L'analisi di Roma-Atalanta: quel gran genio del Gasp e i difensori per rimontare
Se si potesse misurare l’incidenza di un tecnico, Gasperini verrebbe dopo Guardiola: in una squadra che girava a meraviglia, ma rischiava, ha voluto prima puntellare l’ultima linea, per poi trovare la forza per vincerla
(GETTY IMAGES)
Se si potesse pesare realmente l’incidenza che un allenatore ha sulle squadre che gli vengono affidate, fatichiamo a trovare in Europa, alle spalle di Guardiola, un virtuoso della panchina capace di ottenere ogni anno il massimo dalle potenzialità dei propri giocatori migliore di Gian Piero Gasperini. Attenzione, perché la questione è molto meno campata in aria di quanto potrebbe pensare chi, leggendo queste righe, fosse tentato di catalogare l’argomento nella cartella delle esagerazioni da tifosi. Ci sta. Ci chiamiamo Il Romanista apposta, perché non mascheriamo la parte del mondo di cui maggiormente ci prendiamo cura. Ma diffidate sempre da chi si professa super partes e, nell’anonimato di una testata dal nome iperpluralista, nasconde i più biechi sentimenti di parte. Ci sono però dati oggettivi che, a volte, vengono anche resi plasticamente e ti tolgono l’obbligo di verificarli con il supporto statistico. Alla vigilia di Roma-Atalanta avevamo, per esempio, notato come, nei due precedenti confronti con la Dea all’Olimpico, le quote dei bookmakers fossero passate dall’ultimo anno di Gasperini a Bergamo, con l’Atalanta addirittura favorita, al riequilibrio dell’anno successivo — lo scorso aprile — con un leggero favore per la Roma, da poco affidata a lui, fino al significativo 1,70 contro 5 della sfida di sabato sera. I bookmakers, lo diciamo sempre, fessi non sono e analizzano la situazione molto più freddamente di un tifoso. Perché con i sentimenti si buttano i soldi, ma con la ragione no. I risultati delle partite che si sono poi giocate li abbiamo visti: si è passati dal dominio incontrastato dell’Atalanta sulla Roma, negli anni in cui Gasperini sedeva là, al pareggio, neanche tanto fortunato, dello scorso anno, fino al verdetto incontestabile di sabato. Oggi la Roma è in grado di polverizzare l’Atalanta molto più di quanto non dica il risultato finale, buono solo per chi non ha visto la partita e si fa accarezzare dall’idea che, con un calcio pratico, si possano anche vincere le partite così, come stava facendo Sarri al novantesimo, prima dell’uno-due Hermoso-Soulé.
La trasformazione della Roma
Ma i dati del possesso palla, dei tiri verso la porta, dei calci d’angolo e degli expected goal, li potete scorrere qui accanto, raccontano altro: fotografano una trasformazione che la Roma ha vissuto grazie al contributo di un tecnico speciale, l’unico davvero in grado di trasformare la materia che gli viene messa a disposizione in un metallo sempre più prezioso. L’idea prima degli uomini, anche se poi è assolutamente logico che, quando si migliorano gli uomini, migliori anche l’idea. L’entusiasmante prestazione contro l’Atalanta, al netto delle piccole preoccupazioni che l’enorme sforzo atletico proietta sull’altrettanto difficile sfida di giovedì a Istanbul, in un ambientino che si preannuncia niente male contro il Fenerbahçe orfano di Guendouzi, merita un racconto preciso, ancor più significativo del dato numerico che ha ovviamente colpito la fantasia di tutti gli osservatori. Solo uno sport che sa essere crudele come il calcio poteva immaginare, per una partita così, un esito diverso dalla larga vittoria casalinga. Tanto per fare un esempio, nelle due precedenti vittorie, con un saldo attivo di otto reti a zero, la Roma ha costruito assai meno di quella di sabato, addirittura sommando le conclusioni: 12 sono stati i tiri verso la porta con la Fiorentina, 14 con il Lecce, contro i 37 registrati nella gara con l’Atalanta.
Le mosse vincenti
Il contributo della panchina è stato fondamentale per tenere alto il ritmo nel secondo tempo, quando l’umidità schiacciante dell’Olimpico illanguidiva i muscoli e il golletto realizzato da Ederson all’inizio della ripresa rappresentava una montagna da scalare, alta quasi quanto il timore che una palla persa potesse condurre addirittura al doppio svantaggio. E allora sai le analisi che ci saremmo dovuti sorbire sulla mancanza di cautela dell’allenatore, non tanto maturo evidentemente, per gli espertoni del risultato, da poter aspirare a qualche livello più alto di quello in cui l’hanno catalogato. Deve averlo pensato anche lui, tanto da mettere a segno la mossa decisiva per la vittoria con il cambio di due difensori, i più affidabili dell’intero lotto a sua disposizione, i pretoriani ai quali si è sempre affidato nei momenti più complicati della passata stagione. Via Mancini, dentro Ghilardi, via Ndicka, addirittura dentro Balerdi, uno che forse ancora non sa neanche tutti i nomi di battesimo dei suoi compagni. Lo spiegherà lo stesso Gasperini nella risposta alla domanda che gli abbiamo rivolto alla fine, sorpresi e curiosi per quella scelta non così scontata. La Roma doveva infatti aumentare la sua forza offensiva, cercare altre strade, aumentare la spinta magari con l’inserimento di de Roon e Pisilli, tanto per citare due giocatori che avrebbero potuto rinforzare il centrocampo e dare un’alternativa alle ormai spente progressioni di Koné e Cristante. E invece no. Gasperini, ancora una volta, ha letto nel futuro: «Avevo visto che Mancini e Ndicka cominciavano a sentire la stanchezza e ho pensato che, puntellando la difesa, potessimo continuare ad attaccare come stavamo facendo prima di quelle due occasioni concesse in contropiede». Detto, fatto. Ghilardi è entrato con un piglio gladiatorio che lo ha fatto sembrare un Hermoso più giovane, e Balerdi ha chiuso con serenità e proprietà tecnica ogni possibile varco, mostrando una naturalezza nell’interpretazione del ruolo che aveva solo Toloi dopo le quasi 300 partite con Gasperini. Così la Roma ha chiuso ogni varco alle ripartenze della Dea e ha costruito la sua spettacolare vittoria, segnando in maniera molto significativa prima con Hermoso — un giocatore che due anni fa gli esperti di Trigoria avevano definito bollito — e poi con Soulé, al centro di un’estate molto chiacchierata, eppure lucido anche nel correggere l’errore di controllo su quella palla ricevuta in area da Dybala, con lo scarto verso il centro su uno Zappacosta stordito e con il calcio forte a chiudere sul primo palo, ingannando Carnesecchi, che ha visto sfumare il titolo di eroe di giornata proprio negli ultimi tre minuti. Malen, l’intoccabile, era da un po’ in panchina: perché a Gasperini non manca certo il coraggio, e togliere il suo miglior attaccante con ancora mezz’ora da giocare è stato sicuramente un azzardo. Ma Castro ha dimostrato tutto il suo valore contribuendo a tenere in apprensione la difesa dell’Atalanta fino alla fine, mentre Dybala, che alla vigilia avevano dato in dubbio, ha dato l’assist decisivo al 93’. Chi ha detto genio?
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