Mentre si appresta a viaggiare per l'Austria, dove il calendario concede la teoria possibilità di chiudere almeno virtualmente il discorso qualificazione per l'Europa League già dopo due sole giornate, Fonseca ripassa il film dell'ultima partita giocata che ha fornito, come è persino normale che accada in questo inizio di stagione, un doppio verdetto. Il primo, che rappresenta la base su cui costruire ogni considerazione su questa squadra, è che la Roma sta continuando a percorrere la strada intrapresa da anni ormai nella direzione di arrivare a competere per un obiettivo attraverso un gioco brillante, offensivo, spettacolare, dominante. Ed è ormai una direzione intrapresa da tutti i grandi club del mondo e dei campionati più competitivi.

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In questo senso, indietro non si torna. Oggi più nessuno con un minimo di credibilità tecnica gioca solo un calcio speculativo. E anche chi propone spartiti tattici differenti sia nella concezione sia nei tempi, ad esempio l'Atalanta, è costruita nella sua muscolarità per attaccare e non (solo) per difendere. Persino il Lecce, una delle squadre meno attrezzate del massimo campionato italiano, ha nell'anima l'idea di proporre buon calcio, come testimonia la presenza di centrocampisti di qualità a volte preferiti a quelli di quantità o la presenza di tre attaccanti contemporaneamente, per quanto con le caratteristiche ibride di Mancosu, Falco o Shakov.

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La contraddizione dei tiri

L'altro verdetto è che però la Roma è una squadra ancora incompleta nella sua ricerca della vittoria soprattutto per i troppi errori ancora commessi. Allo stadio di Via del Mare domenica la Roma ha condotto i giochi dal primo all'ultimo dei nove minuti di recupero (compresi i tre del primo tempo), ma ha vinto solo 1-0, arrivando a tirare nello specchio esattamente quanto i padroni di casa: sei volte. Come si spiega questa apparente contraddizione? Intanto con la precisione dell'ultimo passaggio che è anche il gradino più difficile da salire per una squadra con ambizione da grande che però grande ancora non è. Se i concetti, i movimenti, le sincronie, i tempi e la qualità tecnica degli interpreti della Roma sono già di primo livello, quel che maggiormente ancora tiene lontana la squadra giallorossa dai vertici italiani (e conseguentemente europei) è quella ormai ricorrente mancanza di lucidità nella rifinitura.

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Può essere significativo illustrare quello che è successo al minuto 27 della sfida col Lecce, quando Dzeko al termine di una rapida transizione alza gli occhi dalla trequarti e serve col calibro giusto in area Mkhitaryan che dovrebbe solo stoppare il pallone di petto orientando il corpo verso la porta e battere a rete per la più facile delle conclusioni; chissà perché invece l'armeno cerca un assist di testa per Kluivert schermato in quel momento dall'unica copertura possibile di Lucioni, sorpreso in mezzo ai due romanisti. Così da una enorme palla gol per la Roma (neanche visibile negli highlights della partita) si passa ad un'azione del Lecce che culminerà con due tiri non impegnativi per Pau Lopez da parte di Mancosu e Falco: per le statistiche questo minuto ha portato due tiri nello specchio per i salentini e nulla da segnalare per la Roma.

Le rifiniture mancate

Se si spiegano (anche) così a volte le statistiche, non altrettanto comprensibili sono i numerosi errori di rifinitura dei giallorossi che molto spesso si fanno ingolosire dalla prospettiva del tiro piuttosto che tentare il passaggio risolutivo quando sono nei pressi dell'area. Vividi gli esempi: ad inizio ripresa Dzeko per esempio fa la scelta giusta verticalizzando per Micky (vedi grafiche) invece di calciare (poi l'armeno manderà fuori, ma l'occasione è stata clamorosa), non altrettanto si può dire di lui pochi minuti dopo quando in una situazione analoga ha ignorato il compagno per cercare il tiro da fuori, ovviamente depotenziato prima di arrivare dalle parti di Gabriel.

