L'appuntamento telefonico sa di losco: «Nel corso della giornata per me è un po' complicato. Ma possiamo sentirci sul tardi, anche dopo cena. O la mattina prima delle otto». Fissiamo alle 23,45, e la chiacchierata andrà avanti fino all'una inoltrata. Succede sempre così quando l'interlocutore è gradevole: attacchi e ti pare di non aver ancora parlato di tanto. Mi sa che stanotte lo richiamo.

Damiano Tommasi, ma che orari sono? Non sei in vacanza?
«Dipende che intendi. Se mi porti alle Maldive io non mi sento in vacanza. Diciamo che, per sentire comune, sono a casa».

Eccolo, il calciatore diverso. Non più calciatore, peraltro. O meglio, non più capo dei calciatori, ma sempre calciatore.
«Il mio allenatore, qui a Sant'Anna, mi ha rimproverato. "Damiano, dovresti venire ad allenarti". Ha ragione, ma è stato un periodo difficile e proprio non sono riuscito».

Come difficile? Ti sei dimesso dall'Assocalciatori il 30 giugno, non ti stai godendo un po' di riposo dopo nove anni in prima linea?
«Con la scuola? Con quello che è diventata? E come faccio?».

Già, la tua scuola. Nel senso che sei quello che l'ha fondata, giusto? Con quel nome disneyano, Bambi e bimbi. Come sta andando?
«È la mia vita di adesso. Mia moglie e la sorella nel 2001 aprirono un asilo nido, qui in Valpolicella. Noi vivevamo a Roma in quel periodo, quindi la portò avanti essenzialmente mia cognata. Quando siamo tornati stabili a vivere a Verona nel 2010 dovemmo decidere se chiuderla, venderla o procedere a una ristrutturazione allargando il progetto fino ai bambini da 3 a 6 anni. Con l'altro socio, e sua moglie, decidemmo di investire sulla base dell'idea di scuola che avevamo sperimentato vivendo a Valencia, con una serie di concetti da introdurre ma che fosse innanzitutto bilingue, con metà delle ore in italiano e metà in inglese, partendo dal presupposto che l'inglese per impararlo davvero bene devi apprenderlo nei primissimi anni della tua vita, come è ormai scientificamente dimostrato. Sai che se impari una lingua straniera dopo gli otto anni di età, difficilmente riuscirai a riprodurre perfettamente la fonetica come un madrelingua? Per noi la scuola italiana dovrebbe essere così».

E adesso a che punto siete?
«Ti faccio due numeri: il 1° settembre 2012 siamo partiti con 43 bambini e 6 dipendenti. Oggi abbiamo più di 300 iscritti e una sessantina di dipendenti, tra insegnanti, educatori, cuochi e tutte le altre figure che girano intorno al progetto. Considera che il 70% degli investimenti in questa zona è di aziende e clienti esteri, il Lago di Garda accoglie ogni anno circa 20 milioni di presenze turistiche. Così, naturalmente la nostra idea ha attecchito bene. Il problema è che non sapevamo che cosa volesse dire aprire una scuola. Ogni anno facciamo lavori e ristrutturiamo. Ti dico solo che abbiamo dato il nome alla via in cui abbiamo costruito nel 2015 per la primaria. Nel 2017 siamo partiti con le medie e nel 2018 abbiamo comprato un altro edificio, una villa veneta da ristrutturare. Quest'anno ci saranno 140 presenze in questa nuova struttura. Quindi ora abbiamo tutte le classi da 0 a 14 anni».

Alla faccia dell'impegno.
«Io sono anche il responsabile legale e ho scoperto che, di conseguenza, avrei dovuto essere il dirigente scolastico. Quindi nel 2015 mi sono iscritto all'Università, Scienze della formazione primaria. E ora devo concentrarmi un po' sugli studi perché sono un po' in ritardo. Pensavo di terminare nel 2020, in coincisione con la scadenza del mandato con l'Aic, in realtà tra elezioni federali, i casini in Assocalciatori, il Covid ecc. non mi sono concentrato su questo come speravo. Non ho obbligo di presenza, ma di fatto è un corso che lavora sull'esperienza, parecchi esami hanno laboratori obbligatori di tre giorni consecutivi, e non riuscivo mai ad esserci. Mi mancano ancora un paio d'anni».

