Non succede, ma se succede. Si diceva così, da queste parti, una volta. Il punto, però, non è ciò che ti succede, ma quello che fai tu. Le Paralimpiadi concluse ieri lo hanno fatto vedere al mondo ogni giorno, anche attraverso chi non vede. Come una Carlotta Gilli da cinque medaglie. «Arrendersi non è mai una opzione», dice. Oney Tapia invece canta ed è talmente dolce che ti viene voglia di chiamarlo Honey. Un successo, non solo nel senso delle 69 medaglie italiane, mai così tante, con 14 ori, 29 argenti e 26 bronzi. E non conta che sia sostantivo o participio passato. Della terminologia si parla e si continuerà a parlare. Chi sono i normodotati? Chi sono i disabili? Ti viene da dire che sono supereroi e che queste forse andrebbero chiamate superolimpiadi. Ma tra le tante cose che ci hanno detto questi giochi paralimpici, forse la più importante è che la cosiddetta disabilità è un concetto ancora in evoluzione. È il rapporto tra le condizioni di salute della persona e l'ambiente circostante. Ed è per questo che meno male che ci sono state queste Paralimpiadi. Hanno detto che se si creano le condizioni, si può fare tutto. Ma anche che non possono farlo ancora tutti. Le protesi e le handbike costano, non c'è solo lo sport agonistico, ma anche, forse soprattutto, lo sport come percorso di riabilitazione e benessere. Meno male che c'è Bebe Vio, non solo per come urla quando vince, per l'autoironia che tira fuori quando, di fronte all'ennesima infezione, dice al dottore che «non c'è rimasto molto da amputare», non solo perché ci ricorda che la vita è una figata. Meno male che c'è perché con la sua associazione art4sport dà un aiuto concreto a tanti atleti. Meno male che c'è ancora Alex Zanardi, anche se non c'era. Con il suo «Obiettivo 3» voleva trovare tre atleti disabili e portarli a Tokyo. Ne ha trovati 4, anche da podio. E Giovanni Achenza, operaio che perse l'uso delle gambe cadendo da una scala, ha vinto il bronzo nel paratriathlon con le ruote della bici di Zanardi, che la moglie di Alex gli ha dato. «Ha fatto il tifo per noi», ha detto Francesca Porcellato, 51 anni, argento con l'handbike, la più grande atleta paraplegica della storia, vince medaglie dal 1988, anche alle Paralimpiadi invernali. Meno male che ci sono state queste Paralimpiadi. Meno male perché il podio tutto italiano nei 100 metri, categoria T63, con Ambra Sabatini, Martina Caironi e Monica Contrafatto, non era il primo nello sport italiano, anche paralimpico. Ma l'hanno visto tutti e questo conta di più. Meno male che ci sono state perché hanno detto che vince anche chi non sale sul podio, anche se non tutti quelli che vanno a medaglia possono salirci da soli. Nessuno si salva da solo e avremmo dovuto impararlo tutti in questo 2021 di tante cose, compreso l'Afghanistan come il Vietnam. Alle paralimpiadi, sicuro. Con gli afghani Zakia Khoudadadi e Hossain Rasouli che hanno girato mezzo mondo ma sono arrivati a Tokyo. E con la vietnamita Haven Shepherd, sopravvissuta a 16 mesi a un suicidio di famiglia voluto dal padre (fece esplodere se stesso, la moglie e le gambe della figlia) e "figlioccia" di Jessica Long, quella della pubblicità, adottata, 26 medaglie in carriera. Nuotano insieme in quell'acqua che è sempre l'unica arma per spegnere il fuoco. E le Paralimpiadi stanno lì a ricordarci che il mondo deve essere uno, in qualsiasi latitudine e con qualsiasi attitudine. Non succede ancora, ma deve succedere.