Uno s'era presentato in bermuda e infradito. L'altro in giacca e cravatta, accompagnato dai genitori. «Capii subito che uno non avrebbe lasciato traccia, mentre l'altro sarebbe rimasto alla Roma più di dieci anni». Uno era Luciano Marangon, l'altro era Sebino Nela. La frase è di Dino Viola. Nela, Nela, Marangon, il coro durò una sola stagione, perché Luciano Marangon lasciò presto la Roma. La Roma bisogna conquistarla correndo correndo e Sebino Nela l'ha capito subito. Con braccia possenti, quadricipiti duri, cosce e polpacci tali da meritarsi il soprannome di Incredibile Hulk. Correndo correndo faceva paura. La sua corsa si fermò per un infortunio il 10 maggio 1987 in un triste Roma-Sampdoria. Era rimasto uno dei pochi a correre, in una Roma che non ci credeva più. Quattro anni prima, in un altro giorno di maggio, si celebravano le sue corse per lo scudetto. «Mi sono divertito, ho fatto tanti chilometri e sono stato ripagato alla grande. Sono pazzo di gioia: scusatemi se passo da un argomento all'altro ma voi non potete immaginare la felicità che prova un giovane giocatore giallorosso nel conquistare uno scudetto proprio nella città in cui è nato e che vede nello stesso giorno i suoi ex compagni rossoblù salvarsi dalla retrocessione».

"Se saprai confrontarti con trionfo e rovina e trattare allo stesso modo questi due impostori...". Rudyard Kipling non ha scritto "Se" per Sebino Nela. Perché Sebino Nela sa trattare sia con la gioia, e l'abbiamo appena sentito, sia con il dolore. Mezzo ligure, mezzo sardo, tutto d'un pezzo. Sebino è il diminutivo di Sebastiano, ma Sebino è grande e forte. È il giocatore più "da Commando" che ci sia stato negli anni in cui non soltanto il Commando c'era: ma musicava un'epoca. Sebino è un ultrà in campo, uno di quei giocatori fatti apposta per indossare le cosiddette maglie pesanti. La maglia della Roma.

Il suo fisico e il suo animo lo dimostrano dopo quel 10 maggio, quando Carlo Ancelotti, che ci è passato due volte, è il primo a soccorrerlo e poi gli regalerà le stampelle. È il 1987 e quel giorno Sebino si rompe il legamento crociato, che vuol dire 12 mesi esatti di stop e la perdita del posto in Nazionale, dove era stato designato come l'erede di Antonio Cabrini. Sebino Nela ce la farà, correndo di notte da solo. «Lo stadio s'illumina a giorno, un applauso ti farà» dice la canzone. Succede il 10 aprile 1988, quando Sebino Nela ritorna, ancora con la Sampdoria, ancora una sconfitta. L'applauso è per lui. Uno dei tanti, perché se n'è meritati tanti, nella sua carriera romanista, Sebino Nela. «Eroe senza tramonto» lo definì la Sud con uno striscione. Non era solo muscoli e corse, era un grande terzino. Sapeva fermare gli attaccanti avversari e anche mettere paura ai difensori quando avanzava.

Undici anni, 397 presenze, 19 gol. Non solo "Incredibile Hulk", ma anche "Rambo" o altri soprannomi a scelta. Elevazione, corsa, esplosività, tecnica di base superiore a quella di tanti altri difensori. Le sue discese, sia sulla destra sia sulla sinistra, si concludevano o con tiri fortissimi o con cross precisi per i compagni. Segnava di destro, di sinistro e di testa, come fece al Napoli nell'anno dello scudetto. Il suo primo gol in Serie A al Catanzaro è entrato nel delizioso film "Io so che tu sai che io so", Catanzaro-Roma è la "partita di recupero" che Alberto Sordi preferisce vedere rifiutando le proposte piccanti della moglie Monica Vitti, gara che era in programma il 13 dicembre 1981 e che fu sospesa per vento. Si recuperò il 13 gennaio 1982, finì 1-1, gol della Roma di Sebino Nela. Lui andò al cinema a vedere il film e si divertì a vedere il suo gol. Quello l'hanno visto tutti.

