Var & eventuali

Faglia protocollo

L’evoluzione tecnologica richiede a chi dirige uno sforzo in più di uniformità. In attesa di novità regolamentari, superato il «chiaro ed evidente errore». Ma i conti non tornano

(Dazn)

PUBBLICATO DA Gabriele Fasan
02 Gennaio 2026 - 07:00

L’anno vecchio è finito ormai, ma qualcosa ancora qui non va. Lo cantava Lucio Dalla nel lontano 1979 e mai come oggi risuona attuale per tanti aspetti. Certamente c’è ancora e tanto da registrare per quanto riguarda il mondo dell’arbitraggio a massimi livelli. Da registrare, con tutte le difficoltà dettate dall’avvento fagocitante della tecnologia, presente ormai in tutti gli sport, oltre che nella vita di tutti i giorni delle persone, e destinata ancora a evolvere.

In un calcio sempre più televisivo, per scelta e per convenienza, non ci si è accontentati di decine di telecamere “ufficiali” e di migliaia e migliaia di smartphone pronti a invocare chissà quale prova tv, ha esordito in questo anno solare anche la ref-cam. L’arbitro, ormai, va in giro che sembra Babbo Natale, per rimanere in clima con le feste. deve correre con chili di tecnologia addosso. Se dovessimo tirare un bilancio, gli errori - che pur si sono limitati dall’introduzione del Var del 2017 ad oggi - continuano a esserci e a generare polemiche. La percezione popolare, più che richiamare agli errori, fa appello alla difformità di giudizio - ricordiamo che è sempre appannaggio dell’uomo - che comunque l’introduzione della tecnologia non ha per nulla contribuito a eliminare, come ci si attenderebbe, ma anzi è riuscita per alcuni versi a esasperare. Colpa di un protocollo di utilizzo invecchiato male, con il «chiaro ed evidente errore» prestato alla soggettività ha fatto il patatrac.

La fine dell’anno ha fatto emergere una nuova linea dell’Aia (condivisa a livello internazionale) che converge sull’eliminazione degli errori punto e basta. Il bivio è vicino: o correggiamo tutto o, quasi niente, cioè solo le cose oggettive, che pure nel calcio ci sono ma non sono la maggioranza. Togliere soggettività all’arbitro non sarebbe forse l’acqua santa, ma per le istituzioni è il diavolo. Così, in attesa che si metta mano veramente a qualcosa di così semplice a parole, ma - sembra - complicato coi fatti e cioè un protocollo più ampio e dettagliato, assistiamo ad arbitraggi discordanti tra un campionato nazionale e l’altro, tra una competizione nazionale o internazionale e l’altra. Insomma, è consigliato andare alle partite con il gps in mano e farsi il segno della croce.

Ne sa qualcosa la Roma, che nel 2025 ha fatto spesso scuola: in Europa ricordavano un Ranieri diverso da quello che tuonò prima con Stieler per l’arbitraggio di Porto-Roma e poi con Turpin, fresco eletto dall’IFFHS miglior arbitro del mondo, per l’espulsione (con mezzo parametro su quattro) di Hummels a Bilbao. In Italia c’è una tendenza ondivaga (eclatante il caso Pasalic-Koné), alimentata dalle direttive che arrivano da Rocchi in giù in base ai casi settimana dopo settimana. Per carità, per correggere e dare una linea, ma probabilmente anche per - è umano - confondere e “falsare” - ma fissare bene le regole prima, no? - quando si dice «da oggi» il fuorigioco in area di rigore è da considerare attivo (Celik sul gol annullato di Soulé in Roma-Parma...).

Siamo passati per verità fake («se tocca il pallone non è fallo») a interpretazioni dell’immagine non da «dinamica» di calcio (come spesso chiesto da Rocchi), ma da sport di “non” contatto. E poi per pestoni e pestoncini, prima cancellati e poi riabilitati (come nell’ultimo Juve-Roma, Pellegrini-Bremer vi dice qualcosa?), o per simulazioni premiate e quarti ufficiali talvolta disattenti (ricordate il pugno di Marusic a Angeliño nel derby di settembre?) o severi solo a volte (Crezzini inflessibile con Gasp e clemente con Allegri). 

Insomma, se dovessimo dichiarare un buon proposito per il 2026 sarebbe quello di continuare a seguire il calcio augurandosi che tutte le componenti in gioco, nell’era dove tutto è visibile, siano sempre più scupolose per uniformare le decisioni e renderle senza appello. Perché per ora l’impressione, tra campo e narrazione, è che siamo sempre al vale tutto.

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