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L'analisi di Roma-Torino 2-3: se il Toro avesse vinto perché era più forte?

Confrontando le due formazioni, e i contesti attuali, non si poteva dare per scontato che la Roma passasse ai quarti di Coppa Italia

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Daniele Lo Monaco
15 Gennaio 2026 - 07:30

E per quanto poi ci si affanni a voler interpretare le partite con tutti gli algoritmi possibili, alla fine si torna sempre sull’unica legge incontrovertibile del mondo del calcio: vince chi ha maggior qualità. Può sembrare un paradosso che sia questa la spiegazione dell’esito degli ottavi di finale di Coppa Italia tra Roma e Torino, due squadre divise da una differente somma di valori tecnici e da una differenza di punti in classifica che non dovrebbero lasciare spazio ad interpretazioni su chi fosse la favorita (e in assoluto lo testimoniavano anche le quote dei bookmakers). Ma se si va a fare il confronto individuale dei reali valori dei giocatori scesi in campo ci si rende conto che, alla fine, il verdetto ha rispettato l’antica legge. Basti pensare alla qualità dei giocatori non schierati all’inizio da Gasp per i diversi motivi che conosciamo: Hermoso, Ndicka, Mancini (la difesa titolare) e poi Koné, El Aynaoui (quest’ultimo tra i giocatori migliori messi in evidenza dalla Coppa d’Africa), Pellegrini, Ferguson, Dovbyk, Baldanzi e ci mettiamo anche Angeliño che è stato il miglior giocatore della scorsa stagione e quest’anno non si è mai visto.

Conta il giusto che qualcuno di questi elementi sia stato schierato nel secondo tempo (Gasperini non è un masochista, evidentemente aveva i suoi motivi, pure tutti comprensibili), ma conta forse di più che chi è sceso in campo, soprattutto in riferimento alle limitatissime scelte offensive, non poteva sicuramente essere assistito dalla forma migliore. Parliamo del Dybala abulico e sconnesso di questo periodo, di Bailey appena rientrato e forse messo anche in vetrina, ed El Shaarawy che sta vivendo forse la sua prima, vera stagione declinante.  

Meglio l’attacco del Toro?

Per garantire qualche titolo in positivo sui giornali, nonostante la deludente sconfitta, ci si è dovuti rivolgere alla sfera del sovrannaturale, con quel baby-gol sottolineato con adeguata enfasi dal telecronista di Mediaset Trevisani, proprio per la sua surrealtà che si stava vivendo. Ma non è certo affidandosi a bambini sia pur promettenti come Antonio Arena che si può pensare di andare in paradiso oggi. Questo è quello che voleva dire Gasperini a fine partita quando nelle domande si voleva dare per scontato che l’allenatore dovesse rallegrarsi del patrimonio tecnico a sua disposizione. Dall’altra parte c’era una squadra quadrata come il Torino con quasi tutti i suoi elementi di spicco e un attacco sicuramente affidabile, tanto che non solo i due titolari schierati da Baroni oggi sarebbero titolari anche nella Roma, ma probabilmente lo sarebbe stato martedì anche la prima riserva, Zapata, uno che Gasperini conosce peraltro molto bene. E dando un’occhiata agli altri reparti, ora a Torino giustamente possono celebrare le prodezze di Vlasic e Ilhkan, la solidità di Gineitis e Lazaro e l’efficacia dei tre difensori schierati, probabilmente migliori delle tre riserve che ha potuto mandare in campo. Quindi alla fine si torna là: tra le due squadre viste in campo soprattutto nel primo tempo qual era la più dotata dal punto di vista tecnico? Sulla carta sicuramente la Roma, ma il campo ha dato un verdetto diverso. Poi nella rabbia per l’ennesima eliminazione prematura dalla coppa ognuno si senta libero di puntare l’indice contro chiunque si ritenga responsabile. Ma alla fine il calcio resta una materia semplice. 

I talenti in prospettiva

Entrando nello specifico delle scelte. Non ci sentiamo di biasimare l’allenatore se non ha voluto affaticare dal primo minuto Hermoso, che da tempo convive con un certo fastidio nella zona puberale, e Ndicka, appena sbarcato dall’Africa dopo l’eliminazione della sua nazionale, e quando è entrato si è capito quanto non fosse ancora perfettamente calibrato sull’impegno (e magari anche nella glaciale temperatura dell’Olimpico). Non ci sentiamo di dire che Gasp ha sbagliato se ha tenuto in panchina all’inizio Koné e mentre per l’attacco, come ha sottolineato anche lui alla vigilia, stavolta proprio non poteva sbagliare la formazione, e comunque per superare l’unico dubbio ha rimesso dentro Bailey per tenersi Dybala anche nell’ipotesi di dover andare ai calci di rigore in caso di parità (evento sfiorato, visto il goal subito al 90’). Del resto, sperimentando anche nell’emergenza, ogni tanto arrivano risposte che possono schiudere orizzonti nuovi per il futuro: Ghilardi si sta dimostrando un difensore affidabile, lo stesso Ziolkowski ha mostrato buone qualità insieme a difetti di irruenza che possono comunque essere contenuti, Pisilli ha confermato di essere un centrocampista di prospettiva che potrà tornare molto utile alla Roma del futuro e, alla fine, si è scoperto pure che Arena è davvero quel talento che la sua prolificità aveva già fatto intendere, visto che segna gol da sempre, in ogni categoria e con qualsiasi maglia. Pure azzurra.

Se la Roma (non) fa la Roma

Nello specifico, la Roma ha sicuramente sofferto la mobilità di attaccanti e centrocampisti granata. La partita, però, ha mostrato ancora una volta quell’aspetto che da tempo in queste analisi proviamo a sottolineare: le partite della Roma e contro la Roma non saranno mai altamente spettacolare se non quando non è (non sarà) la Roma a dominarle. Quando invece manca per indisponibilità tecnica, o per carenze fisiche o dinamiche, quella compattezza che porta naturalmente le squadre di Gasperini a “mangiarsi” gli avversari, allora il confronto sul campo diventano i 10 duelli individuali spesso muscolari e decisamente poco spettacolari, la partita è spezzettata negli inevitabili contrasti e nessuna delle due squadre riesce a imporre il proprio gioco finché non è la casualità di una deviazione o di un mancato controllo a determinarne l’esito. La partita con il Toro non è sfuggita a questa logica. 

La serata di Svilar

C’è poi anche un’altra considerazione che va fatta e riguarda la permeabilità difensiva giallorossa. In altre partite è capitato che a sanare situazioni pericolose con gli avversari lanciate a rete sia stato Svilar. L’altra sera, il portiere serbo-belga ha messo una pezza su un iniziale tentativo di Simeone, ma poi anche lui si è dovuto arrendere al destino che ha deviato (con Ziolkowski) il primo tiro di Adams e il cross del secondo gol (con Ghilardi) che ha addomesticato il pallone, poi controllato da Vlasic e trasmesso allo stesso Adams. Più nitidi, invece, i gol della Roma, con la bella percussione di Hermoso abbellita dal gesto tecnico del tunnel a Tameze e dal cross perfettamente tagliato e perfettamente rifinito del gol dell’illusorio pareggio. Gesti tecnici, appunto: il calcio, alla fine, è semplice.

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