«Uno 0-0 di oggi è molto diverso da uno 0-0 di 10 anni fa. Allora ci si annoiava, sfido chiunque a non essersi divertito a guardare Roma Napoli». Parole e musica di José Mourinho, il più clamoroso caso di risultatista convertito in giochista. Ormai la questione neanche si pone più, anche il più irriducibile degli allenatori che una volta si definivano "all'italiana", quelli che anteponevano le esigenze del risultato a qualsiasi pretesa estetica, e alla fine alla ricerca del puntarello costringevano i propri giocatori ad assurdi catenaccioni, si è convertito all'idea alla filosofia più moderna.

L'onda lunga

La rivoluzione, come abbiamo scritto tante volte negli ultimi mesi da queste colonne, è ormai compiuta, e da tempo: indietro non si torna. L'onda lunga del calcio mostrato da Guardiola a partire dal 2009 ha contagiato ormai le scuole allenatori di tutto il mondo. Per cui può capitare oggi di andare a giocare in un paesino di pescatori in Norvegia e trovarsi di fronte una squadra in grado di alzare le pressioni e la linea difensiva come viene insegnato nelle aule di Coverciano. E anche quella rarissima partita che finisce zero a zero nel campionato di serie A (è accaduto finora solo 3 volte su 90, la percentuale è facilmente ricavabile) si capisce come sia solo conseguenza delle buone coperture tattiche individuate dagli allenatori piuttosto che dalla necessità tout court di non prendere goal. Oggi il primo obiettivo di ogni squadra ambiziosa è segnare, uno o più gol. In ogni partita fioccano le conclusioni, le giocate offensive, le costruzioni tattiche per arrivare in porta nella maniera più efficace possibile, frutto di esercitazioni tattiche sempre più accurate e di allenamenti in cui il pallone è ormai il protagonista assoluto e i lavori cosiddetti a secco limitati al massimo. Immaginate semplicemente quante giocate in più si vedono in una partita solo considerando le volte in cui i portieri giocano il pallone per costruire dal basso invece che rinviarlo lontano come si faceva praticamente sempre fino a qualche anno fa. Questo porta inevitabilmente le squadre ad immaginare delle pressioni offensive sempre più alte per interrompere presto le trame avversarie e sfruttare la transizione vicino alla porta avversaria, ma anche a sviluppare gioco a chi si ritrova a gestire il pallone in qualsiasi zona del campo.

La prevalenza delle difese

Roma-Napoli è stata una bellissima partita a scacchi, concepita dai due tecnici con l'idea di vincere. Lo stallo è stato determinato dall'attenzione, dalla cura e dalla organizzazione delle rispettive difese, oltre che dal talento di alcuni dei forti difensori in campo. In una difesa, quella del Napoli, gioca un mostro come Koulibaly, uno dei più dominanti del nostro campionato. Ha cominciato i suoi interventi risolutori dopo 50 secondi (incursione di Karsdorp dentro l'aria) e ha finito 98 minuti dopo senza far passare mai un moscerino dalle sue parti. Le due occasioni costruite dalla Roma (l'infilata di Cristante per Abraham al 27º del primo tempo e la punizione di Pellegrini per Mancini al 27º del secondo) non sono dipese dal suo posizionamento. Dall'altra parte, quella romanista, l'applicazione di Mancini e Ibañez è stata feroce, a conferma che quando la testa riesce a garantire la continuità di attenzione che sarebbe sempre necessaria in una partita di calcio il rendimento del giocatore diventa pari al 100% delle sue potenzialità.

Le pressioni diverse

La partita è stata divertente, lo 0-0 è una pura casualità. E il pareggio è stato il risultato più giusto, anche se tatticamente il Napoli a un certo punto - nella parte iniziale del secondo tempo - ha preso il sopravvento sulla Roma. Poi però, dopo il palo di Osimhen, la squadra giallorossa ha rialzato la testa e i cambi di Spalletti non hanno dato ai partenopei quel cambio di ritmo che forse l'allenatore toscano si attendeva. A dare la scossa alla Roma sono stati due poderosi recuperi del pallone di Abraham e di Cristante (che hanno fatto ruggire l'Olimpico) e un'occasione estemporanea costruita da un dolcissimo scavetto di Karsdorp per Pellegrini (girata al volo di poco fuori). Così in campo è tornato l'equilibrio e la Roma ha avuto anche l'occasione di andare in vantaggio con Mancini, su calcio di punizione di Pellegrini. Si è visto chiaramente come la partita sia stata preparata stavolta con attenzione, cosa che Mourinho evidentemente non ha fatto in Norvegia, a prescindere dal limitato contributo fornito dai giocatori mandati in campo. Tanto per dire una cosa, contro il Bodø il tecnico aveva alzato le pressioni del trequartista sull'altro centrale, lasciando quasi deliberatamente libero uno dei tre centrocampisti, costringendo Darboe e Diawara a correre dietro ora all'uno e ora all'altro. Con il Napoli invece ha mandato Pellegrini su Fabian Ruiz, chiedendo a Abraham di cominciare le pressioni alternativamente sui centrali e indirizzandolo magari ad andare avanti, senza ripassare per il giro palla. Nell'azione della clamorosa occasione per Abraham al 27° del primo tempo, ad esempio, questo atteggiamento ha pagato, Cristante ha rubato palla al suo dirimpettaio Zielinski e dalla transizione stava per nascere il gol del vantaggio.

Più pressi, meno subisci

Tutto torna, del resto. È statisticamente provato che c'è corrispondenza tra la capacità di pressare alto e la propria permeabilità difensiva: meno si concedono passaggi per azione difensiva agli avversari, meno te li porti vicino alla tua area. Quando la Roma, ad inizio secondo tempo, ha rinunciato a pressare alta, è stato il momento in cui ha maggiormente subito le azioni offensive del Napoli. Il dato statistico? L'intensità di pressing è passata da 11,3 passaggi concessi per azione difensiva dell'ultimo quarto d'ora del primo tempo, ai 31,5 passaggi concessi nel primo quarto d'ora del secondo tempo: tre volte tanto. Contemporaneamente le azioni offensive del Napoli sono passate da 0,53 a minuto a 0,93: raddoppiate. E quando nell'ultima mezz'ora il pressing è tornato feroce (intorno ai 12 passaggi concessi) le azioni offensive azzurre sono tornate a 0,30. Come ha detto Guidolin nella telecronaca a cinque minuti dalla fine, «sembra un incontro di boxe tra due pesi massimi che abbassano la guardia ma tentano ognuno dei due di dare il colpo decisivo». Sono gli 0-0 dell'era moderna. Onore al merito degli allenatori.