Se le difficoltà delle ultime stagioni e gli errori in serie commessi dai suoi dirigenti hanno persino fatto diventare simpatica a qualcuno la Juventus, ciò che non bisogna mai dimenticare è quello che Umberto Agnelli, papà di Andrea, l'attuale presidente, insieme con i suoi sodali Luciano Moggi e Antonio Giraudo, aveva messo in piedi nella precedente gestione (considerando di passaggio i brevi regni di Cobolli Gigli e Blanc) della società piemontese. E se qualcuno l'avesse dimenticato, c'è un documentario su Netflix che potrebbe sbloccare il ricordo ai più pigri. Il film fa parte di una serie chiamata "Il lato oscuro dello sport" e l'episodio specifico è intitolato semplicemente "Calciopoli". Il tentativo dei produttori (inglesi) è stato quello di offrire un punto di vista che fosse il più obiettivo possibile sulla vicenda che portò nel 2006 alla scoperta del più grande scandalo calcistico di tutti i tempi, anche se l'intervista senza alcun contraddittorio a Luciano Moggi ha reso un po' macchiettistica tutta la ricostruzione. L'intervistatore dell'ex trafficante di risultati non è stato in grado di ribattere persino quando l'intervistato ha negato che in certi ambienti il suo soprannome fosse Lucky Luciano – in "onore" di uno dei più spietati mafiosi che il nostro paese abbia mai partorito, Salvatore Lucania – ma solo "Lucky": «Mi chiamavano Lucky perché sono sempre stato fortunato», ha sorriso Moggi trovando il paternalistico assenso del suo improvvisato inquirente.

Ben altro atteggiamento si ricorda di lui quando, tremando come una foglia, e scosso da un pianto irrefrenabile, aveva provato a rintuzzare le più ficcanti domande del pm che lo interrogò all'epoca dei fatti contestandogli il reato di associazione a delinquere, il magistrato Pino Narducci. L'episodio, almeno nella registrazione audio, è stato riproposto anche nel documentario. È proprio Narducci ad accompagnare lo spettatore del documentario nella ricostruzione dei fatti, sin da quando nel 2003 «alcuni collaboratori di giustizia cominciarono a parlare di un sistema perverso che corrompeva i vertici del calcio italiano». E attenzione alle date: Calciopoli scoppiò nel 2006, alla vigilia dei Mondiali di calcio, ma i primi spifferi risalgono al 2003, quando il sistema mafioso aveva già da tempo inquinato tutto il movimento calcistico del nostro paese (l'ad Giraudo chiamò Moggi alla Juventus nel 1994...). Si può solo immaginare da quanto tempo già i risultati fossero condizionati dai malviventi che li determinavano. «Nel luglio del 2004 - continua Narducci – scopriamo da altri testimoni che quella che veniva considerata la "combriccola romana" del calcio aveva solidi rapporti con la Juventus. E quindi cominciamo ad indagare chiamando a collaborare i Carabinieri di Roma, con cui nacque subito una solida intesa». Da lì partono le intercettazioni che in poco tempo avrebbero svelato tutto il malaffare che condizionava campionati, leghe, federazioni, le carriere degli arbitri e persino quelle dei giornalisti.

Il primo campionato "ascoltato" di nascosto è stato dunque quello 2004-2005, quello che bastò a scoprire il perverso sistema architettato da quel genio del male che rispondeva al nome di Luciano Moggi. E chissà che cosa sarebbe successo se fossero stati intercettati anche i colloqui che hanno accompagnato i campionati precedenti. In poco tempo viene allestita una "squadra d'ascolto" che a poco a poco viene ingrandita: «Alla fine intercettammo qualcosa come 171.000 telefonate», ricorda il prode Narducci. E dal conteggio sono escluse tutte quelle che passarono attraverso le famose schede straniere, acquistate appositamente da Moggi e distribuite a tutti i suoi sodali, proprio per evitare il fastidio delle eventuali intercettazioni di quei noiosoni degli inquirenti. Ma presi dalla smania di truffare, e un po' dalla voglia di atteggiarsi a gangster di provincia magari per conquistare qualche segretaria sensibile a quel fascino che i ragazzi di oggi definirebbero decisamente cringe, la nostra Banda Bassotti commise diversi errori, tra cui quello di chiamare dalle schede telefoniche pulite utenze in realtà intercettate, oppure quello di parlare in conversazioni inintercettabili lasciando in attesa telefonate ascoltate dagli investigatori. Un disastro, insomma, svelato persino con un po' di umorismo nel crescente sbigottimento delle forze dell'ordine.

