“È il tempo che hai perduto per la tua rosa che…”
Due ore per arrivare allo stadio non ce le avevo mai messe. Nemmeno nei giorni delle finali di Coppa Italia, quando ci stavamo giocando lo scudetto con l’Inter, per i derby
(GETTY IMAGES)
Due ore per arrivare allo stadio non ce le avevo mai messe. Nemmeno nei giorni delle finali di Coppa Italia, quando ci stavamo giocando lo scudetto con l’Inter, per i derby, ripensandomi ragazzino in macchina con mio padre nel periodo magico della ROMA – anche se Magica la ROMA lo è sempre stata, lo sarà sempre – o, per tornare ai nostri giorni, nelle serate elettriche delle semifinali delle coppe europee di questi ultimi anni.
Due ore come giovedì per la partita contro il Midtjylland... mai. Dall’Appia, Statuario, al parcheggio di Viale XVII olimpiade lo stesso identico tempo – anzi, qualcosa in più – di quando vado a Porto Ercole solo che Porto Ercole sta in Toscana e non a sedici chilometri da casa. Un interminabile filo rosso di stop accesi ancora più luminosi delle luci degli alberi di Natale che hanno iniziato a brillare nei saloni di molti di noi. A cercare strade alternative, a rinnegare il satellitare per poi rendersi conto che forse aveva ragione lui. Cercando una via di fuga ma ritrovandosi dentro un ingorgo ancora più ingarbugliato di quello da cui si pensava di essere scappati.
Potrei parlarvi, allora, degli stadi moderni: quelli con la fermata della metropolitana a due passi dalle scalette che portano agli spalti. Quelli con i parcheggi a ridosso delle gradinate.
Potrei ma, pensa un po’, non voglio. Perché poi, alla fine, dentro quel traffico ci siamo cresciuti: noi siamo quel traffico. E non sto dicendo di non averci sbraitato in mezzo o che non avrei preferito metterci la metà del tempo per arrivare. Sto dicendo, semplicemente, che mi è sembrato come un naturale pegno da lasciare sul campo pur di andarmi a vivere due ore di ROMA. Probabilmente per un’altra cosa a metà strada sarei tornato indietro, forse non sarei partito nemmeno sospettando il tempo che ci avrei messo. E, invece, per lei non avuto neanche il dubbio. E se ci ripenso, alla fine della fiera, nemmeno le ho considerate perse quelle due ore perché sono state la conditio sine qua non per essere lì con lei, da lei, per lei.
Perciò anziché pensare “Mai più” sono qui a contare gli istanti che mi dividono dal momento in cui mi rimetterò in macchina per raggiungerla di nuovo e provare, insieme, a battere il Napoli. Non vedo l’ora.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
PRECEDENTE