AS Roma

L’epica del lavoro

Una partita che, come tante, sembrava stregata diventa un’icona. Della fiducia nel percorso che Gasperini ha avviato l’anno scorso. Il banco di prova è superato

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Federico Vecchio
07 Settembre 2026 - 07:00

Venerdì sera, mentre, in Vespa, mi approssimavo a raggiungere la splendida Terrazza Punta Notaro, per festeggiare i meravigliosi anni del nostro sommo Poeta Paolo Silvestro, venivo raggiunto da una telefonata, in cui quella stessa voce saggia, che mi aveva accompagnato nel rientro da quell’indigestione di bellezza che era stata Roma Fiorentina, mi metteva una pulce nell’orecchio. In estrema sintesi, dicendomi «che non mi piace questo clima, già dopo solo due partite, da Cantami, o Diva, del Pelìde Achille…, perché ho paura che, quando le cose dovessero andare meno bene, la delusione, di tutti, avrebbe il sopravvento». Ascoltavo quelle parole dandogli il giusto peso, perché la saggezza va sempre ascoltata. Perché è vero che, finora, quanto fatto non ha (ancora) a che vedere con l’epica. Però, e noi lo sappiamo bene, quando si scontrano saggezza ed entusiasmo – e, dopo che ne hai fatti otto e non ne hai preso nessuno, l’entusiasmo la fa da padrone – è sempre questo che vince. E vince, molto spesso, pure facile. 

Quindi, una volta raggiunta la splendida Terrazza, mi ritrovavo a discettare, dimentico di quelle sagge parole appena ascoltate, con un infinito romanista, che racchiude in sé tutto quello che è Roma, che, con nome di fantasia, chiamerò «il Conte Lando», per rendermi subito conto, mentre il Conte Lando mi elencava pregi e difetti di questa squadra, che io stavo spostando l’argomento via via sul tema «trasferte di Champions da fare». E che, in quell’elenco fatto di rare bellezze (Istanbul, Parigi), mi ritrovavo ad aggiungere, con una preoccupante, folle, convinzione, anche Madrid. E, alla pronta e giusta replica del Conte Lando («Madrid, no: ce l’abbiamo in casa»), la mia risposta sconcertava anche me stesso: «dicevo a giugno…». 

Da qui, quindi, devo partire per darvi atto di come, una volta giunto ai tornelli, quella patologia infettiva che sembrava avermi colpito si era, in realtà, impadronita di molti. Si passava da «era meglio se avesse pareggiato o, senti che te sto a dì, avesse vinto er Napoli», a «domani sera un pareggio tra Juve e Milan va benissimo», che dava, evidentemente, per scontato che il ritorno di Sarri all’Olimpico sarebbe servito solo per migliorare le nostre statistiche. Convinzione che si rafforzava quando Dybala terminava il riscaldamento senza problemi («Sta ’na crema…»). Prendevamo posto, quindi, io e tutti i seggiolini della Tevere, nel più pieno convincimento che «magari non saranno quattro, ma due…». E pronti e via e nulla lasciava intravedere niente di meno. Iniziava un assedio senza sosta, in cui la palla stava sempre di là, e sempre di là ce l’avevamo noi, e sempre di là ce l’avevamo noi facendola passare tra i piedi di tutti, da quinto a quinto, senza sosta («Se l’Atalanta è una de quelle che lotta pè lo scudetto…»), e iniziavamo a tirare in porta come «nemmeno al Luneur…». Il problema, però, è che tutta questa mole di gioco, passaggi, tiri, occasioni non portava a nulla. Ed a quel punto, un seggiolino a me prossimo anche per età anagrafica, si portava al mio orecchio e mi diceva «quante ne abbiamo viste di queste partite? Quante, duecento tiri contro uno? Quante, bella ma sfortunata, ma che davero davero, ce capita sempre con loro?». Un brivido mi correva lungo la schiena. E, quando il primo tempo finiva con l’arbitro che, fino a lì, aveva iniziato a contare i cinque secondi al portiere avversario, come declamava un seggiolino a me prossimo, «solo dopo che Carnesecchi s’è messo comodo comodo, ha chiamato casa pè dì alla madre che janno fatto ’n’ artro tiro ma che stamo ancora a pareggià», le prime nubi iniziavano a farsi largo nel nostro orizzonte. E quando il secondo tempo si apriva con noi che dormivamo e quelli che segnavano, il vaticinio che è troppo presto per cantare vittoria mi si sedeva sulle ginocchia, facendomi sprofondare nel mio posto. E, da lì in poi, succedevano tante di quelle cose che, con il senno di poi, avrebbero potuto aprire polemiche a non finire. Perché quelli ripartivano e rischiavano di fare il secondo. 

Noi giocavamo, o meglio, provavamo a giocare sempre nella solita maniera, ma con meno efficacia. E, quindi, pensate una, una qualunque, che qualche seggiolino l’ha detta, in quel momento, per voi. Si passava, difatti, dall’ormai classico «Ancora cò Cristante!?», per arrivare a «devi toglie Mancini!!!!!», fino a giungere - perché noi, lì, in Tevere, non ci facciamo mancare niente - al «non dovevi rinnovà Pellegrini: questo è stato l’errore», che tu mi devi dire non perché l’hai detta, ma perché l’hai solo pensata. Poi, però, Gasp azzeccava tutto. Azzeccava i cambi. Azzeccava Castro («Se penso a Ferguson …»), azzeccava Molina, azzeccava tutti. Soprattutto, azzeccava Balerdi (da segnalare, a fine partita, il messaggio di uno - che, con nome di fantasia, chiamerò «Umberto Scialpi detto Umbo» – che ne sa non solo enormemente di Diritto, ma anche di pallone e di Roma - che recitava, con giustificato entusiasmo, un condivisibilissimo «Mi ha ricordato il miglior Beckenbauer». E come dargli torto). E, quindi, dopo la testata di Castro, a cui seguivano, nell’ordine, la traversa e la capocciata che io, piegandomi per la disperazione sulle ginocchia, rifilavo sulla testa della gentile signora, seduta davanti a me, che, per la disperazione, aveva fatto, invece, per alzarsi (ed a cui rivolgo, da queste pagine, ancora le mie sentite scuse), seguivano i tre minuti che resteranno impressi nei cuori di tutti. E quando tutta la panchina, tutta, si alzava, come un sol uomo, correndo sotto la nostra Curva, il mio pensiero correva alla mia telefonata di venerdì, al mio saggio amico, ad Omero. E che forse lui, soltanto lui, avrebbe saputo raccontare la meraviglia di quei tre muniti. Che sono stati Epica. Epica, credetemi. Nulla di meno.

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