La terra promessa. In campo all'Olimpico. L'abbiamo vista, sarà raggiunta. Ha i capelli afro colorati di giallo e un cuore già giallorosso. È lunga centonovanta centimetri, ha un peso intorno agli ottantatrè chilogrammi, è extracomunitario per conseguenza brexit, ha il passaporto di quell'Inghilterra che tante gioie ci ha dato in questa lunga estate, ha radici nigeriane su un corpo che madre natura ha scolpito come se fosse stata assistita da un personal trainer davvero bravo un bel po'. Tammy Abraham, signore e signori. In poco di un'ora in campo contro la Fiorentina, è stato capace di tutto e di più. Conquistando il cuore nostro, vostro e di chiunque vada in tachicardia ogn volta che vede quelle maglie giallorosse che sono come una seconda pelle.

È stato capace, semmai ce ne fosse stato bisogno, di farci dimenticare in un amen i centodiciannove gol di Dzeko che, nonostante il comportamento, in più di qualcuno legittimi rimpianti li aveva lasciati, al motto chissà quando ne rivedremo uno così. Eccolo signori, questo ragazzo che a noi piace pensare più africano che europeo, in grado di farci commuovere ogni volta che chiamava la palla; in tutte le occasioni in cui il pallone l'aveva tra i piedi; soprattutto quando ci ha chiamato, coinvolto come Edin non l'abbiamo quasi mai visto fare, come se da queste parti fosse nato e cresciuto, con quella maglia, con quei colori, con quel senso di identità che appartengono a tutti noi che al nome Roma continuiamo a emozionarci come eterni Peer Pan, felici di continuare a esserlo.
È stato capace, pur senza aver buttato il pallone in porta, di farci credere che alla terra promessa ci arriveremo. Ci ha trasmesso la sensazione, forte e chiara, che da queste parti è atterrato, felice di farlo, un prospetto di campione. Completo. Fisico, tecnico, con una capacità di andare in profondità che è una manna per qualsiasi allenatore, con un senso del gioco che è quello dei grandi giocatori. Corre, lotta, urla, chiama, prende botte, le restituisce, dando la sensazione che in quella maglia numero nove che ha ereditato dal bosniaco che è voluto andare via, ci fossimo tutti noi, pronti a sputare l'anima per la nostra Roma.

In poco più di sessanta, intensissimi, minuti di gioco, ci ha fatto vedere potenzialità che voi umani. Due assist (splendidi) che per fortuna che c'è il Var, una traversa praticamente crepata con un colpo di testa che avrebbe decisamente meritato miglior fortuna, un'espulsione provocata, quella del barbuto portiere viola che per fermarlo non ha trovato di meglio che stenderlo a terra. E poi partecipazione, partecipazione, partecipazione, senso di squadra e di gruppo, voglia di entrare subito in simbiosi con i suoi nuovi tifosi. Forse trascinato da quell'Olimpico che finalmente siamo tornati a rivedere colorato di giallorosso. Scommettiamo che quei tifosi, quella Sud perché ci sono i tifosi di calcio e poi ci sono i tifosi della Roma, ci hanno messo un attimo a entrargli nel cuore. A tifosi così, del resto, no c'era abituato. Nelle ultime due stagioni ha giocato nel salotto di Stamford Bridge con quei tifosi del Chelsea, credeteci, che sembrano avere un po' la puzza sotto il naso, quasi che si aspettassero soltanto di vincere, non cantano, non fanno cori, non trascinano, applaudono quando magari la loro squadra fa un gol. Per Abraham quella Sud deve essere stata la sua terra promessa, come lui lo è stato per noi.
E' entrato nel cuore di tutti noi perché in campo ha dato tutto quello che aveva, fino alla sfinimento e al cambio che era pure programmato, per poi andare a sedersi in panchina con una borsa del ghiaccio sul flessore. Tocchiamo ferro, ma pare che non ci sia nulla di cui preoccuparsi.
Dopo i colpi di Dzeko con l'Inter, Lukaku con il Chelsea, Abramo nostro ha risposto alla perfezione, pur non segnando, ma dimostrandosi determinante per la prima vittoria in campionato di questa nuova Roma mourinhana.

Ci rendiamo conto che adesso, soprattutto dalle nostre parti, il rischio possa essere quello di esaltarsi troppo (chi scrive per primo). Ma siamo convinti che sarà lo stesso Abramo a farci capire che ci sarà tempo e modo per continuare a esultare. Certo il suo esordio con la nostra maglia, non poteva essere migliore. E' stato un'autentica forza della natura, dimostrandosi perfetto per il gioco che ha in mente Mourinho, recupero palla, pochi tocchi, poi verticalizzazione per questo ragazzo che sembra non avere paura di niente e nessuno. Ha tutto per far innamorare la gente romanista. Lo sapevamo anche prima di ieri sera, ma c'era sempre il dubbio che cambiando campionato, cultura, cucina, compagni, allenatore, paese, potesse perdere per strada le sue caratteristiche, cosa che agli inglesi in passato è capitata spesso. Ma questo è Abramo ci porterà verso la terra promessa.