Le seconde squadre sono state una buona riforma.
«Confermo, ma deve essere assimilata meglio. Sento ancora in molti che preferirebbero giocare in B piuttosto che in una seconda squadra in Lega Pro. Ma forse è meglio fare il quinto difensore del Milan giocando in Lega Pro, ma poi se il Milan gioca con la Lazio senza difensori hai la possibilità anche di giocare in A avendo maturato una certa esperienza in C, non in Primavera. Piuttosto mi preoccupa il discorso della doppia proprietà».

E qui siamo in area Lotito.
«Io dico che ci ritroveremo presto con presidenti con due voti o squadre che non potranno vincere il campionato. Il nostro statuto aveva norme rigide, ma con la deroga concessa sul caso Salernitana si è fatto un passo da cui è difficile tornare indietro. Mi auguro che Gravina intervenga».

Parliamo anche della Roma? Il tuo amico Eusebio è appena uscito da una brutta crisi, l'ennesima.
«Continuo a pensare che si aprano sempre con troppa facilità parentesi che non si chiudono. Da potenziali campione d'Europa, grande sopravvalutazione, a fuori da tutto, grande sottovalutazione. E la squadra questa altalena l'assorbe. Per carità, mancano anche dei risultati, ma guardiamo il lato positivo. Ci sono aspettative importanti, il progetto è indubbiamente interessante. E Eusebio è perfetto per questa piazza, è l'uomo giusto, anche per far crescere i ragazzi più giovani, dando loro sempre qualche possibilità in più. I nemici/amici? Lui ha anche l'esperienza sufficiente per fare una cernita, la gran parte delle persone che segue una squadra di calcio ha umori figli solo dei risultati. Io l'ho vissuto sulla mia pelle. Emblematico che è stato criticato a Liverpool dopo che si è arrivati lì quasi solo per suoi meritiA dar retta a chi grida, Dzeko dopo sei mesi avrebbero dovuto mandarlo via».
Infine la storiaccia della Supercoppa a Gedda. Come l'avresti gestita?
«Le regole vanno scritte prima, stupirsene ora serve solo a strumentalizzare le polemiche. L'annuncio della sede è stato fatto a giugno 2018...».