Santiago aveva dieci anni, gli occhi intelligenti, il cuore romanista, lo sguardo già allenato al calcio per il semplice fatto che il fumo non gli dava fastidio. Meglio così. Perché il papà Walter di cognome fa Sabatini, di professione direttore sportivo, innamorato di Fabiola, la mamma di Santiago, calcio, calciatori e Marlboro rosse, pacchetto duro, rigorosamente italiano, «perché quelle che compri in giro per il mondo non hanno lo stesso sapore». Comprendiamo. All'epoca, stiamo parlando di fine 2014, Santiago aveva un motivo in più, se mai ce ne fosse stato bisogno, per tifare la sua Roma. Papà Walter era il direttore sportivo giallorosso da poco più di due anni, l'obiettivo era quello di regalare al figlio e alla gente romanista uno scudetto, una coppa, un trofeo per poter andare a fare festa tutti insieme.

C'era Garcia sulla panchina giallorossa. Secondo anno del francese che, si sperava, potesse andare meglio del primo quando la Roma si era dovuta arrendere ai record della Juventus, nonostante fosse stata capace di fare i suoi di record, ottantacinque punti, ventisei vittorie, numeri poi battuti dall'ultimo Spalletti, ottantasette e ventotto, pure questi incredibilmente inutili per vincere, perché di mezzo ancora la Juventus a impedire l'appuntamento al circo Massimo. Non stava andando come la prima, la seconda Roma di Garcia. C'era il problema del gol, e non solo, a frenare le ambizioni di sfidare ancora più da vicino la vecchia signora. La squadra giocava male, senza idee, spenta, prevedibile, fiacca, senza prospettive, faceva una gran fatica a mettere il pallone nella porta avversaria. Mancava un centravanti, nonostante la rosa comprendesse un notevole pacchetto di attaccanti. C'era Totti anche se gli anta ormai non erano troppo lontani. C'era Doumbia capace di trasformarsi in poche partite in uno dei flop più flop di mercato. C'era Ljajic che ancora non si era capito quello che è, ovvero un incompiuto.

C'era il giovane e promettente Sanabria, peraltro più con la Primavera che con la prima squadra. C'era Destro che tutto stava facendo meno che confermare le qualità di bomber per cui era stato preso. C'era Gervinho che qualche gol lo faceva, ma certo non era una prima punta e poi non sapevi mai se, quando andava in campo, aveva la lunga giusta. Serviva una prima punta. Serviva come il pane per dare alla Roma una dimensione diversa, una dimensione in grado di far sognare.

Sabatini lo aveva capito quasi subito in quella stagione. Già in autunno stava esaminando centravanti in tutto il mondo. In quell'infinito mercato, se ne fecero una marea di nomi possibili per il futuro puntero della Roma. Tra i più gettonati ci fu il colombiano Bacca, all'epoca al Siviglia di Monchi, si racconta che Sabatini incontrò anche un paio di volte Ivan Cordoba, l'ex difensore dell'Inter, che in quel momento aveva il mandato per l'Italia del giocatore. Ma si fecero anche i nomi di Milik allora all'Ajax, Icardi, Kalinic, Benteke, Lukaku, Jovetic e, pure, Higuain che già aveva qualche mal di pancia a Napoli. Il ds romanista si incontrò con i procuratori dell'argentino in un noto ristorante di ponte Milvio, quattro chiacchiere sufficienti per scoprire che di ingaggio il giocatore voleva quasi sette milioni di euro netti, grazie e arrivederci. Meglio concentrarsi su altro.

E l'altro si materializzò definitivamente in un'amara notte di coppe e di campioni. Stadio Olimpico, la Roma ospita il Manchester City, gli è sufficiente pareggiare con il punteggio iniziale per qualificarsi agli ottavi di finale, vietato perdere. Perse. Era il City dell'ingegner Pellegrini, un emiro come padre padrone che in tasca aveva e continua ad avere carte di credito senza limiti di spesa. In quel City, quella sera, da centravanti giocò Edin Dzeko. E fece una partita da campione. Walter Sabatini, che una mezza idea in testa sul bosniaco già ce l'aveva, fu definitivamente folgorato da una giocata del pennellone. Stop di petto, tiro al volo, niente gol, ma di una bellezza che aveva fatto godere il senso estetico del ds allora romanista, quel senso estetico a cui Sabatini aveva dato sempre retta e poche volte lo aveva tradito. Quella notte decise che il centravanti della Roma sarebbe stato proprio il bosniaco.

