C'è disorientamento nella tifoseria romanista. Nel suo tipico saliscendi, l'entusiasmo è passato e sono subentrati rabbia e scetticismo. Anche sul discorso calciomercato i romanisti sono ormai divisi tra guelfi e ghibellini: quelli del "la Roma fa bene a vendere Dzeko" contro quelli del "è assurdo vendere i pezzi più pregiati". Mio figlio mi ha semplicemente chiesto, con voce affranta: "Papà, perché vendiamo Dzeko?". Difficile spiegarlo a un bambino, ed ancor più far comprendere il concetto di fair play finanziario. Per spiegargli questo principio l'ho fatta semplice: "è come in una famiglia: non si può spendere di più di quello che guadagni, la Roma è in difficoltà economica e quindi deve fare incassare dei soldi per coprire le spese". Il punto, però, è un altro. In un'ottica di rafforzamento della squadra, con questo sistema si entra in un cul de sac. Ovviamente, pur vendendo Dzeko ed Emerson, non possiamo acquistare un pezzo pregiato, perché costerebbe più del ricavato della cessione e quindi - se non ci si rifugia negli scarti di altre nobili squadre che hanno avuto un nome ma che ormai possono dar poco, e difatti li cedono - l'unica speranza è che il nostro direttore sportivo abbia l'occhio così lungo da acquistare a pochi euro un talento che in tempi rapidi non ci faccia sentire le mancanze e che possa farci fare, finalmente, il salto di qualità.

Altrettanto ovviamente, questa strada è molto più in salita, perché non è solo la Roma ad avere direttori sportivi bravi, ma li hanno anche le altre squadre. Sperare di trovare una pepita d'oro nel 2018 nel Klondike di Zio Paperone è certo possibile ma assai improbabile. Ciò che però non va proprio giù a molti tifosi è la percepita mancanza di sincerità. Gira sui social un post con diverse dichiarazioni programmatiche della dirigenza della Roma di anni fa in cui si promettono titoli e visibilità mondiale. I tifosi, quindi, si aspettano titoli e visibilità mondiale e di divenire - come disse Pallotta nel 2014 - "il più forte club del mondo", ed è li che si crea la frattura perché tanto più le speranze sono alte, tanto maggiore è la delusione quando non si raggiungono risultati da albo d'oro.

Rafforzarsi significa comprare giocatori superiori tecnicamente a quelli che si vendono, ma il problema è che questi ultimi costano in modo uguale o superiore al prezzo di chi si vende. Ed allora, il problema non è se la Roma fa bene a vendere i suoi giocatori più pregiati quando iniziano ad avere qualche anno o quando si ricava una forte plusvalenza. Il problema è che la plusvalenza non può essere interamente impiegata per fare acquisti e che quindi tutto si basa sulla fortuna/bravura di chi deve riuscire a scovare un futuro campione che immediatamente rivela le sue doti e ci fa una caterva di gol. Sempre con l'ansia tifosa che la stagione dopo venga rivenduto. Se si fosse detto: "Ragazzi, in attesa del nuovo stadio sono necessari sacrifici, lacrime e sangue per 5-6 anni", di certo tutti si sarebbero messi l'anima in pace. Ma il fatto è che quel periodo quinquennale che si era detto necessario per raggiungere i vertici è decorso e nel frattempo neanche un mattone è stato collocato a Tor di Valle. Una nota di speranza è il ragazzino che è entrato mercoledì con la maglia numero 48. Diciotto anni, romano e Romanista. A queste cose ancora ci teniamo ed abbiamo bisogno come il pane di ragazzi come lui. 10-100-1000 Antonucci.