Ritorna al futuro, Capitano. Non a Capitan Futuro, che quando hai vent'anni è un soprannome che racconta una splendida promessa a braccetto col più grande di tutti; ma quando hai superato i trenta rischia di essere (forse è stata) una prigionia che genera soltanto equivoci. Ritorna al futuro. A Capitan Roma. Perché in un momento come quello attuale, di troppe chiacchiere e poco tratto distintivo, serve un simbolo. Uno che non tiri indietro la gamba, tantomeno se stesso. E nessuno meglio di Daniele De Rossi può incarnare questa esigenza.

Manca da quattro settimane, il numero 16. Da Roma-Sassuolo, ultima partita del 2017. Nell'anno nuovo non ha ancora messo piede in campo. Lo farà con ogni probabilità a Verona, dove ritroverà maglia da titolare e fascia al braccio, dopo aver assistito alla caduta poco libera della sua squadra senza poter intervenire in alcun modo. Il riacutizzarsi di quel fastidio al polpaccio che a intermittenza lo tormenta, gli ha impedito di essere presente nelle quattro partite che hanno enfatizzato la crisi. E siccome il destino è quell'entità astratta che però quando c'è di mezzo la Roma è concretissima e si diverte ad accanirsi, durante l'assenza del Capitano si è fermato anche il suo sostituto designato Gonalons. In cabina di regia nelle ultime gare è andato Strootman, che all'inizio ha anche ben figurato, prima di finire inghiottito a sua volta dalla spirale negativa che ha risucchiato tutti o quasi.

E se fosse proprio quel recupero di romanismo che ora sembra smarrito a dare la spinta necessaria per uscire fuori dal malessere? La discesa agli inferi è stata troppo repentina, profonda, antitetica rispetto ai primi mesi, per non richiedere una risposta di forza almeno pari, se non superiore. La scollatura fra l'entità Roma - società, allenatore, squadra - e il proprio popolo troppo evidente, per non cercare un emblema che ricongiunga i cocci. Prima ancora di regali dal mercato, di soluzioni tecniche o tattiche (che comunque urgono), c'è bisogno di un rinnovato senso d'identità. Di pancia. Per dirla con i tifosi, di cuore. C'è necessità di fare qualcosa di profondamente romanista. E nessuno meglio di De Rossi può interpretare questa esigenza.

È il momento degli uomini veri. Questo giornale lo ha titolato in prima pagina già alla vigilia della partita-bis contro la Sampdoria. Visto il risultato, è il caso di ribadirlo. Come il Capitano deve ribadire di saper prendere per mano i propri compagni e condurli fuori dal guado, oltre le sabbie mobili dell'apatia. In novant'anni di storia se c'è qualcosa che ha sempre fatto gonfiare il petto d'orgoglio e contraddistinto chiunque abbia a cuore le sorti della Roma, è il senso di appartenenza. Una simmetria quasi perfetta fra la squadra e la sua gente. Adesso è il momento di colmare la distanza che si è creata fra le due componenti. Forse la più ampia di sempre, nonostante non sia certo quello attuale il peggior gruppo di ogni tempo. Tutt'altro.

Non è richiesta la perfezione (per quanto non sarebbe certo sgradita), quanto un semplice cenno. La Roma non è mai stata perfetta, né lo è De Rossi, lontano dalle divinità del calcio, con quei difetti che lo rendono così umano, ma vicino all'anima di chi vive intensamente la passione. Di chi sa riconoscere anche gli errori senza necessariamente puntare allo sfascismo. Continuando a nutrire i propri sentimenti. Come fa, senza alcun dubbio, Daniele. E come serve ora. Più di ogni altra cosa.