Non è ancora tempo di consuntivi, ma ormai virtualmente sfumato l'obiettivo principale, l'ultimo della stagione, e raggiunto aritmeticamente (grazie ad Andreazzoli...) quello dell'Europa League, c'è anche un consistente pacchetto di partite sufficiente per capire che cosa sia realmente cambiato nella Roma dall'esonero di Di Francesco, partendo da un presupposto: chi oggi se la prendesse con Ranieri per i mancati risultati della Roma dimostrerebbe di non aver alcuna capacità di analisi tecnico, tattica e soprattutto psicologica.

Il tecnico romano ha fatto il suo lavoro al meglio e (al di là di alcuni scivoloni dialettici recenti dettati probabilmente dalla bruciatura dei mancati risultati e della vicenda De Rossi o magari dalla raggiunta consapevolezza di non essere in lizza per la futura panchina) di sicuro non gli si poteva chiedere di più.

Ma nell'approfondimento dei temi strettamente calcistici non si può evitare di sottolineare come nel raffronto tra le prime 26 giornate di campionato e le ultime 11 non sia cambiato davvero niente, nei macro come nei micro numeri.

E questo porta alla sconsolante determinazione che forse niente e nessuno avrebbe potuto cambiare i destini di questa stagione, per come si è sviluppata sin dalle prime settimane (con quell'aria di superiorità per la semifinale di Champions che è crollata alla prima amichevole estiva), per la portata degli errori commessi (sul mercato e non solo), per le mancate correzioni in corsa e, opinione personale, per la mancanza di personalità di un gruppo che è stato senza alcun dubbio sopravvalutato, a cominciare proprio da chi scrive.

Sembra la Roma di Difra

Vediamo questo confronto nel dettaglio, cominciando proprio dalla partita di Reggio Emilia, forse paradigmatica per l'intera stagione. Sì perché al Mapei la Roma ha pressato alto come voleva Di Francesco, ha tirato tanto in porta (22 tiri totali) e male (16 di questi 22 tiri fuori dallo specchio) concedendo troppo (17 conclusioni totali al Sassuolo), lasciando spesso l'iniziativa sterile agli avversari (superiorità nel possesso, nei palloni giocati, nei passaggi), costruendo tante occasioni da gol (8 in totale) sprecate esattamente come avveniva prima per la superficialità di alcune conclusioni, per la mancata precisione e anche, come invariabilmente sottolineato da Ranieri, per un po' di sfortuna (vedi il palo di Kluivert che colpiva inavvertitamente guardando da un'altra parte).

Il dato degli expected goal (1-2, decimale in più, decimale in meno) sottolinea ancora una volta come la Roma abbia costruito meglio, tenendo il baricentro altissimo, come avveniva ai tempi di Difra (sabato 54,1 metri), e anche la linea nell'atteggiamento sui fuorigioco (34,1 metri, con 2 offside avversari).

Cozza contro il destino scritto dagli dei del calcio, dunque, l'assioma ranieriano secondo cui è bene non prendere gol «tanto lì davanti prima o poi lo facciamo». E a giudicare dalla partita di Genova, quella che ha definitivamente pregiudicato l'obiettivo Champions, non basta neanche farne uno perché poi lo si può prendere comunque, e addirittura si rischia di beccarne due.

Stessa media punti

Come si vede nella tabellina pubblicata, la media punti globale delle due gestioni è leggerissimamente cambiata (1,72 contro 1,69: per gli statistici proiettato su un intero campionato il dato garantirebbe 1,14 punti in più nella classifica...), ma adesso si segna meno (1,88 di media a partita contro 1,36), si prendono meno gol (1,38 contro 1), si tira e si subisce una conclusione in meno a partita (ma quasi due nello specchio), è peggiorata la percentuale realizzativa e anche la percentuale dei passaggi riusciti.

E anche tatticamente non è che sia cambiata granché: si gioca sempre 433 o 4231, i pilastri tecnici sono gli stessi, Pastore è sempre un ricambio da utilizzare quando si è disperati, Zaniolo si usa mezzala o esterno a destra, Nzonzi e Cristante giocano sempre e Dzeko continua a sbagliare come prima.

L'unico vero cambiamento portato da Ranieri è stato sul portiere: Olsen non è stato mai messo in discussione da Di Francesco, il titolare invece adesso è Mirante. L'altra vera differenza sta proprio nella costruzione dal basso: anche se talvolta a Reggio Emilia la Roma ha indugiato troppo nel palleggio da dietro (Ranieri ogni volta si arrabbia, ma poi i giocatori lo fanno lo stesso), è innegabile che adesso il portiere rinvii molte più volte il pallone di prima. Le giocate di mano di Mirante (primo segnale per un'azione che parte da dietro) sono quasi la metà di quelle di Olsen.

Ma basta questo minimo cambiamento per sostenere che era quello che serviva alla Roma?

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TatticaMente Di @danielelomonaco #SassuoloRoma Stavolta in questo spazio riproponiamo un diverso punto di vista per le quattro più clamorose azioni da gol costruite dalla Roma, solo per sottolineare quanto nel calcio siano i dettagli a fare la differenza e quanto a volte possa incidere la casualità. Nel primo fotogramma, al 12' del secondo tempo, El Shaarawy controlla un tiro non ben indirizzato di Florenzi e decide di calciare al volo la palla che lui stesso aveva alzato, all'altezza del dischetto e scegliendo di calciare dritto per dritto: in pratica, più facile di un calcio di rigore. Ma la sua conclusione di collo pieno finirà fuori. Nel secondo fotogramma, è fissato l'attimo prima dell'impatto di testa di Cristante che si è catapultato in area sul cross di Kolarov: schiaccerà benissimo verso la porta, ma Consigli sarà prodigioso, anticipando il tempo del tuffo un po' come aveva fatto Mirante su Cuadrado la settimana precedente nella sfida con la Juventus. E anche a lui riesce il miracolo. Poi la strana carambola tra Rogerio e Kluivert porta la palla ad che impattare sul palo: nel fotogramma, il terzo, abbiamo fissato il momento in cui l'olandese, neanche rendendosi conto della posizione del pallone, gira la testa in direzione opposta rispetto a dove sta finendo la palla, e questo lo porterà a non attaccare il palo con la giusta caparbietà. Infine l'occasione all'ultimo secondo capitata sul sinistro di Fazio: finirà alta poco sopra l'incrocio dei pali. Non tutti ricordano però che il tiro dell'argentino è stato favorito da un controllo sbagliato del suo connazionale Pastore: se il flaco avesse stoppato a seguire con l'interno del piede destro verso la porta, si sarebbe trovato lui stesso a battere a rete davanti a Consigli, con maggiori chances di riuscita

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