4 - 1 In questa immagine tratta dai fotogrammi di Dazn lo schieramento tipico della Roma in fase di impostazione: ai due centrali nella prima uscita si affianca un terzino (solitamente il destro), i due registi restano in zona palleggio, poi si forma una linea di quattro uomini composta dal terzino sinistro (Kolarov), l'esterno d'attacco destro (Kluivert), i due trequartisti (Pellegrini e Mkhitaryan) e davanti resta Dzeko 2 I rischi che si corrono senza la copertura dei centrocampisti e i sincronismi difensivi: nella palla portata da Falco da destra verso il centro lo schieramento difensivo è perfettamente schierato3 Sull'allungo centrale di Mancosu Diawara si fa attirare dal pallone e molla la marcatura dell'avversario che va alle spalle di Smalling con il tardivo intervento in chiusura di Mancini 4 Mancini infatti arriva tardi, ma riesce lo stesso a stemperare la potenza della conclusione del leccese

Lo stesso Dzeko è stato ignorato due volte intorno al 19' prima da Kluivert in discesa sulla destra (l'olandese è uno specialista delle rifiniture sbagliate: nello specifico aveva cercato Mkhitaryan) e poi da Kolarov che aveva ripreso la respinta. Per non parlare del mancato assist di Zaniolo per lo stesso Kluivert o l'errore in disimpegno di Veretout con tre compagni liberi nel convulso recupero di fine partita. Era stato invece bravissimo Justin a cercare ancora Dzeko in una bella ripartenza subito dopo il vantaggio, ma nell'occasione il bosniaco ha masticato il pallone col piede e ha mancato l'occasione del raddoppio.

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Troppi errori tecnici

Più in generale restano troppi gli errori tecnici commessi dai romanisti (i numeri ad esempio citano 6 passaggi filtranti riusciti su 17 tentativi, 7 cross riusciti su 23, 47 palloni intercettati dai leccesi). In questo senso il mancato raddoppio di Kolarov dal dischetto è solo la punta dell'iceberg (e peraltro il serbo non aveva neanche tirato male). Quando poi ci si mette pure l'arbitro la strada per la vittoria rischia di essere più impervia del previsto.

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Manca il contromovimento

C'è poi una caratteristica che accomuna soprattutto gli esterni offensivi della Roma ed è il mancato utilizzo del cosiddetto contromovimento nello smarcamento. Troppo spesso gli attaccanti giallorossi vengono "dentro" al campo a ricevere un passaggio in verticale senza prima fintare magari uno smarcamento profondo. Dzeko in questo è un maestro: chi ricorda il gol di Bologna, sa che l'apparente solitudine di cui ha goduto al momento della testata all'ultimo secondo di recupero fu dovuta solo dal velocissimo contromovimento effettuato dal bosniaco prima ad avvicinarsi sul pallone poi ad allontanarsene.

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Molto frequentemente invece gli esterni (vale per Kluivert, per Mkhitaryan, Zaniolo, a volte Pellegrini) pretendono il pallone correndo verso il compagno con l'avversario alle spalle, con i rischi che una simile ricezione determina. E a proposito di evidenze da correggere, si potrebbe pensare anche ad un lavoro specifico per evitare che ogni tiro di Kluivert finisca alto (intervenendo sulla postura) e che ogni colpo di testa di Smalling sia indirizzato e non semplicemente spinto. L'inglese in due partite ha avuto quattro palle-gol di testa, ma si è quasi sempre accontentato solo del fatto di arrivare all'impatto, senza realmente determinare la direzione della sua conclusione. Non può essere solo una casualità.

8 - 5 La bellezza della Roma quando decide di andare in verticale: sulla palla recuperata a metà campo da Mancini, Diawara fa partire l'immediata transizione 6 Il regista giallorosso cerca e trova subito Dzeko, abilissimo a mettersi in zona luce per ricevere il passaggio 7 Qui c'è tutta l'abilità in rifinitura dell'attaccante bosniaco che vede Mkhitaryan partire dritto in sovrapposizione centrale tra i due difensori del Lecce, obbligandoli così a una scelta complicata: assorbire il movimento lasciando spazio a una conclusione di Dzeko o restare a respingere il tiro rischiando di lasciare l'armeno senza copertura? 8Nella frazione di secondo dell'indecisione ecco che esce fuori il talento del romanista che serve immediatamente il passaggio verticale con la misura perfetta per sfruttare l'inevitabile deficit di posizionamento del difensore: peccato solo che poi l'ex trequartista dell'Arsenal sprechi l'occasione tirando fuori