Barcellona. Le ramblas. I ristoranti di pesce. Il mare. Le pulsioni indipendentiste. Siamo nella primavera del 2011. Gli americani hanno appena acquistato la Roma da Unicredit, dopo una trattativa infinita, di fatto conclusasi in aprile a Boston. Anche se dopo ci sarebbe stato bisogno di un'apprendice per riscrivere i patti parasociali, conseguenza della pubblicazione della due diligence giallorossa, roba da mettersi nelle mani dei capelli, anche se in molti da queste parti se ne sono dimenticati.

L'organigramma della nuova società era operativo: Franco Baldini direttore generale ancora non ufficale solo perché stava mettendo a punto l'exit strategy dalla federazione inglese; Walter Sabatini direttore sportivo già sul campo alle prese con procuratori e calciatori per costruire la sua prima Roma; Claudio Fenucci responsabile amministrativo con il problema di far tornare i conti. Tutti, comunque, già al lavoro per decidere quale sarebbe stato il primo allenatore dell'era a stelle e strisce, il tecnico che nelle intenzioni sarebbe dovuto rimanere al timone per più di una stagione tracciando il percorso di una rivoluzione culturale.

La scelta catalana

All'epoca sulla panchina giallorossa sedeva Vincenzo Montella. In corsa, aveva preso il posto di Claudio Ranieri, dimessosi dopo un'incredibile sconfitta sul campo del Genoa, giallorossi in vantaggio tre a zero alla fine del primo tempo, i padroni di casa che ribaltano tutto nella ripresa andando a vincere quattro a tre. Montella era stato promosso dalla panchina dei Giovanissimi giallorossi, dimostrando che il salto in alto non l'aveva messo in difficoltà. E l'idea di tenerlo fu discussa a lungo. Al punto che ci furono diversi incontri tra i dirigenti e il tecnico per continuare insieme. Solo che le parti non riuscirono a mettersi d'accordo. Le confidenze parlarono di un mancato punto d'incontro dal punto di vista economico con tanto di porta sbattuta da Franco Baldini uscendo dalla villa dell'Aeroplanino a Casal Palocco. La verità è che tra i due non ci fu quel feeling giusto perché si arrivasse alla fumata bianca.

E adesso che si fa? si chiesero a Trigoria. C'era da trovare un nuovo allenatore. In quegli anni, si era sempre più affermato il cosidetto tiki-taka catalano, il Barcellona di Pep Guardiola come migliore espressione, un calcio straordinario fatto di qualità, tecnica, velocità, intuizioni geniali, grandi campioni. Perché, allora, non provarci? Franco Baldini conosceva bene Guardiola. Da ds della Roma di Franco Sensi, lo aveva portato a Trigoria da calciatore nell'estate del 2002, preso dal Brescia dove il centrocampista catalano si era trasferito dopo gli straordinari anni con il Barcellona. Il rapporto tra i due fu subito molto solido. Complici non solo gli interessi calcistici, ma anche letteratura, cinema, teatro, musica. Un rapporto che era durato nel tempo. E che Franco Baldini provò a concretizzare per un secondo ritorno di Guardiola a Roma.

E allora, appuntamento a Barcellona, cena a base di pesce, parlando di calcio e non solo. Pep in quel momento era l'allenatore numero uno al mondo (per quanto ci riguarda lo è ancora oggi), con il Barcellona aveva vinto di tutto e di più, regalando agli amanti del calcio una delle squadre più straordinarie di sempre. Ma in quel momento si vociferava che fosse arrivato a un punto di stanchezza tale che poteva pensare di interrompere il suo rapporto con il suo Barcellona. Perché non provarci, pur sapendo che lo stipendio del catalano era già di quelli con molti zeri? Provarci, del resto, non sarebbe costato nulla, al massimo si poteva incassare un no grazie con mille motivazioni condivisibili. Baldini ci provò. Con una semplice domanda-affermazione: «Pep, se ti sei stancato di vincere facile, che ne diresti di venire ad allenare la Roma? Stiamo partendo con un nuovo progetto, il tuo calcio ci affascina, perché non provare a riproporlo anche in giallorosso?».

