Anche senza voler andare troppo lontano, sarebbe bastato guardare con attenzione Lazio-Milan. Non che a Trigoria non l'abbiano fatto. Ma, se vogliamo, è proprio questo il problema: intuire le potenzialità di una squadra e non riuscire a trovare soluzioni che siano efficaci per ridurre le capacità degli avversari e per aumentare le proprie. Così, nel derby di sabato, è accaduto proprio quello che sperava accadesse Simone Inzaghi, un allenatore preparato, forse non un top coach, ma comunque uno che sa imporre le proprie idee anche nel momento in cui tutti le mettono in discussione. Lui al suo 3-5-2 negli ultimi due anni non ha mai rinunciato, magari l'ha adattato a diverse esigenze. È un po' quello che avrebbe potuto fare Di Francesco con il suo 433 che, invece, da ex integralista è diventato uno che cambia due sistemi all'interno di una stessa partita.

Il coraggio di Inzaghi

Ma che cosa è successo nel derby? Inzaghi ha avuto coraggio, proprio nel momento in cui ha dovuto rinunciare a Ciro Immobile, il suo attaccante più prolifico. Per non disperdere le potenzialità offensive della propria squadra ha deciso di puntare lo stesso su un quadrato di attaccanti in grado di mettere in difficoltà la tre-quarti romanista. La sua mediana composta da Milinkovic-Savic e Luis Alberto è stata l'onda d'urto che ha scoperto le grandi fragilità della difesa giallorossa, soprattutto nella letale combinazione di giocate con gli esterni Lulic e Marusic e con le due mobilissime punte centrali, Correa e Caicedo.

Ha quindi preferito tenere alto il proprio baricentro nel primo tempo (per poi abbassarlo nel secondo) piuttosto che consegnarsi alle geometrie triangolari del 4-3-3 di Di Francesco. In questo modo è riuscito a non far quasi mai uscire la palla pulita dalla prima impostazione dei difensori romanisti e contemporaneamente ha creato le condizioni per poter mettere in difficoltà Olsen con il sofisticato palleggio dei suoi centrocampisti.

Senza Manolas

Penalizzata dall'assenza del suo miglior difensore, l'unico realmente veloce del reparto difensivo, Manolas, la Roma avrebbe dovuto giocare con l'umiltà che avuto Gattuso nella semifinale di coppa Italia, tenendo accorti gli esterni alti sui quinti di centrocampo laziali. Invece Di Francesco se l'è ancora una volta voluta giocare in maniera sfacciata, pressando alto quando ce n'è stata l'occasione e chiedendo ai suoi difensori di rimanere sempre molto alti. Consegnandosi così alla malizia degli avversari proprio come è già accaduto a Udine, con la stessa difesa.

Scavalcare la linea a 5

Così la Roma avrebbe dovuto cercare con maggiore insistenza l'uno contro uno dei suoi tre attaccanti con i difensori laziali, anche alzando più spesso il pallone dalla difesa verso l'attacco, eliminando quei rischiosi e prolungati giro palla con i centrocampisti che il più delle volte sono stati interrotti dalla superiorità numerica dei biancocelesti. L'occasione migliore della Roma nel primo tempo è nata proprio da una verticale di Pellegrini su Zaniolo che, entrando dentro al campo, ha servito Dzeko come mostriamo delle grafiche qui sotto. Un rischio, invece, che non avrebbe mai dovuto correre Di Francesco era proprio quello di evitare le corse su binari paralleli tra i difensori, peraltro lenti, e gli attaccanti avversari, peraltro molto veloci.

Quando la Roma riusciva a scavalcare la fitta linea di centrocampisti laziali, poteva sfruttare a sua volta la parità numerica nei duelli tra attaccanti e difensori, come avvenuto al 23': sulla palla trasmessa da Pellegrini e ben controllata da Zaniolo, nonostante la strattonata di Radu, si è creata una situazione di tre contro tre che Dzeko ha cercato di risolvere a modo suo, ricevendo il pallone e affrontando Acerbi nel duello individuale, per poi tirare in diagonale. A voler cercare il pelo nell'uovo si potrebbe obiettare che, come spesso succede al bosniaco, la soluzione del tiro non sempre è la più efficace. Come si vede nel secondo fotogramma, l'appoggio esterno a Zaniolo, vista l'uscita di Radu centrale, avrebbe messo il baby gioiello davanti a Strakosha