Il giorno dopo lo disse solo a Santiago. Il figlio gli rispose con il sorriso negli occhi. Sabatini non aspettava altro. Cominciò così l'operazione. Primi passi molto cauti. Non c'era bisogno neppure di scomodare qualcuno all'esterno di Trigoria. Fu sufficiente farsi quattro chiacchiere con Miralem Pjanic che all'epoca vestiva la maglia della Roma. Chiacchiere che furono sufficienti per sapere che il compagno di nazionale di Miralem, al City aveva un solo altro anno di contratto anche se a una cifra superiore ai sei milioni di euro, ma che non era più tanto convinto di rimanere in una Manchester che certo non è il posto più bello del mondo. C'erano insomma le condizioni per provarci.

Il secondo step fu quello di contattare l'uomo di Dzeko delegato per il mercato italiano. Ovvero Silvano Martina, ex portiere di un certo successo, da qualche anno procuratore che nella sua scuderia poteva vantare una stella come Gigi Buffon. Furono avviati i primi contatti che, tramite Martina, servirono anche a sondare il terreno con il Manchester City. Così giusto per sapere se l'emiro fosse disponibile a trattare il giocatore. Sul prezzo, nel caso, ci si sarebbe messi d'accordo più in là. La disponibilità fu accertata.
E allora si passò alla fase chiave, ovvero convincere il giocatore. Perché, poi, avendo l'accordo con il bosniaco in tasca, sarebbe stato più semplice andare a trattare con il club inglese per spuntare il miglior prezzo possibile visto che Sabatini non è che avesse un budget illimitato, anzi doveva pensare prima alle plusvalenze e poi al mercato in entrata. Intanto Pjanic continuava a parlare con il suo compagno e amico in nazionale, spiegandogli tutti i pro di un trasferimento in giallorosso, partendo dalla città più bella del mondo e finendo con la possibilità di giocare insieme a Totti. La strada cominciava a spianarsi. Solo che la stagione era in corso, difficile poter organizzare un incontro per cominciare a definire i dettagli di un contratto che certo non si presentava come il più semplice al mondo.

Si decise allora di aspettare la fine della stagione per incontrare Dzeko lontano da occhi indiscreti. Martina teneva i contatti con il suo assistito, mentre Sabatini cercava di tenere tutto nascosto, felice che sui giornali uscissero tutti altri nomi. Per la verità uscì anche quello di Dzeko ma ben presto cadde quasi nel dimenticatoio nella convinzione che per la Roma sarebbe stato impossibile, per cartellino e ingaggio, acquistare un giocatore come Edin.

E invece la cosa cominciò a concretizzarsi verso la fine di maggio del 2015. I segnali del bosniaco erano positivi. Sabatini decise di andarlo a incontrare di persona. Ma era fondamentale che nessuno lo sapesse. La mattina che partì per andare a incontrarlo, lo disse soltanto a Santiago, «vado a prendere Dzeko ma te mi devi giurare che non lo dici a nessuno neppure a mamma». Il ragazzino lo giurò in un attimo. Walter partì. Aereo fino a Ronchi dei Legionari, dove ad attenderlo trovò Silvano Martina con una macchina. Partenza, direzione Sarajevo, capitale della Bosnia, dove era stato fissato l'appuntamento. Per Martina non fu un viaggio facile. Immaginate di stare in macchina per ore avendo al fianco un signore che spegne una sigaretta per riaccenderne subito un'altra. Ma il lavoro è lavoro, seicentoventotto chilometri di strade non proprio americane, poi Sarajevo. All'incontro, Dzeko si presentò con il papà. Fu una chiacchierata lunga, articolata ma decisiva. Edin era felice di trasferirsi alla Roma. Si trovò l'accordo. Per un contratto quinquennale. E la lunghezza fu decisiva perché il giocatore accettasse una decurtazione dell'ingaggio di quasi due milioni a stagione rispetto a quello che gli garantiva l'emiro. Con quell'accordo in tasca, Sabatini sapeva che il più era fatto.

Dzeko sarebbe diventato della Roma. A quel punto cominciarono i contatti con il City. Che non furono rallentati neppure dal fatto che il nome di Edin uscì sui giornali. Dopo averli letti, il telefonino del ds squillò. Sul display il nome del figlio. «Papà ti giuro io non l'ho detto a nessuno, neppure a mamma» le parole con cui Santiago anticipò Walter nella convinzione che pensasse che fosse stato proprio lui a farsi sfuggire la notizia. Sabatini si fece una bella risata, pure quando cominciò a leggere il presunto costo del cartellino, venticinque, trenta, quaranta milioni. Pochi giorni dopo chiuse con il City. Quattro milioni per il prestito, diritto di riscatto a undici, altri tre di bonus. Un capolavoro. Per la felicità di Santiago. Soprattutto perché era stato bravo a non dirlo a nessuno. Neppure a mamma Fabiola.