Dieci aprile duemiladiciotto: una data che nessun romanista potrà mai dimenticare. Il mese che si apre con la sconfitta per 4-1 al Camp Nou nella gara d'andata dei quarti di finale di Champions e quella casalinga per 2-0 contro la Fiorentina, all'improvviso ha il suo "turning point" in un martedì sera romano. Il punto di non ritorno, in senso positivo s'intende, è nella corsa a braccia spalancate e a occhi sgranati di Kostas Manolas, inseguito dai compagni dopo il gol del 3-0. È la vittoria di tutta la Roma: dei quasi sessantamila tifosi sugli spalti, che letteralmente spingono De Rossi e compagni a un'impresa storica; della squadra, perfetta in ogni singolo elemento; di Di Francesco, che con un capolavoro tattico distrugge il Barcellona schiacciasassi di Ernesto Valverde; dello staff, persino di chi è rimasto in panchina e, più in generale, di chi non ha mai, mai, mai smesso di crederci, nemmeno dopo il 4-1 dell'andata.

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Che la serata possa tingersi di magia appare evidente fin da subito: Dzeko dopo 6' trova il gol dell'1-0, l'Olimpico esplode in un boato di speranza, gioia e carica che non si sentiva da tempo. De Rossi dal dischetto all'inizio del secondo tempo trasforma un meraviglioso sogno in una concreta possibilità. Poi la zuccata di Kostas sotto la Sud ed è delirio giallorosso: siamo di nuovo in semifinale di Coppa dei Campioni, 34 anni dopo la prima e unica volta. E il caso - o il destino, fate voi - ci mette di fronte proprio il Liverpool.

In quei giorni a Roma si respira un'aria nuova, di quelle mai sentite prima, di certo non in epoca recente: è tutto un friccicore emozionato, una sfilza di occhi lucidi e sguardi sognanti, di speranze traboccanti e tachicardie ansiose. C'è la sensazione - forte più che mai - che quanto afferma qualcuno è vero: che Roma è la Roma e viceversa, e che città e squadra siano effettivamente legate a doppio filo da un cordone ombelicale. Nei bar, per le strade, sui tram e sugli autobus, gli sconosciuti si guardano per un istante negli occhi e - senza il bisogno di proferire parola - comunicano quasi telepaticamente: «Lo stai vivendo anche tu: lo so, lo leggo nei tuoi occhi».

La squadra arriva alla gara di Anfield dopo aver battuto Genoa e Spal e in terra inglese comincia bene, ma un blackout totale di mezz'ora la fa sprofondare: 5-0 per i Reds al 70'. Dzeko e Perotti però riaprono uno spiraglio di speranza: serve un altro miracolo per raggiungere la finale. Miracolo che non si concretizza (anche per colpe dei direttori di gara) il 2 maggio, quando una Roma gagliarda e tutta cuore batte il Liverpool 4-2, vedendosi anche negata la possibilità di giocare buona parte della gara in superiorità numerica. Ma l'accoglienza riservata dai tifosi al pullman all'arrivo all'Olimpico, la città colorata di giallo e di rosso, i cori che traboccano amore, le bandiere che sventolano e gli applausi alla squadra al termine della partita valgono persino più di un trofeo. Squadra e tifosi hanno ritrovato un feeling che mancava da tempo.

Florenzi sotto la Curva Sud dopo Roma-Liverpool @LaPresse

Champions in cassaforte

Intanto, però, ci garantiamo la possibilità di riprovarci anche nella stagione seguente: al Mapei contro il Sassuolo archiviamo il terzo posto all'ultima di campionato, con migliaia di tifosi al seguito (che non mancano di ricordare Gaetano Anzalone, scomparso due giorni prima). Altri, all'ultimo respiro, devono invece accontentarsi dell'Europa minore, beffati proprio quando c'erano andati davvero Vecino. Ma il distacco da Juventus e Napoli è tanto, perciò Monchi si mette subito al lavoro per puntellare la rosa in vista della stagione seguente, proprio mentre in Russia hanno inizio i primi Mondiali senza l'Italia da sessant'anni a questa parte.

Tanti volti nuovi

Già a fine maggio il ds mette a segno due ingaggi: il giovane e promettente centrocampista Ante Coric, ventunenne proveniente dalla Dinamo Zagabria, e l'esperto difensore centrale spagnolo Ivan Marcano, che arriva a parametro zero dal Porto. Ma i fuochi d'artificio arrivano a giugno: Monchi si assicura le prestazioni di Bryan Cristante, che nella stagione precedente con la maglia dell'Atalanta è risultato il miglior centrocampista italiano della Serie A. Venti milioni più dieci di bonus per il ventitreenne di scuola Milan, su cui molti club avevano messo gli occhi.  Pochi giorni dopo, la Roma annuncia un altro colpo grosso, seppur giovanissimo: dall'Ajax arriva Justin Kluivert, figlio dell'ex attaccante di Milan e Barcellona Patrick, classe 1999 che già ha stregato mezza Europa (Mourinho compreso). Centinaia di tifosi vanno ad accogliere l'olandese a Fiumicino, giusto per far sentire il calore romanista al ragazzo, piacevolmente stupito da tanto affetto una volta varcate le porte dell'aeroporto.

Le visite mediche di Zaniolo e Santon

Ma Monchi ha appena iniziato e - con il chiaro intento di consegnare a Di Francesco la rosa il più definitiva possibile al momento del ritiro - chiude anche per "el Flaco" Javier Pastore, vecchia conoscenza della Serie A reduce da sette anni di successi al Paris Saint-Germain: un bagno di folla anche per l'argentino, che arriva a Roma in concomitanza con l'addio di Radja Nainggolan. Il centrocampista belga saluta la Capitale dopo quattro anni e mezzo, destinazione Inter: 38 milioni tra cash e i cartellini di Nicolò Zaniolo e Davide Santon, che fanno il percorso inverso rispetto al Ninja. Una cessione dolorosa per molti tifosi, che criticano aspramente la decisione di privarsi di Nainggolan; in pochi ci vedono talmente lungo da plaudere all'operazione, che porta in giallorosso quello che è universalmente ritenuto il miglior giocatore di tutto il campionato Primavera e un terzino che, seppur reduce da un'annata non proprio esaltante, è una validissima alternativa per entrambe le fasce. Ma, come sempre, per dare giudizi bisogna aspettare il verdetto del campo.

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