C'era un tempo non tanto lontano quando i nemici calpestavano il sacro suolo del campo di calcio con sfrontatezza, arroganza e, con disinvoltura, picchiavano quel dieci dai poteri forti e tanto amato dai tifosi. In quel tempo arrivava di corsa, anche se si trovava dall'altra parte del campo, quel francese tosto e testardo con il 32 sulle spalle e prendeva per il bavero quel nemico e all'orecchio con un filo di voce per non farsi sentire dall'arbitro, sussurrava: non ci provare più altrimenti...

Era il tempo della gloria, della consapevolezza e dell'amicizia, l'arma letale per ogni nemico. Sono trascorsi tanti anni da quell'età dell'oro e come succede anche nelle migliori famiglie l'amicizia, quella di quegli anni, è andata volando, si è quasi completamente dissolta. Si è starnazzato. Per anni. Fino a quando un gruppo di manipoli che l'anno scorso ha giocato sull'orlo del precipizio si è presentato due giorni fa in Algarve, dove ci sono i luoghi che ricordano l'epoca delle Scoperte e dove i pensionati italiani svernano per non pagare le tasse.

In questa terra di navigatori, sotto il comando di Mou e con quelle maglie giallorosse che sembravano bandiere di un ritrovato orgoglio hanno combattuto come non si vedeva da tempo. E quando quel conosciuto killer seriale che risponde al nome di Pepe (da anni le polizie di tutto il mondo non riescono ad arrestarlo) ha cercato di demolire la corsa fantasiosa di Micki, quella banda ritrovata di giovani virgulti, compresi quelli che sedevano in panchina, si è rovesciata con impeto sul giocatore. Come ai vecchi tempi. Come quando Candela difendeva Totti. Come a dimostrare che la squadra è compatta e che l'anima ci alza sempre davanti picchi inaspettati. Nel segno dell'amicizia. Non è miracolo ma la risposta della dea Giunone al fedifrago Giove, alla sua ennesima provocazione. Vuol dire che alcuni dèi ci proteggono, ma che dobbiamo continuare su questa strada se vogliamo che il miracolo sia completo. Grazie Mou.