«Domani non andranno in campo i nomi, ma una squadra prestigiosa che avrà sulle maglie la scritta AS Roma. È quello che conta di più». Basta questa frase di Di Francesco per spiegare quanto sia carica di significati la partita di stasera contro il Genoa. Ecco, allora, che Di Francesco si è guardato intorno e ha chiamato a raccolta i suoi, chiedendo anche a qualcuno di fare un sacrificio. E se questo qualcuno risponde al nome di Daniele De Rossi non c'è bisogno nemmeno di attendere la risposta. Ddr oggi non scenderà in campo, ma starà al fianco di Eusebio, concretamente e idealmente. Aiutando mister e squadra a ritrovare il filo di un discorso che si è ormai interrotto dalla fine della scorsa stagione. E che non possono essere state le partenze di Nainggolan e Strootman a spezzare. De Rossi è rimasto ed è un bene per la squadra e anche per la società. E ora guida la Roma da capitano vero (del resto avendo preso lezioni per tutta la carriera da Totti era difficile non esserlo).

Il centrocampista di Ostia vuole riprendere in mano una squadra sull'orlo del naufragio e condurla in salvo. Dalla mediocrità di un ottavo posto, dall'assenza della voglia di ribellarsi a una situazione negativa, dall'istinto a scappare di fronte alle prime difficoltà. Oggi De Rossi infilerà di nuovo maglia e scarpini, sapendo bene di non essere pronto per scendere in campo ma consapevole, allo stesso tempo, che il solo mettersi a disposizione e stare al fianco dei compagni nel momento più difficile possa aiutare la Roma a uscire da questo momentaccio. Un po' come faceva Totti, che proprio contro il Genoa scrisse l'ultima pagina di un libro meraviglioso che è stata la sua carriera. L'addio al calcio del campione giallorosso è un giorno che è ancora nella memoria di tutti, sia per la vicinanza temporale (era "solo" il 28 maggio 2017), sia per la tempesta di emozioni che il solo rievocare quella partita provoca. Finì 3 a 2, con gol nel finale di Diego Perotti e con Totti a far passare gli ultimi secondi di una sfida infinita giocherellando con il pallone vicino alla bandierina del calcio d'angolo, nell'ultimo gesto di protezione e di amore verso la sua squadra e i suoi compagni.

Oggi, però, è anche il 16 dicembre. Per chi ha qualche anno in più non è una data come le altre, perché in questo giorno del 1984, quindi 34 anni fa, Paulo Roberto Falcao giocava la sua ultima partita con la maglia della Roma. Fu una vittoria di quelle pesanti, perché i giallorossi di Eriksson vinsero per 2 a 1 in trasferta contro il Napoli di Maradona. Il Divino realizzò il primo gol. Proprio durante la sua classica esultanza, il salto elegante con il pugno chiuso del braccio destro alzato, sentì una fitta al ginocchio sinistro. Fu l'inizio della fine. Oggi la Roma affronta il Genoa, ma sarebbe meglio dire che affronta prima di tutto se stessa, le sue paure e le sue contraddizioni. In ballo, prima di tutto, c'è la panchina dell'allenatore abruzzese che, in caso di sconfitta o anche di un brutto pareggio, probabilmente verrà sollevato dall'incarico.

In un modo o nell'altro, la partita contro i liguri segnerà uno spartiacque nella stagione della Roma. E la strada verrà segnata dal come si affrontano le avversità. E il Di Francesco di ieri era tutto fuorché un allenatore rassegnato al proprio destino di perdente. Fosse però così facile, la Roma non sarebbe ottava in classifica a quattro punti dal quarto posto, obiettivo minimo (e misero) per una squadra pensata e costruita per altri traguardi. Il momento è di quelli decisivi, lo stiamo dicendo e scrivendo dalla fine della partita con il Cagliari. In campionato serve un cambio di passo decisivo e la Roma con il Genoa non può neanche permettersi il lusso di pensare a un risultato diverso dalla vittoria. Perché in campo scende «una squadra prestigiosa che avrà sulle maglie la scritta AS Roma».