Bel progetto. Ci vuole passione e un grande amore per il futuro.
«La nostra chat si chiama "Soci di sogni". Ma a guardarci indietro forse non avremmo mai aperto una scuola, se avessimo saputo che cosa significava. Figurati ora in tempi di Covid quanto si sia complicata la questione, ora che stiamo costruendo un'ala nuova, ristrutturando la villa, sempre dando risposte a tutte le domande, investendo nella nostra formazione e garantendo autonomia economica al progetto. Prima solo mia moglie era a tempo pieno sul progetto, noi avevamo altri lavori. Adesso me ne occupo anche io».

Vuoi dire che ti stai proprio distaccando dal calcio?
«Dall'associazione ho lasciato tutti gli incarichi. Lo dovrò fare anche formalmente in Consiglio Federale e in Fifpro, l'associazione internazionale dei calciatori. Ma al momento direi di sì. Mi stacco».

E se ti chiama qualcuno?
«Diciamo che ogni tanto c'è chi tira la giacca, mi chiede di impegnarmi su una cosa o su un'altra. Ma mi chiedo sempre se sono progetti autonomi o progetti che hanno bisogno di Damiano Tommasi. Io credo nei progetti, ma non in quelli che senza di me fallirebbero. Altrimenti significa che non sono progetti validi».

Tommasiano, come ragionamento. Spiegati meglio.
«Qualche giorno fa sono stato al Meeting di Rimini a raccontare di un bel progetto di solidarietà tra i popoli attraverso il calcio, promosso in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ma ho dovuto anche spiegare che la mia presenza non aveva senso. Per portarlo avanti serve l'Aic, non Damiano Tommasi. Io non ci sono più dal 30 giugno. La forza del progetto è che ci credano in Aic. Idem in Fifpro: io ci sono a rappresentare il mio paese visto che siamo uno dei cinque membri permanenti, ma dobbiamo essere importanti non perché ci sia io, ma per l'importanza che ha il paese nel sistema decisionale».

Mi pare di capire che anche in Italia ti sia spesso scontrato con la politica e con i suoi meccanismi.
«Io quando credo in un progetto lo caratterizzo perché esagero persino nel crederci. E questo forse diventa sbagliato perché se poi io mi tiro via non c'è qualcuno altro in grado di portarlo avanti con la stessa forza».

Ma è la forza dirompente che avevi tu, tu in quanto Damiano Tommasi.
«Ma nei progetti bisogna impegnarsi a prescindere dal nome che si porta».

Potrebbe farlo Umberto Calcagno, il tuo vice, se sarà eletto. O magari Tardelli, se toccherà a lui.
«Te lo dico sinceramente. Non voglio parlare della mia successione in Aic, non sarebbe corretto. Ma sei sicuro che poi Tardelli si candidi? Da quando mi sono dimesso non si è più sentito».

Un caso?
«Una coincidenza, sicuramente».

E torniamo al Tommasi disturbante.
«Io non ho più letto una polemica contro l'Aic sui giornali dal 1° luglio. In questo senso le mie dimissioni sono state una cosa molto positiva. Io ho cercato di fare del mio meglio».

E per questo hai avuto tanti nemici.
«E l'Aic deve tornare ad essere più organica, diciamo. Te ne racconto un'altra».

Vai.
«Io sono tra i tre soci fondatori di Aip».

Che cos'è, se può essere perdonata l'ignoranza.
«L'Associazione Italiana Pallavolisti. Nata due mesi fa. Il segretario generale è di Verona, mi ha chiesto aiuto. Ho spiegato loro che la prospettiva dell'atleta deve essere una: restar fuori dai giri dei presidenti federali. Banalmente, per farti capire, ti dico che nella lista di ogni presidente federale ci sono già i consiglieri, anche degli atleti. In pratica, gli atleti che sono nei Consigli Federali sono già allineati a quel presidente. Quindi gli atleti poi devono solo pensare a portare a casa i trofei. L'Aic è stata l'unica ad affrancarsi da questo meccanismo. Io sono entrato nel Consiglio Nazionale del Coni perché c'era una partita apertissima, perché il Consigliere calciatore è indipendente e di solito non lo permettono».

L'indipendenza di pensiero che non è tollerata.
«Io ho cercato sempre di rappresentare altra cosa rispetto alle dinamiche che immobilizzano lo sport. E l'Aip sta incontrando queste difficoltà. Temono un nuovo cavallo pazzo. E torno a un vecchio discorso: tutti i rappresentanti degli atleti devono essere eletti solo dagli atleti, non "anche" dagli atleti. Altrimenti addio indipendenza».