La risposta di Guardiola fu un sorriso. Poi arricchito da alcune parole che sostituirono un no secco che sarebbe stato perlomeno maleducato. «Grazie per aver pensato a me, ma resto al Barcellona, almeno per un altro anno, poi si vedrà. In ogni caso, posso suggerirvi un nome. È quello di Luis Enrique, il nostro allenatore del Barcellona B, ha fatto uno straordinario lavoro, ha idee, voglia di lavorare, una grande filosofia di vita e di gioco, è una persona seria e preparata». Baldini incassò quel no con eleganza, metabolizzando in fretta il nome di Luis Enrique. Nome non nuovo, perché qualche settimana prima, la candidatura di Luis Enrique gli era stata proposta da Dario Canovi, persona seria, procuratore di lungo corso, conoscitore di calcio e calciatori. Fu facile a quel punto fare due più due. La somma diede Luis Enrique primo allenatore della Roma americana. Poi sappiamo come è andata. Non è stato certo un successo, anche se quel percorso tracciato dal catalano, forse avrebbe meritato di essere ancora assecondato, piuttosto che abortito dopo appena dodici mesi.

Il secondo tentativo

L'addio di Luis Enrique, nonostante la Roma provò in tutte le maniere a convincerlo di rimanere, portò al ritorno di Zdenek Zeman sulla panchina giallorossa. Un ritorno determinato anche da alcuni no di altri allenatori, Vilas Boas che rifiutò perché spaventato dalla presenza di Francesco Totti, Unay Emery, Marcelo Bielsa (un pallino di Sabatini). Ma non fu un successo neppure il ritorno del boemo, nonostante fosse stato riaccolto dal benvenuto di una buona parte della tifoseria che non aveva dimenticato il fascino dell'utopia zemaniana. I risultati non furono all'altezza delle speranze. Di conseguenza a Trigoria si tornò a pensare di prendere un nuovo allenatore. Un pensiero che si materializzò in fretta in casa Roma, la rottura con Zeman era già un dato di fatto nel mese di novembre del 2012. Pensando e ripensando, si tornò al primo amore. Pep Guardiola. Che, nel frattempo, aveva lasciato la panchina del Barcellona, prendendosi un anno sabatico da trascorrere a New York con l'obiettivo di sfamarsi della Grande Mela per ricaricare le pile in vista del suo ritorno nel calcio che conta. Franco Baldini decise di tornare alla carica. Avvertendo, ovviamente, delle sue intenzioni James Pallotta che nell'agosto precedente era diventato ufficialmente il presidente della Roma prendendo il posto di Thomas DiBenedetto.

Appuntamento, dunque, a New York. Partenza il quattro novembre del 2012, due giorni prima le elezioni per il presidente americano, Barack Obama favorito per essere riconfermato alla Casa Bianca. I protagonisti si videro a cena nella serata del 6 novembre, il giorno delle elezioni. Intorno al tavolo presero posto Guardiola, Baldini, Pallotta e, secondo qualcuno, sarebbe stato presente pure Thomas DiBenedetto anche se ormai era l'ex presidente giallorosso.

Il copione fu più o meno lo stesso dell'anno precedente, solo che stavolta oltre a Baldini, al tavolo c'era anche il peso del presidente della Roma. «Allora, Pep non ti andrebbe di tornare sperando sempre che tu ti sia stancato di vincere facile?». La risposta, sempre educata, fu la stestessa dell'anno precedente. Le parole del catalano fecero anche capire agli interlocutori che era sì interessato a un'esperienza lontano dal calcio spagnolo, ma che il campionato italiano, che aveva conosciuto da calciatore seppur agli ultimi fuochi di una carriera formidabile, non era al momento in cima alla lista delle sue preferenze per il suo ritorno in panchina. La cena si concluse seguendo le spoglio delle elezioni americane, obama riconfermato. Ma Pep prese un'altra strada. Dopo pochi mesi il Bayerm Monaco ufficializzò l'arrivo di Guardiola. Per la Roma, invece, il dopo Zeman fu prima Andreazzoli e, nella stagione successiva, Rudi Garcia. Con tanti saluti al progetto catalano.