L'Italia entra negli "anta" nell'ultimo giorno dei Giochi di Tokyo. Arriva a 40 medaglie (10 ori, 10 argenti, 20 bronzi, tutte cifre tonde come una medaglia) grazie al bronzo della squadra di ginnastica ritmica, ancora sul podio dopo l'argento di Atene 2004 e il bronzo di Londra 2012 (e con il furto di Pechino 2008 che grida ancora vendetta). Si tratta di un'autentica impresa sportiva firmata dalle ragazze di Emanuela Maccarani, che nell'ultimo lustro hanno dovuto affrontare molteplici difficoltà e che sono state frenate dalla pandemia. L'inizio della stagione non era stato dei migliori, ma agli Europei primaverili si era portato a casa un argento all-around e in Giappone si è raccolto il frutto di tanti anni di lavoro.

L'Italia non ha sbagliato praticamente nulla, a differenza delle avversarie che hanno lasciato tantissimo in pedana e che nel complesso hanno mostrato meno solidità e concretezza rispetto alle nostre farfalle. Dopo l'amaro quarto posto di Rio 2016, arriva una gioia meritatissima per un quintetto encomiabile, che completa una lunga rincorsa e concretizza il suo sogno. Alessia Maurelli (la capitana), Martina Centofanti, Agnese Duranti, Daniela Mogurean, Martina Santandrea sono salite in lacrime sul podio alle spalle della Bulgaria e della Russia.

L'Italia ha incominciato la sua gara con una solida prestazione con le cinque palle, totalizzando 44.850 punti (36.500 per le difficoltà e 8.350 per l'esecuzione, un ricorso accolto ha permesso di alzare lo score di tre decimi rispetto a quello originario). La prova sulle note di "Ninja" è risultata convincente, ma a metà gara le azzurre erano quarte. La Bulgaria si scatenava (47.550), la Russia faceva il suo (46.200), la Bielorussia si inventava una magia (dopo essersi salvata in qualifica per il rotto della cuffia) e metteva il naso davanti alle farfalle per nove decimi (45.750). Alessia Maurelli e compagne, però, non demordono e continuano a credere nel colpaccio. Con i tre cerchi e le quattro clavette risultano impeccabili sulle note del sempre toccante "Albero della vita" e ottengono 42.850, ma contestualmente devono sperare che la Bielorussia faccia meno di 41.950 dopo che in qualifica si era spinta fino a 43.650. Clamorosamente Hanna Haidukevich e compagne perdono l'attrezzo per tre volte, si fermano a 38.300 e l'Italia mette le mani sul bronzo.

Trionfo Kipchoge

Tra gli eventi dell'ultima giornata, spicca naturalmente la maratona. È sempre Eliud Kipchoge il re di maratona, di nuovo campione olimpico dopo il titolo conquistato cinque anni fa a Rio de Janeiro, stavolta con il tempo di 2h08:38. Il keniano primatista del mondo (2h01:39 a Berlino nel 2018), unico uomo sotto le due ore in maratona nell'esperimento di Vienna del 2019, si regala l'impresa del secondo oro olimpico consecutivo, riuscita soltanto due volte in passato, all'etiope Abebe Bikila (Roma '60 e Tokyo '64) e al tedesco dell'est Waldemar Cierpinski (Montreal '76 e Mosca '80). Con cinque chilometri a 2:54 di media (dal trentesimo al trentacinquesimo) piega tutta la concorrenza e fa il vuoto, confermandosi il miglior interprete mondiale della specialità. La lotta per le altre medaglie si risolve in una volata a tre: l'olandese Abdi Nageeye (argento, 2h09:58) e il belga Bashir Abdi (2h10:00) portano l'Europa sul podio e negano al Kenya la doppietta, spingendo al quarto posto il keniano Lawrence Cherono (2h10:02). Chiude invece in ventesima piazza l'azzurro Eyob Faniel (2h15:11), rimasto con i migliori per i primi ventisette chilometri, poi staccato per effetto del primo break del trio keniano.

Finisce così questa straordinaria e irripetibile edizione dei Giochi. Col record assoluto di medaglie, 40, e quei 10 ori sarebbero stati di più senza un pizzico di sfortuna (Paltrinieri e Samele, ad esempio). Certo, si potrà obiettare che a Roma 1960 (36 medaglie) c'erano 152 eventi e qui sono stati 339. Però a Roma '60 parteciparono 83 nazioni e a Tokyo ben 205.

È stata una grande Italia, con grandi storie. Sarebbe bello rivederle in futuro, magari come frutto di una cultura sportiva nuova e non necessariamente come frutto di famiglie che si sacrificano o di famiglie già introdotte nello sport in cui i figli vincono. Impianti, accessibilità, scuola. E saranno ancora più ori, più argenti, più bronzi.