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L'analisi di Cska Mosca-Roma: DiFra, se ti abbassi non vale

Da quando ha cambiato sistema di gioco subisce meno gol, ma ha anche abbassato il baricentro. L’assenza di De Rossi si fa sentire, Nzonzi solo non basta

PUBBLICATO DA Daniele Lo Monaco
09 Novembre 2018 - 11:32

All'interno della partita che ha confermato come la Roma sia in grado di continuare ad onorare il censo internazionale acquisito con la strepitosa Champions dello scorso anno, conquistando quasi la qualificazione con due turni di anticipo, sono diversi i punti controversi che questa rubrica ci consente di analizzare.

Il meglio della Roma

Partendo dagli innegabili dati positivi: intanto ha raggiunto nove punti in appena quattro partite (dato mai ottenuto prima), è alla sua terza vittoria consecutiva (record uguagliato, la quarta sarebbe il record assoluto), prosegue nella sua striscia positiva da quando ha cambiato sistema di gioco (nel segmento di 9 gare, sono 6 vittorie, 2 pareggi e 1 sconfitta, 20 punti totali, media 2,22, con 21 gol fatti e 6 subiti: e c'era chi ancora prima di Mosca sosteneva che Di Francesco avesse la panchina bollente; nel segmento precedente furono 6 le partite, 1 vittoria, 2 pareggi e 3 sconfitte, 5 punti totali, media 0,83, con 7 gol fatti e 12 subiti) e in più continua a primeggiare anche nell'innegabile categoria di gran vanto a questi livelli, quella delle reti realizzate dopo quattro turni: con 10 sigilli, solo City, Barcellona e Psg finora hanno saputo far meglio, in pratica il meglio del meglio d'Europa.

Il peggio della Roma

Ma se le partite all'Olimpico con Viktoria Plzen e Cska sono state gioielli di applicazione tecnica, tattica e agonistica, non si può sostenere che anche al Luzhniki la prestazione giallorossa sia stata impeccabile, soprattutto in considerazione degli elementi innegabilmente positivi che si sono via via acquisiti. Il gol iniziale, ad esempio, che ha messo in discesa una gara che poteva invece essere aspra nell'approccio considerando l'entusiasmo dei padroni di casa quando giocano in quella magnifica cattedrale (ne sa qualcosa il Real Madrid). Altre volte il gol preso nel primo tempo ha complicato e non poco la strada (si pensi a Bologna, Spal, Firenze), stavolta si poteva sfruttare il meccanismo inverso. E poi, in corso d'opera, la superiorità numerica (indotta da una bella giocata romanista, vero, ma comunque un gran vantaggio) e il gol del 2-1 realizzato subito dopo l'espulsione, oltretutto in posizione di fuorigioco. Eppure nonostante questo la partita ha vissuto ugualmente momenti vibranti e soprattutto mostrato la timidezza quasi endemica della Roma, come se neanche il conforto del parziale amico bastasse a placare la paura di sbagliare che attanaglia molti giocatori. Il paradosso è che, di fronte, i giallorossi si sono trovati dei ragazzotti più o meno privi di esperienza che invece non avevano alcuna intenzione di rinunciare al palleggio e anche in dieci contro undici hanno provato a farlo, grazie anche al lusso di tenere due trequartisti nelle posizioni di mediani, un po' come fa Guardiola col suo City, se ci fate passare il paragone quasi blasfemo. L'azione del gol del pareggio è un piccolo gioiello in questo senso: palleggio veloce ad uscire dalle pressioni, verticalizzazione, controllo e tiro. Certo, l'assenza di De Rossi è una grave e recente debolezza della Roma: nessuno ha la sua visione tattica soprattutto nei momenti delicati, di certo non Cristante che infatti ha mollato a Nzonzi la responsabilità dell'impostazione (47 passaggi positivi e 5 sbagliati per il francese, 38 positivi e 10 sbagliati per l'ex atalantino) e persino l'onere dell'interdizione (4 contrasti vinti a 1, 12 palle recuperate a 4). Lontano da Bergamo il centrocampista fatica a trovare la sua collocazione ed è naturale pensare che nelle gerarchie dell'allenatore oggi non rappresenti una priorità.

La difesa più bassa

Proprio Nzonzi a fine partita ha parlato di un indubbio miglioramento della fase difensiva. E se questo è vero in assoluto (la Roma prende molti meno gol di prima, come testimoniano i dati), forse resta comunque una verità parziale. Perché la Roma si è anche decisamente abbassata come baricentro e quindi se l'effetto è benefico, per l'assetto generale tattico non è un dato positivo: contro il Cska i dati difensivi parlano di un atteggiamento sul fuorigioco (l'unico) molto basso (12,8 metri), di un atteggiamento di recupero della palla mai così vicino alla porta (36,2 metri) e più in generale del baricentro davvero modesto (50,1 metri). Nella partita non vinta, ma che rivelò all'Europa la bellezza tattica della Roma, lo scorso anno a Stamford Bridge con il Chelsea, fu parecchio più alto (54). E anche il possesso palla parla chiaro: nel secondo tempo, con il Cska per gran parte della frazione in dieci uomini, la Roma ha tenuto palla per il 49,6% del tempo, a Londra lo tenne nel 65% nel primo tempo e nel 54% nella ripresa.

Quella era un'altra Roma, che difendeva altissimo e in maniera comunque efficace e se prendeva gol era per qualche disattenzione personale. Questa invece si abbassa troppo e a volte se non prende gol è per la scarsa mira degli avversari. Dunque, è sulla mentalità e sulla gestione della partita che l'allenatore deve continuare a lavorare. A meno che non voglia ammettere che le tante critiche – a volte così superficiali – che lo hanno colpito proprio per la sua poco apprezzata statura offensiva non l'abbiano cambiato. A dirla tutta la scelta di non battere gli angoli col risultato di vantaggio da difendere (come a Napoli, prima di prendere il pareggio) o di inserire un difensore al posto di un attaccante mentre si vince in undici contro dieci (Jesus per Florenzi nel finale di Mosca) non sono segnali da grande squadra. Ma magari sono state semplicemente necessità legate al momento complicato non del tutto superato. Anzi, ne siamo sicuri.

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