Davanti volano e non conviene neanche guardare quel che stanno combinando. Per la Roma oggi la parola d'ordine è ricominciare, mettersi alle spalle la delusione di mercoledì, riordinare le idee e ripartire, ovviamente dai tre punti da portare via dallo stadio Via del Mare. Di fronte una squadra che ha preso otto gol nei due confronti contro squadre del livello a cui punta anche la Roma (4-0 con l'Inter in trasferta alla prima giornata, 1-4 col Napoli alla quarta), ma poi ha preso sei punti in due delle altre tre, vincendo due volte in trasferta, a Ferrara quattro giorni fa e addirittura a Torino alla terza giornata, dopo la delusione per la sconfitta casalinga in casa con il Verona alla seconda. In sostanza zero punti in casa, sei fuori. Liverani (che da calciatore giocò nella Lazio e ebbe qualche difficoltà a gestire la sua fede romanista, testimoniata da una vecchia foto con un bandierone in festa nei giorni dello scudetto del 2001) è un allenatore di talento, ed è uno dei tecnici che lavorando su squadre di secondo livello grazie alle loro idee alzano la media del valore del calcio italiano, così anche oggi cercherà di fare la sua partita senza mai rinunciare all'iniziativa. Ovviamente starà alla Roma tenerli lontani dalla porta, ma questo è tutto un altro discorso e ha che fare con il modo con cui sarà stata assorbita la botta della sconfitta con l'Atalanta.

Convinceva, della Roma di Fonseca, proprio la sua già evidenziata capacità di lottare e soffrire, la sua forza di pareggiare quando si rischiava di perdere e di vincere quando si concretizzava il margine per farlo. Persuadeva la floridezza delle soluzioni offensive e gli aggiustamenti che avevano equilibrato la fase di non possesso. Una serie infinita di gare senza sconfitta (sì, ci mettevamo anche le amichevoli perché sarà calcio d'estate, ma pure lì di sconfitte in passato se n'erano accumulate tante) stava facendo pregustare qualcosa di buono che invece all'improvviso è andato di traverso. L'Atalanta oggi è un cliente difficile per chiunque, e chissà se lo sarà anche per lo Shakhtar in Champions (il Sassuolo ieri sera già dopo un quarto d'ora s'era arreso per manifesta inferiorità), ma proprio per questo l'ambizione alla vigilia era batterla e impostare sin da subito la propria candidatura per un posto in Champions League. E invece la caduta all'indietro è stata significativa, al netto delle occasioni che avrebbero potuto cambiare il destino della sfida, e ieri Fonseca ha dovuto spiegare che cosa sta accadendo.

Ora a parlare però sarà il campo. E che campo. Qui si squagliò la Roma di Luis Enrique, ma sulle stesse zolle Batistuta fece capire a tutta Italia che la sua squadra faceva sul serio, segnando il primo e il terzo gol di uno 0-4 che fece risuonare un campanello di sveglia a quel magnifico campionato 2000/2001. Gli altri due li segnarono Tommasi e Totti su rigore, che non era al meglio. Ed è curioso che l'unica altra sconfitta nella storia dei confronti tra le due squadre giallorosse, oltre a quella già citata del 2012, risale al 1986, ed è il celeberrimo 2-3 dell'Olimpico che fece svanire il sogno scudetto per la Roma di Eriksson, interrompendo all'improvviso, contro un Lecce già retrocesso, la fantastica rincorsa alla Juventus, che ovviamente ringraziò e vinse l'ennesimo titolo.

L'unico ex (di prima squadra) della sfida è il greco Tachtsidis, il regista della squadra di Liverani che nella stagione del ritorno di Zeman sulla panchina della Roma arrivò persino a contendere il posto da titolare a De Rossi. Le ultime notizie lo danno comunque in panchina, lì nel mezzo Petriccione è in vantaggio. Un occhio di riguardo se lo meriteranno Falco e Babacar, le due punte anomale di uno schieramento che prevede il goleador Mancosu (quattro gol finora, di cui tre su rigore) play avanzato sulla trequarti. Falco rappresenta perfettamente la "pugliesità": è nato in provinca di Taranto ma si è imposto nelle giovanili del Bari, salvo essere giudicato inadeguato e aver ritrovato poi la Serie A col Lecce, a 27 anni. Lo chiamano il Messi del Salento, tanto per dire.