Trasferta di lavoro ad Ascoli, a novembre, saluti di rito con uno del posto, l'oscurità, prima di imboccare la Salaria. «Volevo fermarmi a cenare dalle parti di Amatrice... trovo qualcosa sulla strada, senza fare deviazioni eccessive?». «Le conviene fermarsi prima di lasciare Ascoli. Oppure arrivi a Rieti. In mezzo, dopo il terremoto, c'è il deserto. Deserto e malinconia». Pochi mesi dopo, c'è un timido e ingannatore sole di aprile, un certo viavai di macchine, e un po' di cantieri aperti, arrivando nella città della pasta più famosa d'Italia. Ma c'è anche il deserto, a guardare bene. Perché l'abitato sembra iniziare davanti a un bar dal nome di buon auspicio, Rinascimento - aprì a ottobre del 2016, un paio di mesi dopo il giorno zero, e fu una delle primissime attività ad avere il coraggio di farlo - dove c'è un bivio che a destra porta allo stadio, ma è un tragico equivoco che può ingannare chi non è del posto. Capita a volte, nel Centro Italia, di trovare una facciata di chiesa medioevale, poco prima dell'ingresso del paese, ma non è questo il caso: il bivio che porta allo stadio non è l'inizio di Amatrice, ma quasi la sua fine, la fine di un centro storico che non esiste più, tranne poche vestigia tenute faticosamente in piedi da imbragature d'acciaio, quello che resta della chiesa. Uno steccato di legno, ai due lati della strada, nasconde il deserto, dove un tempo c'erano le case più antiche, quelle che sono finite in polvere. E i cantieri sono più che altro nella zona nuova, quella dove sarà forse un po' meno difficile ricominciare a vivere una vita almeno all'apparenza normale. Le casette nuove sembrano belle, ma qui sono passati solamente due anni e mezzo, non i dieci che hanno vissuto i vicini di sventura de L'Aquila, dove già sono crollati i primi balconi delle tanto reclamizzate nuove costruzioni, dopo neppure dieci anni. Che le cose che puzzano di nuovo non sempre sono migliori di quelle che c'erano prima si capisce al campo, appena rifatto, con erba sintetica di nuova generazione e tribuna coperta.

A Trigoria non c'è, ad Amatrice sì. Ma resta sempre quell'aria di non finito. «Avevano messo sulla copertura i rotoli di catrame, per impermeabilizzare. Ma poi non ci avevano messo le tegole - spiega Bruno Santini, dirigente dell'Asd Amatrice, indicandoci gli operai al lavoro per le ultime rifiniture - e al primo giorno di vento forte ci siamo ritrovati i pezzi di catrame sul campo. Campo che peraltro ci hanno accorciato. Era lungo 101 metri e largo 61, ora ce lo abbiamo di 96 per 57. Come lunghezza andrebbe pure bene, c'è tolleranza, ma come larghezza no, ci mancano un metro e mezzo per lato. Siamo tornati a giocare qui, dopo aver chiesto ospitalità a Borbona, a trenta chilometri, ma se dovessimo salire in Promozione dovremmo rifare il campo o andarcene di nuovo, perché non sarebbe a norma. E si vedeva si quando hanno fatto la gittata di cemento, che qualcosa non andava. Ci avevo giocato con Pirozzi, glielo avevo detto che stavano a fa una c....».

L'allenatore filosofo

Il tono è di chi si sente abbandonato dallo Stato, ma troppo legato a questa terra per andarsene, e arrendersi. Il calcio non se n'è mai andato, da queste parti: il Memorial Manlio Scopigno, da Rieti - città dove è cresciuto l'allenatore filosofo che vinse lo storico scudetto del Cagliari, e passò anche per la Roma - aveva già fissato qualche partita da queste parti, l'ultima proprio nel 2016, pochi mesi prima del sisma, ed è tornato quest'anno. Per le due gare più importanti: quella inaugurale di ieri, Lazio-Roma Under 17 - a battere il calcio d'inizio Filippo Inzaghi, che lo Scopigno lo aveva vinto con gli Allievi del Milan, ma c'era anche Delio Rossi, accolto dal sindaco - e per la finale, in programma venerdì. C'era la diretta su RaiSport, e hanno anche posticipato l'inizio della gara per far finire lo sci, e la solita carovana di genitori, fratelli e fidanzate: con 20 giocatori per squadra, un centinaio di persone ci sono sempre. Amatrice d'estate, e nei giorni della sagra in particolare, era abituata a ben altri numeri, ma ora tutto fa brodo, per dare coraggio a chi è rimasto in una città con l'esercito all'ingresso, a presidiare una zona rossa in cui è proibito camminare a piedi, per una questione di sicurezza, o fare i selfie, per una di rispetto. Una città in cui molte attività commerciali sono ancora chiuse, e qualcuna ha riaperto in stutture a metà tra muratura e prefabbricati, rapide da tirare su, ma in grado di resistere qualche anno. Una città in cui tutti aspettano la ricostruzione vera e propria, che gli anziani sulle verande delle case nuove rischiano di non fare in tempo a vedere. Alcuni giovani sono andati via, altri sono rimasti, e il calcio ha dato loro un modo per calciare la malinconia.

Ce lo spiega Romeo Bucci, che ha dovuto chiudere il suo ristorante per i danni alla struttura, spera di riaprirlo tra qualche mese, e intanto allena l'Amatrice. «L'anno dopo il sisma, sono andati via in tanti. Io ho vissuto un anno in albergo, a San Benedetto del Tronto, la mia famiglia era lì, ma appena potevo tornavo. Alcuni dei ragazzi che giocavano qui avevano la stalla, gli animali, e non potevano andarsene, ma dormivano in situazioni di emergenza, molti nelle roulotte, o nei primi container: con loro, alcuni dei paesi della zona, di Borbona o di Antrodoco, e due o tre rinforzi da Rieti abbiamo vinto la Coppa Lazio, salendo dalla Terza alla Seconda Categoria, e poi abbiamo vinto anche quella. E ora siamo terzi in Prima Categoria: solo la prima sale in Promozione, ci sono molti ripescaggi, ma noi non abbiamo lo stadio in regola, e non possiamo fare domanda. Ed è uno stadio nuovo... Quello vecchio subito dopo il sisma è stato messo a disposizione della Protezione Civile, che ci ha piazzato la mensa. Avevamo due campi: quello in erba naturale per giocare, e uno in terra, ma ben tenuto, dove fare gli allenamenti: ora non c'è più, ci hanno fatto i SAE, le Soluzioni Abitative di Emergenza, le casette che può vedere qui sotto. Avevamo una bella stuttura, in una bella posizione, a mille metri d'altezza, l'ideale per fare il ritiro precampionato. E infatti sono venuti in tanti: il Perugia, l'Ascoli, la Sambenedettese. A fine Anni 90 veniva anche la Roma Primavera, c'era Daniele De Rossi...». Il meccanismo è sempre lo stesso: le squadre di calcio portano tifosi, curiosi, parenti, giornalisti, i ristoranti si riempiono, e l'economia gira. Ieri però, i ristoranti hanno lavorato solo a pranzo: mentre la Roma prendeva a pallonate la Lazio, in uno stand della Pro Loco si soffriggeva il guanciale, al fischio finale Amatriciana gratis per tutti, chili e chili di ottima pasta. Non l'avevano detta tutta, dall'altra parte della Salaria: ci sarà pure il deserto, dove c'era la città vecchia, e la malinconia pure, la vedi negli occhi. Ma c'è anche tanta gente che fa veramente di tutto per riempirlo, il deserto, e non fartela arrivare addosso, quella malinconia.