Un altro non l'ha visto quasi nessuno, perché c'erano ancora i fumogeni. Il derby era iniziato da pochi minuti. Era iniziato col "Ti Amo" e con Nela che, schierandosi sulla fascia prima del calcio d'inizio, era stato ricoperto d'insulti dalla Tevere laziale. Non aveva detto niente e li aveva guardati. Come aveva fatto pochi minuti dopo, rimettendosi al suo posto, dopo aver segnato il gol che aveva dato loro il "bentornati" in Serie A, rimettendo ovviamente ogni cosa al suo posto. Tra i suoi gol più belli ci sono due gran tiri da fuori, uno a Verona nella stessa porta e forse anche con la stessa potenza della punizione di Batistuta del 2000/2001 e uno a Genova, in casa della Sampdoria, nel 1983-84, seconda giornata di campionato con lo scudetto sul petto vinto proprio su quel campo soltanto quattro mesi prima. Correndo correndo sulla destra, finta, diagonale di sinistro sotto l'incrocio dei pali. Che gioia, per uno cresciuto con la maglia del Genoa.

Che lacrime, invece, il 20 marzo 1985, mentre la Curva Sud scriveva una delle sue più belle pagine col "Che sarà sarà" che accompagnava il secondo tempo di un Roma-Bayern Monaco ormai reso inutile dal gol dei tedeschi nel primo tempo. Ma che boato al gol di Nela. E che lacrime, le sue, dopo quel gol. Ha sempre comunicato il suo romanismo con i suoi gesti. Come quello, come il suo afflosciarsi esausto tra le braccia di Giorgio Rossi dopo aver alzato le braccia al cielo, rivolto verso la Sud, dopo il gol di Voeller al Broendby. Per la Roma, ha dato tutto se stesso. Ascoltò fin troppo bene il «Picchia Sebino», ma è bello anche così.

Firmò anche dei contratti in bianco, al momento del rinnovo. La cifra l'avrebbe scritta dopo Dino Viola, ripensando a quel ragazzo che si presentò in giacca e cravatta. Rinunciò alla fascia di capitano quando toccava a lui e un giorno a Vipiteno la regalò a Giuseppe Giannini. Insieme a lui è entrato nella Hall of Fame della Roma nel 2014. Baciò la maglia mentre veniva espulso in uno Juventus-Roma dopo aver fatto presente a Di Canio che certe cose non si fanno. La sua maglia era sulla tomba di Antonio De Falchi, gliel'aveva regalata poco tempo prima. La sua maglia, quella della Roma.

«Può fare tutto – disse di lui Nils Liedholm – Può giocare a destra, a sinistra, al centro». Quando capiva che iniziava a non gradire la posizione sulla destra, aggiungeva: «Può anche andare in tribuna». Non ce l'ha mai mandato. E Sebino ha davvero giocato a destra, a sinistra e al centro. Lui, terzino sinistro, che ha vinto lo scudetto giocando a destra e ha chiuso la carriera da libero. Ha fatto tutto per la Roma. Era sempre il primo a difendere un compagno, se c'era bisogno, non si è mai tirato indietro anche quando, come nel finale della stagione 1986-87, altri compagni l'hanno fatto.

È stato uno dei migliori in campo nella maledetta finale contro il Liverpool e, chissà, forse anche per questo è uno che non ha mai fatto mistero di quanto non abbia gradito quello che lui ha vissuto come un "gran rifiuto" di Paulo Roberto Falcao al momento di andare sul dischetto. Per il modo in cui giocò quella finale, in ogni caso, anche quel giorno lui uscì dal campo a testa alta. Sapeva trattare la vittoria e la sconfitta e quindi sapeva quando lasciarsi andare e quando no. Quando c'è da correre. Come nella sua corsa più difficile, ormai quattro anni fa, contro il tumore. Un'altra vittoria, la più difficile, la più importante.

«Prima di tutto ho studiato l'avversario, come si fa prima degli incontri. Volevo capire i suoi movimenti. Anche con il cancro si deve giocare d'anticipo. E poi mi sono imposto di non mollare, ho utilizzato la forza che mi è sempre venuta dal gruppo. La mia famiglia, mia moglie e le mie due figlie sono state fondamentali. Poi gli amici, gli ex compagni di squadra. Ci sono stati». Corri forte, che dietro al cespuglio acqua pura ci sarà. Nel 2014 è entrato nella Hall of Fame della Roma. Nel suo discorso, ha ricordato Antonio De Falchi, Luisa Petrucci, Agostino Di Bartolomei e Aldo Maldera. Ha ricordato a tutti una cosa da non dimenticare mai. «La storia la facciamo noi, insieme a voi». E Sebino Nela l'ha fatta insieme a tutti noi. Correndo correndo.