Nel racconto vengono illustrate le modalità con cui furono inquinate partite come Sampdoria-Juventus, la famosa Reggina-Juventus (quella del presunto sequestro di persona di Paparesta e della mortificazione subita dal povero assistente Di Mauro, umiliato fino alle lacrime al telefono dal designatore Bergamo solo per aver fatto il suo dovere, e cioè annullare un gol in netto fuorigioco che però sarebbe stato anche il gol che avrebbe evitato la sconfitta alla Juventus sul campo della Reggina), la famosa Fiorentina-Bologna con le ammonizioni mirate (e i successivi complimenti telefonici di Damascelli a Moggi per il "delitto perfetto"), e lo scontro diretto Juventus-Milan con l'evidente rigore negato ai rossoneri (Zebina che trattiene Crespo che sta per battere a porta vuota) e un fallo su Kaka fischiato solo quando il brasiliano, che aveva resistito al contrasto, punta la porta in superiorità numerica, e tanti altri episodi, su cui sorvoliamo per non ricordare anche le misere (ma periferiche, per l'inchiesta) appendici legate allo squallido servilismo di alcuni rappresentanti della categoria dei giornalisti.

Nel 2006 una fuga di notizie porta in prima pagina l'indagine e Narducci all'improvviso si trova a dover tirare le fila: «Fu un danno enorme per la nostra inchiesta, avremmo potuto continuare ad indagare nel silenzio come facevamo ormai da mesi e attendere tutti i riscontri, l'indiscrezione arrivata ai giornali ci costrinse ad accelerare. Fu un danno enorme». Successivamente Il Romanista fu in prima linea a raccontare l'indagine, confezionando una serie di scoop che giorno dopo giorno svelarono i particolari che smascherarono le ignobili prassi in cui si dibatteva il calcio di casa nostra. La produzione inglese della serie decide a questo punto di far entrare in scena anche Luciano Moggi, che ovviamente si presta all'intervista in qualche modo rincuorato dall'evidente tenerezza del suo interlocutore, di cui si rivela l'identità per l'audio non ben registrato di qualche domanda, ma non essendo resa esplicita nei titoli di coda, evitiamo di darne conto qui. Così Moggi è libero di sciorinare, tra una preghiera a Padre Pio e una sgommata in Jaguar, il solito campionario di sciocchezze tese a dimostrare l'indimostrata e indimostrabile teoria della sua assoluta innocenza: «Non ho mai chiesto a nessuno di farmi vincere, non ho mai fatto niente, ho operato sempre nella legalità, al massimo cercavo di tutelarci contro i poteri oscuri del calcio, se nessun arbitro è stato condannato chi avrei corrotto?» e via banalizzando, fino a quella che a un certo appunto si disvela come una vera e propria confessione: «Il suicidio? Ho pensato a tante cose, ma la religione mi ha insegnato che bisogna sempre andare avanti, nel bene e nel male. Così nel momento più buio ho sentito una voce che mi diceva che l'unica cosa che dovevo fare era (testuale, ndr) far risultare al mondo che in fondo era tutta una finzione orchestrata ai miei danni». Quindi non si trattava di "dimostrare l'innocenza", ma più semplicemente di "farla risultare". Come in una partita truccata, in pratica. La giustizia sportiva ha condannato duramente tutti gli imputati, radiando Moggi e Giraudo e colpendo severamente le società. A novembre 2011 Moggi è stato condannato a 5 anni e 4 mesi anche dalla Giustizia Ordinaria. Nel 2015 la Cassazione ha messo la parola fine alla vicenda, salvando gli imputati principali per intervenuta prescrizione da alcuni reati, ma contemporaneamente confermandone la colpevolezza: Moggi, Giraudo, Mazzini e Pairetto sono prescritti, ma non assolti. Il calcio da anni fa a meno di loro, non avvertendo alcuna mancanza.