AS Roma

Il mercato dei fuori

Psicosi da campagna acquisti e da eliminazione prematura dalla coppa. Cronaca di un freddo e amaro martedì sera, tra lo shock Raspadori e il sorriso strappato da Arena

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Federico Vecchio
15 Gennaio 2026 - 08:00

In agenda ho messo la necessità di cancellarmi da tutte le chat. Lo devo fare perché, ormai, prima ancora della notizia, mi arrivano gli sfoghi di quelli che già sanno. E, come nel caso di questa giornata di un normale martedì di Coppa, che già sanno e non è che l’abbiano presa proprio benissimo. Quindi, l’intera giornata – e da molto prima di quando mi sarei coperto, poi, di tutto punto, che nemmeno se mi fossi dovuto avventurare sul Falzarego, per andare all’Olimpico  - era stata costellata di commenti - alcuni non trascrivibili in questa rubrica, fosse solo per la difficoltà di riportare in lettere alcune imprecazioni, a me fino ad oggi sconosciute,  di cui è possibile che vi fosse traccia, ma non ne sono poi così sicuro, in qualche ceppo linguistico neolatino - che spaziavano da “Raspadori” e finivano sempre a “Raspadori”. La certezza, mano mano che passavano le ore, è che quel mood da «ormai non contiamo più niente» si fosse impadronito di tutti noi. Ed era inutile provare a ricordare che, alle nove, ci saremmo giocati, dentro o fuori, il primo traguardo stagionale. Non c’era verso. Perché il mancato arrivo di Raspadori veniva vissuto non dico come la fine del mondo, ma come sicuramente la cosa più prossima alla fine del mondo. E se questo sentimento diffuso conteneva in sé una qualche esagerazione perché non è che, con tutto il rispetto per il giocatore, si stia parlando di Mbappé (Ipse dixit: «Raspadori chi è? Maradona? Non ha mai giocato…»), dall’altra conteneva una enorme verità, perché tutti noi, al di là di ogni considerazione tecnica, avevamo comunque investito il nostro entusiasmo su questo nome, che, alla fine, avevamo scelto, sulla fiducia, come la soluzione migliore ai nostri problemi. 

Di più: come quel giocatore che, inserito nello schema gasperiniano, avrebbe portato la Roma ad essere tendente alla perfezione. Come si sia potuti arrivare a questa infatuazione così generalizzata ed acritica rimane un mistero. Ma questo è stato. E, quindi, il tonfo è stato forte. Inutile negarlo. E vederlo andare, alla fine, all’Atalanta, che è significato vederla preferita a noi, che siamo la Roma, è stato vissuto, non nascondiamoci dietro ad un dito, come una diminutio. Che poi questa sensazione sia fondata («Non guardare il passato, guarda il presente: l’Atalanta è una società solida che ormai sono anni che gioca la Champions; noi, invece, pur avendo una proprietà solida, abbiamo una società che deve sistemare i conti e sono anni che non arriviamo tra le prime quattro») o semplicemente percepita («Mò me devi dì se so mejo de noi…») conta poco. Quello che conta è che, una volta preso posto in Tevere, iniziavamo a guardarci tra di noi come se qualcuno ci avesse detto in faccia, a noi che pensavamo di essere belli e vincenti, che siamo, invece, uno come un altro, e forse anche meno. Però la partita iniziava, e quella maglia bianca, in Coppa Italia, contro il Torino, riportava alla mente a quelli di noi che, in quell’infinito pomeriggio di quarantasei anni fa, c’erano, ricordi meravigliosi, fatti di rigori che prima sbagliavamo e poi di Tancredi e poi di quell’esterno di Carletto nostro. Tutto sommato, ritornati alla realtà, si partiva bene, con Pisilli che stava per mettere la partita in discesa. Poi Elsha non faceva Elsha, il Torino dimostrava che, se aveva vinto qui in Campionato, non era stato per caso, e Ché Adams segnava con troppa facilità.

In quel momento i peggiori fantasmi si impadronivano dei seggiolini. Fino a quel momento, difatti, tranne il brivido sul check del Var per il “fallo da ultimo uomo” di Rensch («Era ultimo uomo: se non l’ha espulso, è perché non c’era proprio il fallo»; «C’hai ragione: sui falli fuori area il Var non interviene; te dice solo se c’è il rosso: vor dì che l’ha ammonito ma nun doveva»), tutto sommato la sensazione era che, malgrado Baroni li avessi messi in campo bene, si potesse vincere. Da quel momento in poi, invece, la paura. Perché l’intervallo era fatto soltanto di lamentele («Ci manca Mancini»; «Bailey è fuori posizione»; «Deve mette Hermoso»; «Senza ’na punta nun se po’ giocà manco a calciotto») e, iniziato il secondo tempo, non avevamo il tempo di gioire per la giocata di Hermoso («Abbiamo trovato la punta…») che subito facevamo la frittatona («Chi ha sbagliato? Svilar?», come avrebbe chiesto Boskov). A quel punto, che le cose sarebbero andate male iniziava ad avvertirsi. E che potessero andare peggio, si avvertiva in maniera ancora più convinta quando, dalla panchina, Gasperini faceva entrare in campo Arena («Ma questo prima ’ndo giocava?»; «C’ha sedici anni??? Ma dici sul serio? Ma ’ndo annamo allora…»), perché in molti avevano la sensazione che quella scelta non fosse tattica ma figlia della volontà di lanciare un segnale alla società per il (mancato) mercato («L’ha fatto apposta per dije: questo c’ho»).

E invece succedeva quello che tutti sempre sperano ma che rarissime volte si avvera. E succedeva anche che, qualche manciata di minuti dopo, stesse succedendo ancora ma non succedeva. E invece subito succedeva che Arena perdeva palla, quelli scappassero in contropiede, ottenessero un calcio d’angolo e Svilar facesse quello che, quando in porta c’è Svilar, non succede mai. E quando il ragazzino, dopo, di destro, provava il miracolo che non gli riusciva, nella delusione generale ci si rendeva comunque conto che questo avesse tirato di più, lui, in quindici minuti che molti altri in tante partite. Ma eravamo costretti, comunque, a riprendere la via di casa accompagnati da una delusione abbastanza profonda («Per onestà, va detto»), e dalla certezza che il mercato ci aveva portato Vaz e, forse, anche Malen. Ma tutto questo non bastava, perché, come lamentava un seggiolino uscendo dallo Stadio, «c’avevano convinto che a noi non ce serviva uno forte, ma che ce serviva Raspadori». E dopo un martedì vissuto tutto così, che manca poco a mezzanotte, come dargli torto.

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