Ci vorrebbero più cavalli pazzi. Ma al momento ci sei solo tu.
«Forse allora è meglio che mi tolgo di mezzo io. Ne sono tutti felici. Lotito quando abbiamo litigato me lo ha ricordato. Ma io ho pensato di fare quello che ritenevo fosse giusto. Solo che non può essere uno solo a pensarla così. Dovremmo essere in tanti».

I calciatori non hanno questa consapevolezza?
«Ma non ci arrivi a tutti. Basta un'offerta di un club e ti porta via un dirigente che magari può essere importante per la crescita. Guarda ad esempio con Morgan De Sanctis. Come potremmo competere a livello di offerte economiche con i club? Ma non solo con i club. Anche Sky è molto più competitiva di un'associazione sindacale. Non potremmo mai formare manager forti e ben pagati».

Ma te ne sei accorto dopo nove anni? L'unicità è la tua.
«Io ho provato a costruire, ma poi la Roma mi porta via De Sanctis. Ma vale anche per la Fifpro. Che ha più di 100 milioni di euro di patrimonio. Potrebbero permetterselo un Figo, un Seedorf, un Rummenigge, magari stipendiato come lo stipendia il Bayern Monaco. Allora sì che daresti un peso al ruolo. Immagina che forza avrebbe uno come lui. Un giorno Totti per difendersi chiamò la Buongiorno, ecco, da lì è cambiato tutto. Tu che fai, ti presenti con il segretario dell'associazione? Devi avere almeno un Grassani. Aic e Fifpro questi soldi li avrebbero e potrebbero permetterselo».

Ti hanno mai offerto soldi veri in altre società?
«Certo, ho rifiutato tre volte offerte importanti. E senza che fossimo neanche arrivati a parlare di stipendio, avrebbero quintuplicato o decuplicato i miei guadagni in Aic. E come avrai letto, in certi pezzi ispirati nelle ultime settimane del mio mandato, quei guadagni vengono persino considerati alti. E per me invece dovresti avere quattro o cinque dirigenti molto ben pagati, proprio per credere nel percorso».

Ma Campana, il tuo longevo predecessore, come ha fatto ad avere tanto potere?
«Ma lui era bravissimo ad avere l'appoggio dei big, i Bulgarelli, i Rivera, i Mazzola. Come il commissioner dell'Nba, ha tutti i big dietro».

E tornando alle tre offerte che hai ricevuto, tu perché le hai rifiutate?
«Non mi sembrava etico nei confronti di chi mi aveva votato. Mi danno un mandato per minimo quattro anni e io magari mollo a metà? Allora avrebbero potuto votare un altro».

Parlavi dei big. Non sono con questa Aic?
«Allora te ne racconto un'altra».

Vai, mi sembri in vena.
«La posizione dell'Aic nei confronti della Superchampions: quale dovrebbe essere?».

Contraria, supponiamo.
«Ok. E così l'Aic si è espressa. Poi un giornalista è andato da Cristiano Ronaldo: che ne pensi della Superchampions? E lui: "Mi piace da morire, non vedo l'ora di iniziarla. Vorrei giocare solo partite così". E il giornalista: "Ma l'Aic si è detta contraria?". E Ronaldo: "L'Aic? E chi è l'Aic?", Ora te lo chiedo io: noi ci possiamo permettere di avere Ronaldo contrario all'Associazione?».

No.
«In teoria dovremmo tutelare lui come quelli di Lega Pro. Ma gli altri non hanno Mendes. Jorge Mendes, Raiola e gli altri si sono messi a fare un'associazione per conto loro per tutelare i top players. Effetto finale? A sedersi con l'Uefa a parlare della Superchampions non si siedono le leghe, si siede l'Eca. I top club. E a quel tavolo dovranno sedersi anche i top players. E l'Eca non vede l'ora che accada. Così noi dobbiamo decidere chi dobbiamo tutelare. Chi finanzia l'Aic sono soprattutto i top players perché sono loro che "vendono" l'album, i giochi elettronici ecc. Se vogliamo tutelare anche loro non possiamo non preoccuparci del calendario con tanti impegni ravvicinati e non preoccuparci del fatto che l'Uefa ha messo tre partite delle nazionali tra ottobre e novembre. E noi dovremmo impedire di far giocare tutte e tre le partite, al massimo due. E Mancini che vuole il blocco Inter per la Nation League? Ma se hanno appena finito una stagione pesantissima! Io devo rappresentare tutti, dunque. E posso sedermi ad ogni tavolo, con l'Eca, il City, il Psg, la Juve e gli altri. Devo essere forte, e così potrò tutelare anche i più deboli. L'alternativa è rappresentare solo i più deboli, la Lega Pro. E allora l'Aic non deve essere forte. Così la vogliono ora. E poi ci scordiamo Ilicic».

