Houston, abbiamo un problema. E chissà se per l'appunto in Texas hanno la soluzione. E comunque i Friedkin ormai stanno sempre a Roma (e allo stadio scuotono la testa...) e dunque è a Trigoria che bisogna guardare per capire che tipo di finale di stagione aspetta questa squadra e i suoi tifosi. La sconfitta con il Napoli ha conclamato il problema che sta tenendo, al momento, fuori la squadra dal consesso delle migliori della classifica: contro le squadre del suo stesso livello, o di livello superiore, la Roma non sa più come giocare. Ci ha provato attaccando, ed è stata punita (vedi le partite con l'Atalanta, con la Juventus, con la Lazio), ci ha provato gestendo (col Milan e col Napoli) ed è andata peggio. Così adesso si è arrivati alla crisi d'indentità, che forse è la cosa peggiore. Basta risentire quello che hanno detto Fonseca e Pellegrini a fine partita: l'allenatore ha parlato della mancanza di coraggio dei suoi giocatori per spiegare quell'assurdo primo tempo, il capitano ha detto invece che non c'è niente di male ad aspettare gli avversari, a patto ovviamente di non essere passivi come invece i giallorossi sono stati col Napoli. Qual era, dunque, il piano gara della partita di domenica, una sorta di spareggio tra outsider per la Champions League? Avere coraggio o aspettare? Forse combinare le due cose? Qualcuno l'ha capito? Ne dubitiamo. E se la confusione regna sovrana, la principale responsabilità è dell'allenatore.

Gli errori a vantaggio del Napoli

È indubbio che nel primo tempo la Roma sia rimasta ad aspettare gli avversari senza pressioni estreme e con le linee strette dalla propria trequarti a quella avversaria, con i tre attaccanti chiamati ad occuparsi dell'impostazione dei quattro difensori, ma con l'aggressività ridotta delle pressioni di metà campo, aiutati dai due mediani e, all'occorrenza, dai due esterni di centrocampo: spesso alcuni giocatori dovevano fare il pendolo a correre tra centrale e terzino, e nel giro palla opposto, stringere poi verso il centro a sostegno dei compagni. Esempio: Maksimovic (oscurato da Dzeko) andava da Koulibaly (su cui arrivava Pedro) e da lì a Mario Rui (su cui usciva Pellegrini, mentre El Shaarawy si accentrava dalla parte opposta, pronto a uscire in caso di giro palla). Se poi dal terzino si trovava (e capitava sempre) magari Zielinski che veniva incontro mentre le tre punte allungavano, allora i difensori romanisti scappavano con gli avversari, Zielinski prendeva palla solo e si girava e puntava tutti, trovando spazio libero davanti (un'azione così si è sviluppata al 15', ed è stata una delle tante). Così la Roma, sia pure in superiorità numerica, si ritrovava ad abbassarsi fino alla propria area, lasciando libera iniziativa alla ispiratissima proprietà di palleggio degli avversari sulla trequarti romanista. Il gol del vantaggio è venuto ad esempio su punizione nata però da una verticale veloce a difesa schierata (il famoso 5221, sistema schiacciatissimo di gioco utilizzato domenica), con Mancini costretto a uscire su Mario Rui in diagonale interna, Cristante e Ibanez attirati da Mertens e Zielinski, palla al polacco e gesto geniale di controllo a seguire col tacco, poi inibito dal fallo di Ibanez. E il secondo gol è derivato invece da una veloce transizione, con difesa costretta a scappare, Insigne che a sinistra è rientrato sul destro e ha servito Politano in profondità opposta, grande classico dai tempi di Callejon a cui nessuno è mai riuscito a trovare una soluzione (eppure Spalletti la giocata l'aveva persino codificata, col tocco d'esterno destro di Insigne segnale definitivo che bisognava scappare veloci all'indietro. Dunque schieramenti non ordinatissimi, difensori non irreprensibili, soluzioni tattiche non immediate: e se davanti ti trovi avversari di grande qualità i tuoi errori vengono puniti. Che cosa è mancato dunque? Verrebbe da dire Smalling in difesa (Cristante è stato tra i pochi a salvarsi, ed è molto intuitivo nelle letture, ma non sarà mai un grande difensore), Veretout a centrocampo (quel filtro che Pellegrini e Diawara non riescono a garantire) e magari il genio di Mkhitaryan davanti, stante le precarie condizioni di Dzeko e la preoccupante involuzione di Pedro.

Le colpe di Fonseca

Chi segue questa rubrica sa quanto siamo stati clementi con l'allenatore fino ad oggi, convinti come siamo che siano state più le cose positive portate dal portoghese nell'oggettivamente difficile contesto in cui si è trovato a lavorare rispetto a quelle negative evidenziate dai mai risolti problemi tattici. Se però un problema continua a manifestarsi e chi è chiamato a risolverlo non trova soluzioni convincenti diventa inevitabile chiamarlo alle sue responsabilità. E la partita con il Napoli le ha evidenziate tutte un'altra volta. Di certo, non ci uniremo mai al coro di chi sfrutta ogni partita per richiedere la sua testa. Al contrario, il portoghese si è guadagnato il diritto di chiudere la stagione provando a raggiungere comunque l'obiettivo del quarto posto (la questione si è complicata, ma è tutto ancora possibile con trenta punti in palio e molti giocatori in rientro dall'infermeria) e magari la semifinale di Europa League. Dunque lavori sui difetti tattici e, evidentemente, di comunicazione, ma resti fino all'ultimo giorno ai comandi di questo gruppo. E poi si vedrà.

Il coraggio delle pressioni alte

Ora però alcune soluzioni vanno individuate e qui bisogna fare una scelta precisa. Se avevamo persino lodato l'intenzione di non andare più allo sbaraglio contro le squadre più tecniche, questo non significa restare a guardare passivi rintanati nella propria area, soprattutto non con una linea di cinque difensori e di due soli centrocampisti. Dunque l'unica soluzione resta avere coraggio e rialzare le pressioni. Ora c'è tutto il tempo per riposare, staccare mentalmente, recuperare i giocatori infortunati (magari anche Zaniolo, ormai vicino al rientro) e preparare al meglio le decisive sfide di aprile, a partire dalla trasferta in casa del Sassuolo (un piccolo Ajax de noantri), e poi la doppia sfida con gli olandesi con in mezzo la trasferta a Torino con i granata e subito dopo l'altro bell'esame con l'Atalanta all'Olimpico. E sulle pressioni va trovata una soluzione: a volte pare che la squadra le porti con pigrizia o non con i giusti automatismi. Anche qui starà a Fonseca e al suo staff capire i meccanismi migliori per renderle più efficaci. Ma se si vuole stare più bassi due centrocampisti non bastano: allora meglio disporsi a tre e combattere con un atteggiamento che non tutti i giocatori in campo hanno. E qualcuno anche questo deve farlo notare.