Nell'analisi della prima partita giocata dalla Roma in campionato dobbiamo partire dalla fine e non tanto dalla splendida realizzazione di Dzeko sull'assist di Kluivert, ma proprio dal post partita, dalle parole del ds del Torino Petrachi che in classico italian-style (se vinco è sempre merito mio, se perdo è sempre colpa di qualcun altro) ha espresso a nome dell'allenatore Mazzarri («se parla lui prende 10 giornate di squalifica», chissà quante ne prenderà il dirigente) il più esacerbato degli stati d'animo condiviso evidentemente con la società, sostenendo che il risultato della partita di Torino sia stato «spinto dagli arbitri». Andiamo a vedere allora che cosa dicono i numeri che evidentemente nessuno può spingere: la Roma, come evidenziano anche i dati di Opta, ha tirato verso la porta 17 volte contro le 10 del Torino, ha avuto una percentuale decisamente maggiore di passaggi riusciti, ha tenuto palla per il 57% della partita (per il 64% nel primo tempo), ha giocato 127 palloni in più con maggior qualità, ha totalizzato 122 passaggi in più, ha tenuto il baricentro più alto di 6 metri, è rimasta corta 2 metri di meno, ha avuto un atteggiamento sul recupero del pallone più alto di 7 metri, ha verticalizzato molto di più e lanciato molto meno (segno di miglior pulizia della manovra) ed è entrata molto di più in area avversaria, come testimoniano le giocate utili specifiche (23 contro 15) e i tiri scoccati dagli ultimi sedici metri (il doppio: 12 contro 6). Di che parliamo, dunque? Si dirà, ma è anche normale che il Torino contro la Roma sia stato più timido, vista la differenza tecnica. A questo si potrebbe rispondere mostrando la fantastica partita interpretata dal Sassuolo contro l'Inter. Ma gli emiliani hanno un allenatore bravissimo, mentre i granata un sobillatore di folle che scarica sugli altri le sue evidenti mancanze.

La Roma è rimasta sola

Niente di nuovo sotto il sole del calcio italiano, capace di far emigrare un genio come Sarri e di lasciare oggi il solo Di Francesco (magari con De Zerbi) a tenere alta la bandiera del bel gioco mentre Juventus (ma si sapeva), Napoli (la novità di Ancelotti...), Lazio (appesa solo alla vena di Milinkovic-Savic e Luis Alberto) e chissà se anche Inter e Milan, preferiscono far solo affidamento all'estro dei loro migliori giocatori. E anche qui arriverà la vocina dissonante: sì, ma a Torino anche la Roma ha stentato. Ok, accettiamo l'obiezione. Ma, signori giurati (lettori del Romanista), la Juventus sarà questa anche alla fine del campionato, magari solo più cinica, mentre Difra non è certo soddisfatto di questo tipo di vittorie, risultato a parte, chiaramente.

Pastore nel gregge

Il primo dubbio che aleggia a Roma oggi è rappresentato da Pastore, un calciatore di grandissime potenzialità tecniche che però ha bisogno di un supporto atletico che oggi ancora non ha. C'è il rischio che sia un po' il discorso del cane che si morde la coda: per entrare in condizione deve giocare (non basta mai il lavoro in allenamento), ma per giocare dovrebbe essere in condizione perché altrimenti potrebbero essere penalizzate le alternative che scalpitano dietro, tipo Cristante, Lorenzo Pellegrini, persino Coric e Zaniolo, giovani di grande talento e sicura prospettiva. 8 passaggi sbagliati e 13 palle perse sono troppe per un fantasista come l'argentino e a pesare è soprattutto quel gol sbagliato (analizzato nelle grafiche a parte) che ha rischiato di penalizzare la Roma nella sua ricerca della vittoria, poi centrata grazie all'iniziativa di Kluivert (e si noti al riguardo come possono essere sfruttate al meglio le caratteristiche di un esterno che gioca sul suo piede forte, ma diversamente di quando a destra gioca un mancino, tipo Ünder, che le cose migliori può farle solo rientrando verso il centro). Condizione a parte, c'è poi la questione del ruolo: per la prima volta dall'inizio del ritiro, tra allenamenti e amichevoli, l'allenatore a un certo punto ha spostato l'argentino in attacco e la manovra ne ha tratto giovamento. Che sia un'indicazione per il futuro?

Comanda Florenzi

Dove già sta cambiando la Roma rispetto allo scorso anno è nel riequilibrio dei suoi numeri nell'impostazione dal basso del gioco. Sotto la gestione Di Francesco, ogni volta che ha giocato, Kolarov è stato l'uomo che ha toccato il maggior numero dei palloni (o quando non accadeva ci andava vicinissimo). Stavolta ha stravinto Alessandro Florenzi, tra i migliori a Torino, con 101 palloni giocati. Staccatissimo Kolarov, fermo a 64, superato anche dal vero regista, De Rossi, con 71. Il serbo è stato invece quello che, a sorpresa, ha perso il maggior numero di palloni: 16. Anche lui deve registrare qualcosa.