Ipocondriaco e tifoso della Roma. Può essere un mix molto pericoloso. Il risultato è Giancarlo Barbati, ma chiamatelo Giancane, romano di San Paolo, romanista «da e per sempre», produttore musicale, chitarrista, cantautore, quattro dischi al suo attivo in cui i testi sono un pugno allo stomaco di quei benpensanti dei quali sarebbe cosa buona e giusta diffidare. Ma soprattutto è un trentottenne con uno sguardo sul mondo che sa essere diverso dall'uniformità che la globalizzazione sta imponendo sperando che nessuno se ne accorga. Giancane se ne è reso conto e per questo l'incontro che abbiamo avuto nel suo studio di registrazione a San Giovanni con l'obiettivo di farci raccontare le sue radici giallorosse, è stato qualcosa che si può sintetizzare con parole come vero, indipendente, trasparente, intelligente, propositivo, romanista.

Giancane, romanista da sempre, no?
«Perché si può tifare altro?».

La prima Roma che ricordi?
«Quella degli anni ottanta, solo che non me la ricordo».

Come non te la ricordi?
«Sono nato nel 1980, lo scudetto del 1983 come faccio a rintracciarlo nella mia memoria? E pensare che quella Roma mi ha lasciato un segno numerologico».

Che vuoi dire?
«Rispondo con un numero: il cinque».

Facile, Paulo Roberto Falcao.
«Appunto, il Divino. Quel numero mi accompagna da sempre. Ricordo che da bambino il cinque lo aveva su tutto, sulla tazza per la colazione, sul diario, sui libri. E su una glietta che ho ancora. È piccolissima, oggi mi entra in una mano».

La tua prima partita?
«Un derby del cuore».

Con tutto il rispetto, non proprio il massimo.
«Allora diciamo un Roma-Milan, ero poco più che un bambino. È cominciata la sofferenza».

Come la sofferenza?
«Perché la Roma la ami, ma sbaglio se dico che ti fa incazzare?».

Ci può stare.
«Prendi quest'anno: contro il Frosinone mi sono arrabbiato, contro la Fiorentina depresso. Ma questo non toglie che quando posso vado in Sud con il mio abbonamento».

Solo in Sud?
«Rigorosamente in Sud. Non mi piace neppure andare nei Distinti. Lì stanno tutti seduti, io devo stare in piedi. Devo andare in Sud, tutti in piedi, a tifare. E pensare che ci ho anche lavorato in Sud».

Come ci hai lavorato?
«Da ragazzo ho fatto molti mestieri. Tra questi pure quello di andare, dopo i concerti, a pulire la Curva. E lì ho capito che tutti dovrebbero avere maggiore rispetto nei confronti dei luoghi che li ospitano».

Fai il tifo per il nuovo stadio della Roma?
«Sì, anche se sono affezionato all'Olimpico, da sei anni sono abbonato e, se non sono in tour, non manco mai. Spero che lo stadio si faccia, ma mi auguro che non diventi un parco giochi».

Quando sei fuori per lavoro la Roma come la segui?
«Sfruttando la tecnologia. Io e il mio gruppo siamo tutti tifosi giallorossi, il mio chitarrista Alessio Lucchesi è un fanatico, il fonico è uno che gira sempre con la sciarpa della Roma. Una cosa che in qualche posto ci ha creato dei problemi. E poi abbiamo un confronto aperto con la nostra etichetta discografica».

Non è l'ideale.
«Sai il problema è che loro sono tutti juventini e allora... Però pensa che in Europa la Juve mi stava simpatica».

Spiegami.
«È che, almeno fino alla partita di pochi giorni fa con l'Atletico, in Europa mi sembrava che la Juve fosse un po' come la Roma. E allora questa cosa mi faceva stare bene, cioè che provassero pure loro le ingiustizie a cui noi siamo abituati».

Ti sei mai allontanato dalla Roma?
«Sì, per cinque anni a cavallo del duemila, lo scudetto del 2001 me lo sono goduto poco».

Come mai questo allontanamento?
«Era un periodo in cui il calcio non mi convinceva, mi piaceva poco».

Poi è riscoppiato l'amore.
«Più forte di prima».

Quali sono stati i tuoi primi idoli?
«Bruno Conti, Giannini e quel fenomeno di Cervone».

Strano, Cervone.
«Il fatto è che andavo a scuola nel quartiere Prati, poi andavo all'hotel Cicerone dove la Roma era in ritiro. E all'esterno trovavo sempre Cervone che si stava fumando una sigaretta. E la cosa mi piaceva».

Totti per Giancane è?
«Il Papa. Me lo sono goduto. È un orgoglio che la Roma abbia quasi sempre avuto Capitani romani e romanisti».

Capitani a parte, quali sono stati i giocatori che ti sono entrati nel cuore?
«Nainggolan, Lobont e Doumbia».

Oddio, il primo lo capiamo...
«La cessione di Radja è stata un lutto. In campo è uno che dà tutto, chissenefrega se fuori lo fa strano».

Spiegaci però perché Lobont e Doumbia.
«Perché sono stati due fenomeni. Hanno giocato con la Roma e non ho mai capito perché. Soprattutto il portiere c'è stato una vita, ma perché? Quando lo vedevo scaldarsi sotto la Sud, ero felice. Ma non chiedermi perché».

Tra gli avversari c'è stato qualche giocatore che ti ha conquistato?
«Sì, Paul Gascoigne».

Non ci credo.
«Te lo assicuro. Era uno diverso da tutti gli altri. Ha fatto un solo errore: ha sbagliato squadra».

Il tuo rapporto con la Lazio?
«Non ho rapporti».

Le compri le maglie della Roma?
«Quasi ogni anno».

L'ultima?
«Quella di Rudiger. Ce l'ho solo io. Ma il tedesco mi piaceva, forse perché mi ricordava Aldair».

La partita che ti ha emozionato di più?
«Facile, Roma-Barcellona. Quel giorno dovevo andare a registrare, mi inventai di tutto pur di poter essere all'Olimpico».

I tifosi della Roma a Verona, qualche anno fa, hanno esposto uno striscione che diceva: Chi tifa Roma non perde mai. Sei d'accordo?
«No. È il contrario. Chi tifa Roma perde sempre. Ma quando vinci è un'emozione nuova, unica».

Quella di quest'anno non è un successo.
«Sulla carta mi piaceva e invece questa stagione si è trasformata nell'apoteosi del romanismo».

Tra trenta, quaranta anni come ti vedi da tifoso?
«Come ora. In Sud, magari seduto perché non ce la farò più a stare in piedi».

Un'ultima cosa: ha mai pensato di scrivere musica sulla Roma?
«Mai. Del resto non ho mai scritto una canzone d'amore. E la Roma è un amore. Per sempre».