Già. Un giocatore messo ko da un qualche male oscuro.
«Per noi dovrebbe essere un campanello d'allarme. Ma se lo faccio io, poi passo per essere il disturbatore».

E il Covid ha aggravato la situazione. Quanti erano quelli che volevano fermarsi, realmente?
«Tanti, molti più di quello che pensiamo. Ma bisognava per forza riprendere, altrimenti sarebbero venuti meno i famosi ricavi».

Beh, non è un problema di poco conto per il sistema.
«Per me la cosa peggiore era l'incertezza. Me lo confermava anche un amico analista finanziario che lavora in Inghilterra. Il business è ucciso dall'incertezza. Molto meglio un evento negativo su cui riprogrammare che l'incertezza. Qui le conseguenze di giocare a questi ritmi si sono viste solo in parte. Il resto lo scopriremo. Finire il campionato è stato positivo, ma la ripresa? Io ho giocato un campionato mondiale e so come ci si sente dopo. Qui il mondiale lo hanno giocato tutti, senza gli stimoli che un'esperienza del genere ti regala. Anzi, molti hanno vissuto periodi anche molto frustranti. E per rispondere alla tua domanda, comunque una soluzione sarebbe stata mediare sui contratti: avrebbero firmato tutti i presidenti».

Quasi.
«Già, tranne quelli che pensavano di poter vincere lo scudetto. Che alla ripresa del campionato però si sono subito arenati».

E torni su Lotito. Già ce l'ha con te...
«Ma lui ce l'ha con me solo perché pensa che io ragiono da romanista. Ma questo qualifica il suo modo di ragionare, non il mio».

A proposito, ma non è che ti sono fischiate le orecchie un po' di tempo fa? Non è che qualcuno aveva pensato a te nelle varie cordate che volevano rilevare la Roma?
«Non lo so, se qualcuno lo aveva pensato non me l'ha detto».

Che cosa dovrebbe succedere per farti accettare una proposta nel calcio e farti lasciare il progetto della scuola? O lo escludi a priori?
«Non lo so, non escludo niente a priori. Per prima cosa la persona o il gruppo di persone che mi dovessero offrire qualcosa dovrebbero essere persone a me affini, per farmi avere la voglia di impegnarmi in un progetto o in un lavoro. Dovrei stimare molto chi me lo propone. Sarà l'età o l'esperienza del lock down, ma se devo sacrificare tempo per la mia famiglia deve valerne davvero la pena. E l'altro elemento è quello che andrei a fare: se è una cosa che non ho mai fatto è una proposta di un percorso e al momento lo ritengo sufficientemente intrigante. Se è una cosa che già so fare, non dico che sarebbe meno intrigante, ma insomma...».

Ma alla fine, della tua esperienza in Aic andrai orgoglioso o ne esci deluso?
«L'esempio calzante è il mondiale che ho vissuto, da protagonista. Ne sono molto orgoglioso, è stato un traguardo professionale fondamentale, importantissimo. Per come è finito mi è rimasto l'amaro in bocca per quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Quella squadra era forte. Anche allora ho dato il 100%, e raccolsi più di quello che avrei pensato, se devo pesare le mie qualità. E non sono neanche mai stato sostituito. Ma poi la nostra esperienza è valsa a quelli del 2006 che il Mondiale lo hanno portato a casa. Allora questo è il mio auspicio».

Ma il tuo Moreno chi è stato? Lotito?
«Io resto convinto che con la Corea sbagliammo più noi che Moreno. Un Moreno qui non c'è stato, in ogni caso. Neanche Lotito. Non ho la presunzione di essere qualcuno per lui. Lui le sue cose le fa a prescindere, le ha fatte senza alcuna remora anche quando c'ero io».