Come spesso è successo alla Roma degli ultimi anni (quasi sempre nella gestione americana), a prescindere dalla conduzione tecnica la squadra arriva a scalare le posizioni principali e una volta giunta in cima scivola verso il basso proprio quando dovrebbe imprimere la giusta accelerazione e staccare le avversarie. Ogni stagione ha le sue particolarità e ogni anno cambiano i dettagli, ma la storia resta sempre maledettamente simile a se stessa. Neanche questa sembra diversa e anche questa volta il comportamento della squadra si presta ad una duplice chiave di lettura: i più ottimisti (o meno rancorosi) preferiscono sottolineare la tenuta ad alti livelli, la splendida qualificazione come primi nel girone di Champions League e l'innegabile brillantezza del gioco offensivo di Di Francesco. I meno pazienti (o più polemici) stigmatizzano la prematura uscita dalla Coppa Italia (l'unico trofeo realmente alla portata della Roma, dicono), sono delusi per l'ennesima sconfitta a Torino e la successiva battuta d'arresto col Sassuolo e restano convinti che un turno in più o in meno di Champions cambi poco il destino finale della squadra. Forse hanno tutti ragione. Ma perché la Roma si ferma sempre quando sembra maturo il tempo per vincere?

IL LAVORO DI DIFRANCESCO

Non si può ignorare il gran merito dell'allenatore nell'aver tenuto la Roma su altissimi livelli raccogliendo il testimone di Spalletti che aveva lavorato con profitto per risollevare la squadra depressa da Garcia per poi crollare in una settimana uscendo dall'Europa League e perdendo posizioni (poi parzialnente recuperate) in campionato. Ma precedentemente anche l'allenatore francese, con un impatto devastante e dieci vittorie consecutive, aveva conosciuto gli onori della vetta della classifica prima della repentina ridiscesa. Di Francesco ha ripreso e persino migliorato l'organizzazione tattica della Roma di Spalletti e ha convinto la squadra ad alzare ulteriormente il baricentro e (provare) a imporre il proprio gioco con un sistema di gioco immutabile (4-3-3) che prescindesse dalle caratteristiche della squadra avversaria (cambiò solo per affrontare il Napoli, alzando Nainggolan in un inedito 4-2-3-1, esperimento abortito dopo un tempo). Eppure anche la sua Roma, nel momento decisivo, è stata eliminata dalla Coppa Italia dal Torino, ha perso in casa della Juventus campione e non è andata al di là dell'1-1 con il Sassuolo, perdendo (5) punti preziosissimi nella corsa scudetto.

GLI ERRORI RICORRENTI

Abbiamo analizzato nelle precedenti rubriche gli svarioni difensivi che sono costati gol pesantissimi nelle sfide decisive di cui abbiamo già parlato. Con il Sassuolo, altre leggerezze hanno impedito di portare a casa i tre punti. Nel gol del Sassuolo, la scelta di Juan Jesus nella marcatura di Missiroli è stata decisamente sbagliata. E forse si potrebbe rimproverare anche a Florenzi (autore di una prova decisamente positiva, sia chiaro) una certa mancanza di cattiveria nel provare a chiudere la strada a Peluso al momento del cross. Non basta fare bene un gesto tecnico magari venti volte in una partita. La ventunesima volta potrebbe essere quella decisiva. E qui non si parla di errori nella misura di un passaggio o nelle conclusioni in porta (eppure la Roma deve allenare meglio molti fondamentali, viste le classifiche deficitarie nel rapporto reti/conclusioni): il discorso vale per tutto ciò che si mette nel fare un gesto. Sicuri che Florenzi per impedire il cross o Jesus per saltare di testa a contrastare Missiroli non abbiano niente da rimproversarsi? E se qualcosa ce l'hanno, forse questa misura è esattamente la distanza che c'è tra la Roma e la gloria. Un centimetro,magari,ma che fa tutta la differenza del mondo.

LA CONCENTRAZIONE 

A volte sembra quasi che soprattutto nell'atteggiamento difensivo i giocatori perdano la concentrazione nei momenti decisivi. De Rossi, ad esempio,nega che questo succeda solo alla Roma: «Anche gli errori di Benatia o Alex Sandro quando uno ha lanciato Schick all'ultimo minuto o l'altro ha fatto passare il mio passaggio per Florenzi si possono considerare leggerezze». Ma sono leggerezze diverse: quelle sono state scelte sbagliate, non sintomo di trascuratezza. Ma non può essere una scelta lasciar saltare un avversario in area senza contrastarlo o farsi fermare da un blocco senza tentare di forzarlo (a costo di farsi fermare fallosamente): è semplice trascuratezza, che costa punti e fissa la misura del distacco tra la Roma e chi la precede quest'anno e l'ha eliminata o preceduta in passato.

ALZIAMO L'ASTICELLA

E se da una parte è innegabile che come valori tecnici assoluti la Juventus ha qualcosa in più rispetto alle altre è altrettanto vero che finché non si alza l'asticella a Trigoria la squadra sembrerà accontentarsi di quel che ha raggiunto,arrivando a maggio a chiudere il decennale senza un trofeo. Inaccettabile. Ecco dunque che la sveglia, auspicata da questo giornale,la debbano suonare dirigenti e allenatore. Una squadra che pretende ingaggi da top team deve fornire prestazioni di adeguato livello. E ridurre al minimo gli errori commessi, possibilmente azzerando quelli dovuti a trascuratezza. Se ad esempio Ünder,in occasione del gol di Florenzi, avesse avuto la percezione di trovarsi in fuorigioco avrebbe dovuto evitare di frapporsi a Missiroli. Florenzi era già avanti, avrebbe segnato lo stesso. Trascuratezza, appunto: facciamo basta?