È vero, ma non ci crediamo. Marcell Jacobs, italiano, è campione olimpico dei cento metri. Il primo agosto 2021 è la data più importante della storia dello sport italiano. Alle 14.54, più 9 secondi e 80 centesimi, record italiano ed europeo, più veloce di Bolt a Rio. Quattordici minuti dopo l'oro di Tamberi nel Salto in Alto, che lo va ad abbracciare, lui che è anche il capitano della Nazionale di atletica. Qualcosa che si fa davvero fatica a raccontare, ma che nei fatti è accaduto. Un atto conclusivo corso da veterano e, dopo il 9''84 stampati in semifinale, Jacobs è riuscito a fare ancora meglio con il tempo di 9''80 a precedere l'americano Fred Kerley (9''84) e il canadese

Andre de Grasse (9''89)

Per l'atletica leggera italiana è la seconda medaglia nei 100 metri dopo il bronzo ottenuto a Roma da Giuseppina Leone nel lontano 1960. «È un sogno che si realizza, mi sentivo meglio della semifinale e mi sono concentrato al massimo per correre il più velocemente possibile. Impiegherò una settimana per capire cosa sia accaduto», le prime parole di Marcell. Ne seguiranno altre, tutte difficilissime da trovare, per un qualcosa di difficilissimo anche solo da immaginare. Eppure, i segnali c'erano tutti. Il 9''94 in batteria, rallentando negli ultimi dieci metri, e una semifinale viziata da una lieve incertezza in partenza, avevano detto che il margine per fare la grande prestazione c'era. Il dubbio, che chi conosce l'atletica coltivava ma, scaramanticamente, non esprimeva, era la disabitudine a disputare tre turni in due giorni. Ma l'adrenalina, il cuore, la forza, o tutto ciò che volete voi, di Jacobs, era più forte di tutto e di tutti. Per capirci, 9"80 vuol dire una velocità media sui 100 metri di 38,4 km/h. La sua punta di velocità è stata di 43,3 km/h. Quarto ai trenta metri, secondo ai sessanta metri, primo alla fine. Con la lucidità, all'inizio, di capire subito che c'era stata una falsa partenza e di non scattare. E quella di mettere il petto avanti alla fine.

La sua storia

Dalla fine, all'inizio. Marcell Jacobs è nato ad El Paso, in Texas, il 26 settembre del 1994. Figlio di madre italiana e padre texano (un militare conosciuto a Vicenza). E proprio il padre venne mandato in Corea del Sud pochi giorni dopo la sua nascita e la madre decise di non seguirlo, trasferendosi a Desenzano del Garda quando il figlio non aveva compiuto neanche un mese di vita. Dopo essere stati separati dalle circostanze, i genitori si sono separati anche come coppia. A lui ha pensato mamma Viviana, che lo ha sempre chiamato il nuovo Bolt. Non era amore di mamma. Era vero. «In famiglia la situazione non è mai stata facile». Ma ha familiarizzato presto con l'atletica, già dall'età di dieci anni, dividendosi tra sprint e salto in lungo. Anzi, sembrava quella la sua specialità. E invece, dopo tre nulli agli Europei indoor di Glasgow due anni e mezzo fa, la decisione più giusta: meglio dedicarsi solo alla velocità. Ciò che avrebbero dovuto consigliare a Andrew Howe, che invece fece il percorso contrario.

Il percorso più difficile, però, non è stato diventare sempre più veloce. È stato guardare il proprio demone, per dirla alla Simone Biles. Il demone aveva la faccia del padre. «Non lo sentivo quasi mai - ha detto qualche mese fa al sito della Fidal - anzi, alla mental coach dicevo di non avere un padre. Poi è stata lei a individuare in questo rapporto irrisolto un problema che incideva anche nelle mie prestazioni. Gli ho scritto una lettera. Mi ha risposto. Ci sentiamo spesso e ci scriviamo ancora, andrò a trovarlo», disse dopo aver vinto gli Europei. Prima, però, c'era da preparare le Olimpiadi. E l'ha fatto a lungo a Roma, all'Acquacetosa. «All'inizio mi muovevo in bici, ma non c'era da fidarsi e così ho preso una macchina». Veloce quanto lui? Forse.

«Per la mia famiglia»

Ha cambiato specialità, ma non ha cambiato coach, cioè Paolo Camossi, che pure è un ex triplista. Bravo anche lui, bravi tutti quelli che gli stanno intorno. Ieri ha ringraziato tutti: «È un risultato che parte dal lontano e infatti devo ringraziare la mia famiglia, il mio staff e la mia mental coach Nicoletta Romanazzi. Avevo detto all'inizio che il mio traguardo era la Finale, ma una volta che c'ero è chiaro che il desiderio era quello di vincere. Sono partito come non mai e quando mi sono visto davanti a tutti ho sfogato con un urlo il mio entusiasmo», ha aggiunto l'azzurro. E la dedica? «Alla mia famiglia e a chi ha creduto sempre in me. Questo risultato ha queste basi».
Della famiglia, s'è detto. E poi il team, già. Un fisioterapista, un chiropratico, una mental coach, un manager e un nutrizionista. Collanina, braccialetto, brillantini ai lobi delle orecchie, testa pelata, muscoli, tatuaggi. Di sicuro, non passa inosservato. Ma la maggior parte del tempo la passa con la compagna Nicole e con i figli Anthony e Meghan, quasi due anni. Ci sono i loro nomi, tra i tatuaggi, e c'è anche quello del primo figlio, Jeremy, avuto da una ragazza con cui le cose non sono andate bene. «Non è stato semplice costruire un rapporto con lui». Ma l'ha fatto, volendo evitare un altro rapporto padre-figlio difficile, ma al contrario. Ferita, altro che tatuaggio. Tornando a quelli, sulla pelle ha anche una tigre. «Mi rappresenta. Animale un po' solitario, che può graffiare». Eccome se graffia.