E adesso sono di nuovo tutti con Fonseca. Ne scrivevamo qui due giorni fa. Non due mesi, neanche due anni. Due giorni fa. Con che faccia - ci chiedevamo - si presenterebbero a soccorrere il vincitore (se Fonseca riuscisse a guidare la Roma fino a Danzica) tutti quelli che hanno dato per scontato il suo divorzio con la società dimenticando che di mezzo c'era un quarto di finale di Europa League contro una squadra forte ma tutt'altro che insuperabile? Poche ore e la faccia si è mostrata, in una vagonata di testimonianze di stima per l'allenatore che ha preso forma ieri sui social fino a toccare punte di fanatismo. È la sbornia da risultato in cui si sbronza chissà quanto consapevolmente il popolo del calcio, con buona pace di chi prova a comprendere - dalla semina ai frutti - la natura del lavoro svolto dai protagonisti. E per fare un esame serio non ci si può affidare esclusivamente ai risultati: primo, perché altrimenti sarebbero tutti capaci, secondo, perché nel calcio c'è anche una componente di casualità che a volte annacqua meriti e demeriti. E in questo senso la gara della Cruijff Arena, esauriti i doverosi festeggiamenti, deve lasciar spazio a qualche riflessione non completamente positiva.

L'identità della squadra

Partendo proprio da ciò che oggi la Roma quando scende in campo ha in animo di fare. Fino a qualche settimana fa, non c'era dubbio: il suo obiettivo era quello di dominare il gioco, le pressioni erano sempre altissime, le avversarie quasi sempre preferivano abbassarsi in fase di non possesso per ripartire puntando su transizioni veloci in larghi spazi. E quando saliva la qualità degli avversari, per la Roma aumentava la possibilità di perdere le gare. E quando la frequenza si è fatta preoccupante, Fonseca, discutendone con i giocatori, ha apportato qualche variazione. Era già accaduto l'anno scorso quando il portoghese passò alla difesa a tre, trovando così gli equilibri che a lungo erano mancati. Quest'anno è successo prima in autunno, quando sono arrivate le due brutte sconfitte di Napoli e Bergamo, e poi nel 2021, quando in successione la Roma ha perso con Lazio e Juventus passando per la brutta figura dell'eliminazione in Coppa Italia con lo Spezia.

E contro il Milan è arrivata la decisione di cambiare strategia (non identità, ricordate le parole di Fonseca in conferenza stampa?): rinuncia al possesso esasperato, rinuncia alle pressioni più estreme, abbassamento del baricentro di una decina di metri. Così però la Roma ha finito un po' per snaturarsi e l'assenza dei suoi migliori giocatori ha fatto il resto. La sensazione oggi è che la squadra giallorossa non abbia guadagnato in impermeabilità ma abbia sicuramente perso qualcosa in efficacia offensiva. Così le partite sono diventate più "casuali". Con l'Ajax all'8° del secondo tempo si è camminato sul filo del baratro, quattro minuti dopo si è ballato in paradiso. Che cosa si sarebbe detto dell'allenatore, e di questa squadra, se Tadic avesse realizzato il 2-0 su rigore? E di Ibanez e della sua partita piena di errori, se non fosse arrivata quella prodezza a fissare una storica vittoria?

Gli errori in non possesso

Ecco allora che un ripassino delle incertezze che ancora costellano le partite giallorosse potrebbe essere utile. Cominciando proprio dalla fase in cui la palla è sui piedi degli avversari, con i difensori che a volte si alzano sin troppo e altre scappano senza un criterio (vedi Mancini nel gol del vantaggio). Manca pure adeguata aggressività sull'uomo a mano a mano che ci si abbassa dentro l'area. Anche con le linee basse, infatti, bastano due movimenti civetta ben organizzati dalle avversarie per aprire nella difesa romanisti buchi difficili da coprire (nel secondo tempo giovedì è successo tre o quattro volte). L'atavica incapacità, ad esempio, nel fronteggiare i due contro due (quelle microsituazioni che capitano a decine dentro ogni partita) andrebbe risolta: e invece con preoccupante frequenza si vede il primo giocatore che affronta il dirimpettaio seguire la palla invece di attaccarsi all'uomo nel triangolo appena abbozzato e quel movimento iniziale non viene più recuperato sullo scatto dell'avversario diretto, lanciato a recuperare più avanti il pallone per chiudere il triangolo. E la postura (vedi Cristante nell'occasione di Tadic) ancora troppe volte non tiene conto di abbrivio e caratteristiche dell'uomo che si sta marcando.

Gli errori in possesso

Con l'Ajax abbiamo apprezzato alcuni tentativi tattici studiati a Trigoria per scardinare il piano difensivo avversario, dagli schemi sui corner ai calci di punizione (al 34° solo un fuorigioco ha vanificato una bella combinazione puntata sulla torre di Dzeko per Cristante), dai cambi di gioco sul lato debole dell'avversario, alle ripartenze di Spinazzola in catena mai casuale con Veretout. Ma ancora manca la lucidità di palleggiare senza tremori: e dove non arrivano le capacità tecniche dei romanisti, dovrebbe intervenire la conoscenza schematica dei movimenti. Tutte le migliori squadre del mondo sanno trovare alternative nelle uscite dal basso sotto pressione, variando magari le soluzioni tra palla lunga e palla corta, tra combinazioni sull'esterno o in diagonale interna. E il ricorso al terzo uomo per trovare le sponde che consentono di uscire dal lato desiderato deve essere maggiormente sperimentato. Quel 75% di possesso palla lasciato agli olandesi nel secondo tempo, con la percentuale di precisione di passaggi crollata al 70%, deve far riflettere. Tra sei giorni con l'Ajax non ci sarà niente da difendere. Più loro alzeranno le pressioni, più ci saranno varchi: e un gol fatto chiuderebbe forse la questione qualificazione, due lo farebbero senza forse.

Lo spessore del tecnico

Di sicuro Fonseca non merita l'acredine sviluppata sul terreno marcio dell'arroganza di chi giudica senza conoscere. O, peggio, di chi attratto dalla retorica dell'uomo forte (il Conte che telecomanda a urlacci la sua squadra, l'Allegri che incarna lo status dell'italiano furbo che punta solo alla vittoria) non si è fatto scrupoli di metterlo in difficoltà. Di errori ne ha commessi, ma resta un allenatore brillante e un uomo di spessore. Uno che in un mondo di ciarlatani e venditori di fumo, non ha certo bisogno di hashtag per lavorare sereno, ma solo di una società forte e giocatori leali. E magari di una comunicazione più competente e rispettosa.