Ed è assurdo che la Roma si sia invece fatta trovare impreparata addirittura sui falli laterali, nel primo tempo nell'azione del gol, nel secondo in un'altra occasione importante. Avevamo già esplorato le capacità nelle sovrapposizioni interne che rendevano certe giocate dei laziali simili a quelle proposte da Guardiola nel suo Manchester City. Esagerazioni? Forse. Ma la Roma dopo 12 minuti è andata ko proprio per un gol di questo tipo.

Gli errori dei singoli

Di Francesco ha ragione a lamentarsi dell'elevato numero di errori commessi dai suoi giocatori. Inaccettabile, per professionisti di questo livello (anche di stipendio). Il problema è che se andiamo a guardare i numeri, ci dicono che gli errori commessi dalla Roma sono stati inferiori rispetto a quelli dei laziali (148 palle perse per la Lazio, 144 per la Roma, 101 passaggio sbagliati per la Lazio, 89 per la Roma), così forse ciò che incide maggiormente nel rapporto tra gli errori commessi e i gol subiti è la mancanza assoluta nella Roma di un accettabile margine di rischio.

La linea difensiva romanista è perennemente spostata sul filo di partenza degli attaccanti avversari. E se questo nei momenti migliori della Roma dello scorso anno, con dei recuperatori seriali di pallone come Nainggolan o il miglior Strootman, e con in porta un muro invalicabile come Alisson, ha rappresentato un motivo di forza e di bellezza, quest'anno con la squadra tecnicamente migliore ma agonisticamente assai peggiore costruita in estate, l'allenatore avrebbe dovuto capire prima che certi rischi non si potevano più sopportare. Troppe volte la linea difensiva della Roma si rompe con semplici movimenti civetta degli avversari e in questi casi nessuno è in grado di rimediare agli errori commessi.

La Fazieide di Lazio-Roma in quattro atti. Si comincia con l'azione del gol, nata da un fallo laterale battuto velocemente da Lulic subito dopo la metà campo. Perché velocemente? Forse perché Inzaghi ha visto la partita di Udine e avrà sicuramente notato come anche da una situazione da fallo laterale si può prendere in contropiede la difesa romanista. Sulla gittata di Lulic (fotogramma 1), Fazio si fa prendere l'interno da Correa che addirittura lascerà sfilare il pallone per la successiva gestione verso Caicedo, col difensore suo connazionale tagliato fuori da qualsiasi intervento. Nel secondo caso, una spizzata di Milinkovic-Savic ad inizio secondo tempo, inutilmente contrastato da Juan Jesus, manda ancora nello spazio Caicedo (fotogramma 2): in questo caso Fazio è in netto vantaggio, ma lo disperderà per attendere l'uscita di Olsen, salvo poi toccare il pallone in netto ritardo, causando una carambola che solo per puro caso non ha penalizzato la Roma. Nel terzo caso un'infilata dritto per dritto di Luis Alberto (fotogramma 3) coglie ancora impreparata la linea difensiva giallorossa, con Florenzi indeciso se alzarsi su Lulic o chiudere su Correa internamente e così in mezzo resta un due contro due che per poco non si è trasformato in ennesima occasione da gol. Infine, nel quarto e ultimo fotogramma, l'azione che sposterà definitivamente il risultato dalla parte biancoceleste: Immobile si apre per evitare ogni marcatura centrale, riceve da Milinkovic e gira immediatamente un pallone leggibile verso la porta di Olsen, Correa è più veloce di Fazio e lo brucerà sulla corsa, costringendolo al tamponeamento. Nella foto grande, il rigore del 2-0 trasformato da Immobile

Gli schemi offensivi

Che alla Roma ci siano ottimi attaccanti è un dato di fatto che nessuno può contestare. Che però a volte puntino più sulle proprie capacità tecniche per le conclusioni è altrettanto certo. L'esempio dell'occasione mancata nel primo tempo raccontato nelle sopra, ci porta a credere che qualche esercitazione in più per trovare nuove soluzioni offensive non sarebbe sbagliato organizzarla.