Guardatelo. Bene. Possibilmente più volte. Guardate e riguardate quel video che da ieri sera impazza sul web e ritrae l'esultanza di Daniele De Rossi al terzo gol. Carica di rabbia, intrisa d'amore. Dura pochissimo, ma dice tanto anche sprovvisto di audio, forse tutto, su cosa rappresenta un giocatore simile. Al di là dei gradi sul braccio, al di là del carisma, al di là delle prestazioni buone (spesso) o meno (raramente), del suo ruolo in mezzo al campo, di quanto attacca o difende o "centrocampa". Travalica ogni aspetto tattico ed entra dritto nei sentimenti. Non quelli fini a se stessi, quelli veri, importanti, terribilmente profondi. E feriti. Quelli romanisti.

Perché se la Roma ha un uomo in più, è senz'altro Capitan De Rossi. Capitano non giocatore, in senso letterale, nella sera della verità con il Genoa. Eppure dodicesimo vero. Esattamente come quei tifosi che contestano, ma poi cantano soffrendo. Daniele va in panchina dopo il lungo stop che lo tiene fuori fin dalla sfida di Napoli del 28 ottobre scorso: la maledetta infiammazione al ginocchio da allora non gli dà pace e deve restare fuori. Malvolentieri: lo ha rivelato qualche settimana fa Di Francesco, rispondendo a una delle tante domande sulla serie di infortuni che da settimane perseguita la Roma. Concetto ribadito con differente forma ma simile sostanza nella conferenza stampa della vigilia del match contro i rossoblù: «Io ho il desiderio di averlo con la squadra e lui ha il desiderio di stare con noi, questo credo sia la cosa più importante, al di là del suo utilizzo». Indicazione fondamentale, quella sull'utilizzo. Il numero 16 è rientrato in gruppo soltanto due giorni prima della partita, ha svolto un allenamento e mezzo dopo due mesi circa di terapie e sedute individuali. Non è certo in grado di sostenere il ritmo di una gara simile, da dentro o fuori soprattutto per la guida tecnica. Forse non ce la farebbe neanche a sostenere uno spezzone. Eppure l'allenatore lo vuole lì, accanto a sé, nel momento più delicato, quello che può costargli anche la panchina.

E Daniele risponde all'appello. Capitan Presente, in ogni senso: il suo solo essere lì basta a dare sicurezza a tutti, in campo, in panchina e sugli spalti. La sua esultanza, per quanto bella per chi ha a cuore i colori della Capitale, non è certo una sorpresa. Ma è nutrimento per l'anima in periodi come questo.

E se il volto di De Rossi parla senza aver bisogno di proferire parola, ce n'è un altro nella Roma che è eloquente perfino a giochi fatti. È quello di Monchi, che nel post-partita non si trattiene con nessuno dei presenti. Probabilmente perché sa che gli basta quell'espressione a comunicare più di mille parole: tira dritto per la sua strada senza degnare nessuno di uno sguardo. È stremato, teso, contratto, il direttore sportivo: sembra quasi abbia disputato lui la partita contro il Genoa. Oggi volerà a Boston da Pallotta, ma non crediamo di sbagliare se ipotizziamo che il volo intercontinentale gli peserà meno della visione della gara di ieri. Al cardiopalma fino all'ultimo istante e con il tecnico che ha scelto (e sempre difeso) appeso a un filo. Ma anche le vittorie a volte hanno bisogno di decantare per essere godute.